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	<title>La Piccola Via &#187; Angolo della Famiglia di Therese</title>
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		<title>San Giuseppe Moscati &#8211; Biografia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 07:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Moscati (1880-1927) laico Giuseppe Moscati nacque il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo tra i nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio 1880. Nel 1881 la famiglia Moscati si trasferí ad Ancona e poi a Napoli, ove Giuseppe fece la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #663300; font-family: Times; font-size: small;">Giuseppe Moscati (1880-1927)<br />
<em>laico </em></span></strong></p>
<p>Giuseppe Moscati nacque il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo tra i nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio 1880.</p>
<p>Nel 1881 la famiglia Moscati si trasferí ad Ancona e poi a Napoli, ove Giuseppe fece la sua prima comunione nella festa dell&#8217;Immacolata del 1888. Dal 1889 al 1894 Giuseppe compì i suoi studi ginnasiali e poi quelli liceali al &#8221; Vittorio Emanuele &#8220;, conseguendovi con voti brillanti la licenza liceale nel 1897, all&#8217;etá di appena 17 anni. Pochi mesi dopo, cominciò gli studi universitari presso la facoltà di medicina dell&#8217;Ateneo partenopeo.</p>
<p>E&#8217; possibile che la decisione di scegliere la professione medica sia stata in parte influenzata dal fatto che negli anni dell&#8217;adolescenza Giuseppe si era confrontato, in modo diretto e personale, con il dramma della sofferenza umana. Nel 1893, infatti, suo fratello Alberto, tenente di artiglieria, fu portato a casa dopo aver subito un trauma inguaribile in seguito ad una caduta da cavallo. Per anni Giuseppe prodigò le sue cure premurose al fratello tanto amato, e allora dovette sperimentare la relativa impotenza dei rimedi umani e l&#8217;efficacia dei conforti religiosi, che soli possono darci la vera pace e serenità. È comunque un fatto che, fin dalla più giovane età, Giuseppe Moscati dimostra una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui; ma il suo sguardo non si ferma ad esse: penetra fino agli ultimi recessi del cuore umano. Vuole guarire o lenire le piaghe del corpo, ma è, al tempo stesso, profondamente convinto che anima e corpo sono tutt&#8217;uno e desidera ardentemente di preparare i suoi fratelli sofferenti all&#8217;opera salvifica del Medico Divino.</p>
<p>Il 4 agosto 1903, Giuseppe Moscati conseguì la laurea in medicina con pieni voti e diritto alla stampa, coronando così in modo degno il &#8221; curriculum &#8221; dei suoi studi universitari. A distanza di cinque mesi dalla laurea, il dottor Moscati prende parte al concorso pubblico indetto per l&#8217;ufficio di assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli; quasi contemporaneamente sostiene un altro concorso per coadiutore straordinario negli stessi ospedali, a base di prove e titoli. Nel primo dei concorsi, su ventun classificati, riesce secondo; nell&#8217;altro riesce primo assoluto, e ciò in modo così trionfale che &#8211; come si legge in un giudizio qualificato &#8211; &#8221; fece sbalordire esaminatori e compagni &#8220;.</p>
<p>Dal 1904 il Moscati presta servizio di coadiutore all&#8217;ospedale degl&#8217;Incurabili, a Napoli, e fra l&#8217;altro organizza l&#8217;ospedalizzazione dei colpiti di rabbia e, mediante un intervento personale molto coraggioso, salva i ricoverati nell&#8217;ospedale di Torre del Greco, durante l&#8217;eruzione del Vesuvio nel 1906.</p>
<p>Negli anni successivi Giuseppe Moscati consegue l&#8217;idoneità, in un concorso per esami, al servizio di laboratorio presso l&#8217;ospedale di malattie infettive &#8221; Domenico Cotugno &#8220;. Nel 1911 prende parte al concorso pubblico per sei posti di aiuto ordinario negli Ospedali Riuniti e lo vince in modo clamoroso. Si succedono le nomine a coadiutore ordinario, negli ospedali e poi, in seguito al concorso per medico ordinario, la nomina a direttore di sala, cioè a primario. Durante la prima guerra mondiale è direttore dei reparti militari negli Ospedali Riuniti. A questo &#8221; curriculum &#8221; ospedaliero si affiancano le diverse tappe di quello universitario e scientifico: dagli anni universitari fino al 1908, il Moscati è assistente volontario nel laboratorio di fisiologia; dal 1908 in poi è assistente ordinario nell&#8217;Istituto di Chimica fisiologica. Consegue per concorso un posto di studio nella stazione zoologica. In seguito a concorso viene nominato preparatore volontario della III Clinica Medica, e preposto al reparto chimico fino al 1911. Contemporaneamente, percorre i diversi gradi dell&#8217;insegnamento.</p>
<p>Nel 1911 ottiene, per titoli, la Libera Docenza in Chimica fisiologica; ha l&#8217;incarico di guidare le ricerche scientifiche e sperimentali nell&#8217;Istituto di Chimica biologica. Dal 1911 insegna, senza interruzioni, &#8221; Indagini di laboratorio applicate alla clinica &#8221; e &#8221; Chimica applicata alla medicina &#8220;, con esercitazioni e dimostrazioni pratiche. A titolo privato, durante alcuni anni scolastici, insegna a numerosi laureati e studenti semeiologia e casuistica ospedaliera, clinica e anatomo-patologica. Per vari anni accademici espleta la supplenza nei corsi ufficiali di Chimica fisiologica e Fisiologia. Nel 1922, consegue la Libera Docenza in Clinica Medica generale, con dispensa dalla lezione o dalla prova pratica ad unanimità di voti della commissione.</p>
<p>Celebre e ricercatissimo nell&#8217;ambiente partenopeo quando è ancora giovanissimo, il professor Moscati conquista ben presto una fama di portata nazionale ed internazionale per le sue ricerche originali, i risultati delle quali vengono da lui pubblicati in varie riviste scientifiche italiane ed estere. Queste ricerche di pioniere, che si concentrano specialmente sul glicogeno ed argomenti collegati, assicurano al Moscati un posto d&#8217;onore fra i medici ricercatori della prima metà del nostro secolo.</p>
<p>Non sono tuttavia unicamente e neppure principalmente le doti geniali ed i successi clamorosi del Moscati &#8211; la sua sicura metodologia innovatrice nel campo della ricerca scientifica, il suo colpo d&#8217;occhio diagnostico fuori del comune &#8211; che suscitano la meraviglia di chi lo avvicina. Più di ogni altra cosa è la sua stessa personalità che lascia un&#8217;impressione profonda in coloro che lo incontrano, la sua vita limpida e coerente, tutta impregnata di fede e di carità verso Dio e verso gli uomini. Il Moscati è uno scienziato di prim&#8217;ordine; ma per lui non esistono contrasti tra la fede e la scienza: come ricercatore è al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato. L&#8217;accettazione della Parola di Dio non è, d&#8217;altronde, per il Moscati un semplice atto intellettuale, astratto e teorico: per lui la fede è, invece, la sorgente di tutta la sua vita, l&#8217;accettazione incondizionata, calda ed entusiasta della realtà del Dio personale e dei nostri rapporti con lui. Il Moscati vede nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo ama e lo serve in essi. È questo slancio di amore generoso che lo spinge a prodigarsi senza sosta per chi soffre, a non attendere che i malati vadano a lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i suoi propri guadagni. E tutti, ma in modo speciale coloro che vivono nella miseria, intuiscono ammirati la forza divina che anima il loro benefattore. Così il Moscati diventa l&#8217;apostolo di Gesù: senza mai predicare, annuncia, con la sua carità e con il modo in cui vive la sua professione di medico, il Divino Pastore e conduce a lui gli uomini oppressi e assetati di verità e di bontà. Mentre gli anni progrediscono, il fuoco dell&#8217;amore sembra divorare Giuseppe Moscati. L&#8217;attività esterna cresce costantemente, ma si prolungano pure le sue ore di preghiera e si interiorizzano progressivamente i suoi incontri con Gesù sacramentato.</p>
<p>Quando, il 12 aprile 1927, il Moscati muore improvvisamente, stroncato in piena attività, a soli 46 anni, la notizia del suo decesso viene annunciata e propagata di bocca in bocca con le parole: &#8221; È morto il medico santo &#8220;. Queste parole, che riassumono tutta la vita del Moscati, ricevono oggi il suggello ufficiale della Chiesa.</p>
<p>Il Prof. Giuseppe Moscati è stato beatificato da S. S. Paolo VI nel corso dell&#8217;Anno Santo, il 16 novembre 1975.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 07:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati Due grandi santi del nostro tempo Giuseppe Samà s.j. S.Teresa di Lisieux (1873-1897) &#160; &#8220;Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità&#8220;. La mente era incalzata da questa affermazione di Giovanni Paolo II, mentre il treno ci portava, nel giugno scorso, in pellegrinaggio a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati</strong></p>
<p><strong><em>Due grandi santi del nostro tempo</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Giuseppe Samà s.j.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>S.Teresa di Lisieux (1873-1897)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità&#8220;. La mente era incalzata da questa affermazione di Giovanni Paolo II, mentre il treno ci portava, nel giugno scorso, in pellegrinaggio a <strong>Lisieux</strong>: un piccolo gruppo di religiosi e di laici, devoti di <strong>S.Teresa del Bambino Gesù</strong>, e desiderosi di approfondire la sua via dell’ &#8220;infanzia spirituale&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lisieux è una cittadina della Normandia, che appare, vorremmo dire, non inquinata dal turbinio dei grossi centri commerciali: quasi un’oasi di silenzio e di compostezza psicologica, che sollecita lo spirito a scegliere soste di riflessione e di preghiera, la cui urgenza è tanto più avvertita quanto più ossessiva è &#8211; oggi &#8211; l’esaltazione dell’attivismo e dell’efficientismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla Basilica di S.Teresa, che domina le verdi colline della Normandia, alla chiesa del Carmelo e alla cappella dell’<em>Ermitage S.te Thérèse </em>(dove eravamo ospitati e dove si sono svolti i nostri incontri di preghiera e di adorazione eucaristica), abbiamo avuto modo di assimilare esistenzialmente l’itinerario della santità di Teresa, nelle sue varie tappe di crescita interiore, e di rispondenza alla voce dello Spirito, nelle prove di un Getsemani nascosto, da lei vissuto con una generosità non comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla scuola di S.Teresa, definita da <strong>Pio XI</strong> &#8220;Parola di Dio&#8221;, abbiamo riscoperto il fascino dell’infanzia spirituale, radicata nelle paradossali parole di Gesù: &#8220;Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli&#8221; (<em>Mt</em> 18,3). Diventare &#8220;piccoli&#8221; per essere &#8220;grandi&#8221; nel Regno dei Cieli: &#8220;Nulla di puerile e di affettato &#8211; come disse <strong>Paolo VI</strong> &#8211; in questa via insegnata da S.Teresa: è la via della confidenza e dell’abbandono in Dio, o &#8211; come scrive la stessa Teresa &#8211; <em>&#8220;un dormire nelle braccia di Dio nostro Padre&#8221;,</em> che veglia con amore paterno su di noi &#8220;che siamo chiamati e siamo veramente figli di Dio&#8221;" (<em>1 Gv</em> 3,1).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ una vita che, aliena da ogni forma di quietismo e di mediocrità, richiede una fede coraggiosa, un amore incondizionato, una collaborazione perseverante con Cristo Signore, al quale si devono <em>&#8220;gettare i fiori dei piccoli sacrifici&#8221;. </em>E’ una via sicura, che porta alla santità, perché il Signore ci vuole santi. E’ Lui l’artefice della nostra santità, anzi Lui stesso è la nostra santità, come si esprime Teresa nell’<em>Atto di Offerta all’Amore misericordioso:&#8221;Desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e vi domando, mio Dio, di essere voi stesso la mia santità&#8220;. </em>Teresa domanda a Dio di essere Colui che ama in lei, perché è con l’amore di Dio stesso che siamo invitati ad amare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’amore di Teresa per Cristo così si manifesta nelle piccole cose del quotidiano: <em>&#8220;Canterò anche quando dovrò cogliere i miei fiori tra le spine, e il mio canto sarà tanto più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti&#8221; </em>(<em>Manoscritto B,</em> n.258).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La Chiesa del Carmelo a Lisieux</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’amore di Dio, spinto fino all’eroismo, ispira alla nostra Santa &#8211; quindici mesi dopo l’<em>Atto di Offerta</em> &#8211; quello che Laurentin (nel suo libro &#8220;Iniziazione alla vera Teresa di Lisieux&#8221;) ha definito il suo &#8220;manifesto&#8221;, vibrante di accenti mistici, scritto sotto forma di lettera alla sorella Maria (<em>Manoscritto B,</em> nn.250-254). Nell’animo di Teresa tumultuano desideri e sogni irrealizzabili, contrastanti tra loro, sembra che il Carmelo non basti più al suo cuore tormentato da tante vocazioni: <em>&#8220;Sento &#8211; </em>così si esprime &#8211; <em>la vocazione del sacerdote, dell’apostolo, del dottore, del martire&#8230; [...] Gesù mio, che cosa risponderai a tutte le mie follie?&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il Signore risponde a Teresa attraverso la lettura della I Lettera ai Corinzi (<em>1 Cor</em> 12-13), in cui l’apostolo Paolo, dopo aver paragonato la Chiesa ad un organismo vivente, composto di varie membra con funzioni diverse e complementari, aggiunge che esiste &#8220;una via migliore di tutte&#8221;, senza la quale anche i doni più perfetti sono nulla: l’amore (&#8220;agàpe&#8221;).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Teresa esulta: &#8220;<em>Ho trovato finalmente la mia vocazione! La mia vocazione è l’amore! nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore. Così sarò tutto, e il mio sogno sarà realizzato&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Così la &#8220;piccola Teresa&#8221;, varcando spiritualmente le anguste mura del Carmelo, si è messa &#8220;nel cuore della Chiesa&#8221;, facendone sue le necessità e le angosce. E’ quanto ha voluto confermare <strong>Pio XI</strong>, quando ha proclamato &#8211; nel 1927 &#8211; <strong>S.Teresa di Lisieux Patrona delle Missioni</strong>, sullo stesso piano del più grande missionario dei tempi moderni, <strong>San Francesco Saverio</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>S. Giuseppe Moscati (1880-1927)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Man mano che le riflessioni teresiane si susseguivano nella cappella dell’<em>Ermitage, </em>non poteva sfuggire alla nostra mente qualche punto di accostamento ideale tra la Santa carmelitana, Teresa di Gesù Bambino, e il nostro <strong>San Giuseppe Moscati</strong>, &#8220;il Medico Santo di Napoli&#8221;, illustre clinico, scienziato e docente universitario, morto nel 1927 all’età di 47 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla corrispondenza del nostro Santo sappiamo che egli fu molto devoto di S.Teresa di Lisieux, della quale teneva esposto, nella sua camera, un grande ritratto, che ora si conserva nelle &#8220;Sale Moscati&#8221; della chiesa del Gesù Nuovo. Il quadro porta la dicitura: &#8220;Beata Teresa del Bambino Gesù&#8243;, perché fu acquistato dopo la Beatificazione, avvenuta a Roma il 29 aprile 1923, per opera di Pio XI.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>18 luglio 1923</strong> &#8211; dunque pochi mesi dopo la beatificazione di Teresa &#8211; Moscati accenna ad una tentazione di scoraggiamento, superata in seguito ad alcune parole di Teresa su questo fenomeno e riportate nella &#8220;Storia di un’Anima&#8221;: &#8220;<em>Pochi giorni innanzi, leggevo nell’autobiografia della </em><strong><em>beata Teresa del Bambino Gesù</em></strong><em> una frase fatta per me: </em>&#8220;Anche lo scoraggiamento, mio Dio, è peccato&#8221;.<em> Sì, è un peccato di superbia, perché mi fa credere che possa aver accettato un’auto-opinione di aver fatto grandi cose! Quando invece si è stati sempre un servo inutile&#8221; </em>(le citazioni delle parole di Moscati sono tratte dal libro di Alfredo Marranzini s.j.: <em>Giuseppe Moscati, modello del laico cristiano di oggi,</em> Roma 1989).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcune sue lettere, scritte da Edimburgo nel <strong>1923</strong>, contengono riferimenti alla &#8220;Beata&#8221; carmelitana. Nella lettera del 24 luglio 1923 alla sorella Nina, Moscati la informa di avere visitato la casa dei gesuiti presso la Lauriston Place, e precisa: <em>&#8220;Entrai e trovai esposta l’immagine della </em><strong><em>beata Teresa del Bambino Gesù</em></strong><em>&#8220;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un’altra lettera &#8211; sempre datata del luglio 1923 &#8211; così scrive alla sorella: <em>&#8220;Ho promesso a Miss Nasmyth di inviarle il testo francese della </em><strong><em>beata Teresa</em></strong><em>. Anzi, Nina, tu potresti inviarglielo a mio nome&#8221;</em>. Questo anche perché Moscati si sentiva obbligato per le tante premure di ospitalità che Miss Nasmyth aveva avuto nei suoi confronti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al ritorno da Edinburgo, il nostro Santo approfitta di una sosta a Parigi per scrivere ai familiari, con questo post-scriptum: &#8220;<em>Qui ho trovato finora terminate le edizioni della </em>&#8220;Vie de la bienheurese Thérèse <em>etc.&#8221;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’altra testimonianza di come la spiritualità di S.Teresa di Gesù Bambino abbia influito sull’animo di S.Giuseppe Moscati, l’abbiamo in una lettera che il Santo scrive il <strong>7 marzo 1924</strong>. Moscati si recava a Lecce quasi ogni mese, e qui, avendo conosciuto la figlia del Notaio De Magistris, le aveva inculcato la devozione verso l’allora Beata Teresa. Avendo avuto notizia della precoce morte di questa ragazza, Moscati scrive al padre queste commoventi parole:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La basilica di S. Teresa a Lisieux</em></p>
<p><em>&#8220;Ho qui sul mio tavolino, tra i primi fiori di primavera, il ritratto di vostra figlia, e mi soffermo, mentre vi scrivo, a meditare sulla caducità delle umane cose!</em></p>
<p><em> Bellezza, ogni incanto della vita passa&#8230;</em></p>
<p><em> Resta solo eterno l’amore, causa di ogni opera buona, che sopravvive a noi, che è speranza e religione, perché l’amore è Dio. Anche l’amore terreno Satana cercò d’inquinare, ma Dio lo purificò attraverso la morte. Grandiosa morte che non è fine, ma è principio del sublime e del divino, al cui cospetto questi fiori e la bellezza son nulla!</em></p>
<p><em> Il vostro angelo, rapito nei suoi verdi anni, come la sua diletta amica, ritrovata negli ultimi giorni, la </em><strong><em>beata Teresa</em></strong><em>, assiste voi e la mamma sua dal cielo&#8221;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste citazioni ci sollecitano a pensare che S.Giuseppe Moscati attingesse dalla devozione a S.Teresa di Lisieux forza e consolazione, per vivere la sua vita interiore impregnata di profonda unione con Dio e di partecipazione eucaristica. I suoi lunghi incontri mattutini con il Signore nella chiesa del Gesù Nuovo, o in quella di S.Chiara, si configuravano come un centro di gravitazione delle sue giornate massacranti di lavoro e di dedizione agli ammalati, nei quali egli serviva ed amava &#8220;la figura di Gesù Cristo&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era lo spirito di Gesù Eucaristico, di cui Moscati si nutriva ogni mattina, che lo spingeva a fare della sua professione &#8220;un sacerdozio dei corpi e delle anime&#8221;. Così egli si esprime in una lettera del 1926: <em>&#8220;Beati noi medici, tanto spesso incapaci di allontanare una malattia, beati noi se ci ricordiamo che oltre ai corpi abbiamo di fronte delle anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi&#8221;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>S.Giuseppe Moscati non ci ha lasciato documenti scritti, in base ai quali si potesse ricostruire la storia dei suoi rapporti intimi con il Signore. Però un suo biglietto, ritrovato dopo la morte, ci fa capire quanto egli fosse innamorato del Signore Gesù: quasi eco fedelissima dell’&#8221;amore fino alla follia&#8221; di S.Teresa di Lisieux:</p>
<p><em>&#8220;Mio Gesù Amore &#8211; </em>leggiamo in questo biglietto del 5 giugno 1922 &#8211; <em>il vostro amore mi rende sublime; il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature, all’infinita bellezza di tutti gli essere creati a vostra immagine e somiglianza&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ci sembra di ascoltare la voce ispirata di S.Teresa del Bambino Gesù, la &#8220;Santa dell’amore&#8221;, nel leggere questo pensiero di S.Giuseppe Moscati: <em>&#8220;Esercitiamoci ogni giorno nella carità. Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi ogni momento, offerta delle nostre azioni, compiendo tutto per amore&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Dal nostro Santo emanava un tale ardore di carità evangelica da trasformarsi in una silenziosa germinazione di quelli che Paolo VI chiamò &#8220;i fioretti del Professore Moscati&#8221;. Spesso tra i malati c’era chi trovava una banconota di grosso taglio sotto il proprio cuscino, e non poche volte era lo stesso Moscati a provvedere alle spese delle medicine e a quanto occorreva per gli ammalati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per S.Giuseppe Moscati il Vangelo della carità, testimoniato nel quotidiano, è inscindibile dall’amore e dal servizio alla verità, come si legge in un biglietto da lui scritto il 17 ottobre 1922:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il manoscritto di Moscati</em></p>
<p><em>&#8220;</em><strong><em>Ama la Verità</em></strong><em>, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo scritto &#8211; di puro sapore evangelico &#8211; inquadrato nel contesto socioculturale in cui visse e operò S.Giuseppe Moscati, saturo di positivismo e di incredulità, ne delinea l’identità di uomo e di credente: sempre pronto a combattere la &#8220;buona battaglia della fede&#8221;, a camminare nella verità che è Cristo, il quale rende il cristiano libero e vittorioso sulla mentalità del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricerca e l’amore alla verità, attraverso cui si è plasmata la personalità umana e cristiana di Moscati, ha caratterizzato lo stile di vita personale e comunitaria della &#8220;piccola Teresa&#8221;, che durante la malattia ripeteva: <em>&#8220;Io mi nutro solo della verità&#8221; (Novissima Verba).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Una delle ultime parole di Teresa &#8211; poche ore prima di morire, il 30 settembre 1897 &#8211; sono allo stesso tempo semplici e vere: <em>&#8220;Mi pare di aver cercato sempre la verità sola. Sì, ho capito l’umiltà del cuore&#8221;. </em>Quella &#8220;umiltà &#8211; rileva von Balthasar &#8211; che sta sul filo del rasoio tra l’abisso della verità e quello della menzogna; l’umiltà che non è una virtù, ma la convinzione di non avere virtù, perché tutto viene da Dio&#8221;.</p>
<div id="attachment_1204" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/05/Giuseppe_Moscati.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1204" title="Giuseppe_Moscati" src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/05/Giuseppe_Moscati-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">S. Giuseppe Moscati</p></div>
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<p><strong><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/index.php/2011/05/17/san-giuseppe-moscati-biografia/">Biografia</a></strong></p>
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		<title>Lo rifarei oggi per ciascuno di voi &#8211; Domenica delle Palme &#8211; Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 07:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Domenica delle Palme]]></category>
		<category><![CDATA[Settimana Santa]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMENICA  DELLE  PALME &#160; &#160; “Lo rifarei oggi per ciascuno di voi” &#160; Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>DOMENICA  DELLE  PALME</h1>
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<h2>“Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”</h2>
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<p>Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed è vivo? Ne consegue &#8211; se è risorto e vivo qui &#8211; che siamo obbligati a passare da un racconto in terza persona, “questo gli accadde”, a un dialogo a tu per Tu.<strong> </strong>Non si può rileggere la Passione senza poi alzare gli occhi al Signore per qualche pensiero. O forse solo per qualche grande palpito del cuore: “Signore, ti siamo immensamente riconoscenti. Signore, siamo stupiti di questa tua storia che nessuno di noi ti aveva chiesto. Siamo anche un po’ confusi, perché essa  ci rivela  quanto ci hai amati, e forse non stiamo comprendendo e contraccambiando l’amore come Tu ti aspetteresti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Gesù a sua volta  non cambia, ed è ancora Lui che ci conforta. Prima di tutto, vivo e risorto, ci conferma che per noi ricomincerebbe da capo: “Non rimpiango nulla della mia passione e  morte. Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”.</p>
<p>Questo è Dio. <strong>Il suo amore non cambia</strong> e, proprio perché è un amore che attende una risposta, chiede a ciascuno di noi se vogliamo fare un passo avanti verso di lui: “Volete? Avendo risentito la storia del mio amore per voi che io rivivrei, volete provare a ricambiarlo meglio?”.</p>
<p>Lo chiede a chi di noi è più vicino a lui, a chi di noi è più lontano, non importa: “Provate ad amarmi!”. Questo invito ha molti significati: “Io ci sono, il mio Tabernacolo è per voi, venite! Io ci sono, il mio  perdono è per voi, accettatelo! Io ci sono, la mia parola è per voi, ascoltatela! Io  sono nei fratelli più poveri, venite a cercarmi!”.</p>
<p>La Passione deve concludersi in un dialogo, che è attuale quanto mai e ha il grande pregio &#8211; poiché <strong>Gesù è vivo</strong> &#8211; di continuare nei giorni. Un racconto si dimentica, non possiamo ricordarlo come lo abbiamo ascoltato, ma un colloquio non si dimentica, se deve diventare vita.</p>
<p>Allora guardiamo questo Gesù che ci guarda, e facciamo in modo che la nostra professione di fede non sia una formula recitata, ma la voce del cuore: nelle parole, che sono giustamente quelle, Gesù sentirà che gli stiamo rispondendo il nostro “Sì”.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; Conferenza del 11 aprile 2011 &#8211; Santuario della Consolata Torino</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 15:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo della Mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino. Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente. qui di seguito  vogliate trovare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1198" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1198" title="In Gesù Cristo salvati dal finito" src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">In Gesù Cristo salvati dal finito</p></div>
<p>Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino.</p>
<p>Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente.</p>
<p style="text-align: left;">qui di seguito  vogliate trovare la registrazione degli interventi  di Don Dario Berruto, Prof. Rinaldo Bertolino e Prof. Riconda</p>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.01%20Voice%20Memo.m4a">Prima Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.51%20Voice%20Memo.m4a">Seconda Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
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		<title>Il Papa: santa Teresa di Lisieux, una meravigliosa storia d&#8217;Amore</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 06:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo della Piccola Via]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa di Lisieux]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle sante più conosciute e amate. La &#8220;piccola Teresa&#8221; non ha mai smesso di aiutare le anime più semplici, i piccoli, i poveri e i sofferenti che la pregano, ma ha anche illuminato tutta la Chiesa con la sua profonda dottrina spirituale, a tal punto che il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, nel 1997, ha voluto darle il titolo di Dottore della Chiesa, in aggiunta a quello di Patrona delle Missioni, già attribuitole da Pio XI nel 1939. Il mio amato Predecessore la definì &#8220;esperta della <em>scientia amoris</em>&#8221; (<em>Novo Millennio ineunte, </em>27). Questa <em>scienza</em>, che vede risplendere nell&#8217;amore tutta la verità della fede, Teresa la esprime principalmente nel <em>racconto della sua vita</em>, pubblicato un anno dopo la sua morte sotto il titolo di <em>Storia di un&#8217;anima.</em> E’ un libro che ebbe subito un enorme successo, fu tradotto in molte lingue e diffuso in tutto il mondo. Vorrei invitarvi a riscoprire questo piccolo-grande tesoro, questo luminoso commento del Vangelo pienamente vissuto! La <em>Storia di un&#8217;anima</em>, infatti, è una meravigliosa <em>storia d&#8217;Amore,</em> raccontata con una tale autenticità, semplicità e freschezza che il lettore non può non rimanerne affascinato! Ma qual è questo Amore che ha riempito tutta la vita di Teresa, dall’infanzia fino alla morte? Cari amici, questo Amore ha un Volto, ha un Nome, è Gesù! La Santa parla continuamente di Gesù. Vogliamo ripercorrere, allora, le grandi tappe della sua vita, per entrare nel cuore della sua dottrina.</p>
<p>Teresa nasce il 2 gennaio 1873 ad Alençon, una città della Normandia, in Francia. E&#8217; l&#8217;ultima figlia di Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, beatificati insieme il 19 ottobre 2008. Ebbero nove figli; di essi quattro morirono in tenera età. Rimasero le cinque figlie, che diventarono tutte religiose. Teresa, a 4 anni, rimase profondamente ferita dalla morte della madre (Ms A, 13r). Il padre con le figlie si trasferì allora nella città di Lisieux, dove si svolgerà tutta la vita della Santa. Più tardi Teresa, colpita da una grave malattia nervosa, guarì per una grazia divina, che lei stessa definisce il &#8220;sorriso della Madonna&#8221; (<em>ibid.</em>, 29v-30v). Ricevette poi la Prima Comunione, intensamente vissuta (<em>ibid.</em>, 35r), e mise Gesù Eucaristia al centro della sua esistenza.</p>
<p>La &#8220;Grazia di Natale&#8221; del 1886 segna la grande svolta, da lei chiamata la sua &#8220;completa conversione&#8221; (<em>ibid.</em>, 44v-45r). Guarisce, infatti, totalmente dalla sua ipersensibilità infantile e inizia una &#8220;corsa da gigante&#8221;. All&#8217;età di 14 anni, Teresa si avvicina sempre più, con grande fede, a Gesù Crocifisso, e si prende a cuore il caso, apparentemente disperato, di un criminale condannato a morte e impenitente (<em>ibid.</em>, 45v-46v). &#8220;Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell&#8217;inferno&#8221;, scrive la Santa, con la certezza che la sua preghiera lo avrebbe messo a contatto con il Sangue redentore di Gesù. E&#8217; la sua prima e fondamentale esperienza di <em>maternità spirituale</em>: &#8220;Tanta fiducia avevo nella Misericordia Infinita di Gesù&#8243;, scrive. Con Maria Santissima, la giovane Teresa ama, crede e spera con &#8220;un cuore di madre&#8221; (cfr PR 6/10r).</p>
<p>Nel novembre del 1887, Teresa si reca in pellegrinaggio a Roma insieme al padre e alla sorella Celina (<em>ibid.</em>, 55v-67r). Per lei, il momento culminante è l&#8217;Udienza del Papa Leone XIII, al quale domanda il permesso di entrare, appena quindicenne, nel Carmelo di Lisieux. Un anno dopo, il suo desiderio si realizza: si fa Carmelitana, &#8220;per salvare le anime e pregare per i sacerdoti&#8221; (<em>ibid.</em>, 69v). Contemporaneamente, inizia anche la dolorosa ed umiliante malattia mentale di suo padre. E’ una grande sofferenza che conduce Teresa alla contemplazione del Volto di Gesù nella sua Passione (<em>ibid.</em>, 71rv). Così, il suo nome da Religiosa - <em>suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo </em>- esprime il programma di tutta la sua vita, nella comunione ai Misteri centrali dell&#8217;Incarnazione e della Redenzione. La sua professione religiosa, nella festa della Natività di Maria, l’8 settembre 1890, è per lei un vero matrimonio spirituale nella &#8220;piccolezza&#8221; evangelica, caratterizzata dal simbolo del fiore: &#8220;Che bella festa la Natività di Maria per diventare la sposa di Gesù! &#8211; scrive &#8211; Era la <em>piccola </em>Vergine Santa di un giorno che presentava il suo <em>piccolo </em>fiore al <em>piccolo </em>Gesù&#8243; (<em>ibid.</em>, 77r). Per Teresa essere religiosa significa essere <em>sposa di Gesù e madre delle anime</em> (cfr Ms B, 2v). Lo stesso giorno, la Santa scrive una preghiera che indica tutto l&#8217;orientamento della sua vita: chiede a Gesù il dono del suo Amore infinito, di essere la più piccola, e sopratutto chiede la salvezza di tutti gli uomini: &#8220;Che nessuna anima sia dannata oggi&#8221; (Pr 2). Di grande importanza è la sua <em>Offerta all&#8217;Amore Misericordioso</em>, fatta nella festa della Santissima Trinità del 1895 (Ms A, 83v-84r; Pr 6): un&#8217;offerta che Teresa condivide subito con le sue consorelle, essendo già vice maestra delle novizie.</p>
<p>Dieci anni dopo la &#8220;Grazia di Natale&#8221;, nel 1896, viene la &#8220;Grazia di Pasqua&#8221;, che apre l&#8217;ultimo periodo della vita di Teresa, con l&#8217;inizio della sua passione in unione profonda alla Passione di Gesù; si tratta della passione del corpo, con la malattia che la condurrà alla morte attraverso grandi sofferenze, ma soprattutto si tratta della passione dell&#8217;anima, con una dolorosissima <em>prova della fede</em> (Ms C, 4v-7v). Con Maria accanto alla Croce di Gesù, Teresa vive allora la fede più eroica, come luce nelle tenebre che le invadono l’anima. La Carmelitana ha coscienza di vivere questa grande prova per la salvezza di tutti gli atei del mondo moderno, chiamati da lei &#8220;fratelli&#8221;. Vive allora ancora più intensamente l&#8217;amore fraterno (8r-33v): verso le sorelle della sua comunità, verso i suoi due fratelli spirituali missionari, verso i sacerdoti e tutti gli uomini, specialmente i più lontani. Diventa veramente una &#8220;sorella universale&#8221;! La sua carità amabile e sorridente è l&#8217;espressione della gioia profonda di cui ci rivela il segreto: &#8220;Gesù, la mia gioia è amare Te&#8221; (P 45/7). In questo contesto di sofferenza, vivendo il più grande amore nelle più piccole cose della vita quotidiana, la Santa porta a compimento la sua vocazione di essere l’Amore nel cuore della Chiesa (cfr Ms B, 3v).</p>
<p>Teresa muore la sera del 30 settembre 1897, pronunciando le semplici parole &#8220;Mio Dio, vi amo!&#8221;, guardando il Crocifisso che stringeva nelle sue mani. Queste ultime parole della Santa sono la chiave di tutta la sua dottrina, della sua interpretazione del Vangelo. L&#8217;atto d&#8217;amore, espresso nel suo ultimo soffio, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore. Le semplici parole &#8220;<em>Gesù Ti amo</em>&#8221; sono al centro di tutti i suoi scritti. L&#8217;atto d&#8217;amore a Gesù la immerge nella Santissima Trinità. Ella scrive: &#8220;Ah tu lo sai, Divin Gesù Ti amo, / Lo Spirito d&#8217;Amore m&#8217;infiamma col suo fuoco, / E&#8217; amando Te che io attiro il Padre&#8221; (P 17/2).</p>
<p>Cari amici, anche noi con santa Teresa di Gesù Bambino dovremmo poter ripetere ogni giorno al Signore che vogliamo vivere di amore a Lui e agli altri, imparare alla scuola dei santi ad amare in modo autentico e totale. Teresa è uno dei &#8220;piccoli&#8221; del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l&#8217;umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo. E tale lettura della Bibbia, nutrita dalla <em>scienza dell’amore</em>, non si oppone alla scienza accademica. La <em>scienza dei santi</em>, infatti, di cui lei stessa parla nell&#8217;ultima pagina della <em>Storia di un&#8217;anima</em>, è la scienza più alta &#8220;Tutti i santi l&#8217;hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l&#8217;universo con l&#8217;irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall&#8217;orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d&#8217;Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa <em>scienza divina</em> che affascina i geni più grandi?&#8221; (Ms C, 36r). Inseparabile dal Vangelo, l&#8217;Eucaristia è per Teresa il Sacramento dell&#8217;Amore Divino che si abbassa all&#8217;estremo per innalzarci fino a Lui. Nella sua ultima <em>Lettera</em>, su un&#8217;immagine che rappresenta Gesù Bambino nell&#8217;Ostia consacrata, la Santa scrive queste semplici parole: &#8220;Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (&#8230;) Io Lo amo! Infatti, Egli non è che Amore e Misericordia!&#8221; (LT 266).</p>
<p>Nel Vangelo, Teresa scopre soprattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: &#8220;A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (&#8230;) Allora tutte mi paiono raggianti d&#8217;amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivestita d&#8217;amore&#8221; (Ms A, 84r). Così si esprime anche nelle ultime righe della <em>Storia di un&#8217;anima</em>: &#8220;Appena do un&#8217;occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre&#8230; Non è al primo posto, ma all&#8217;ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui&#8221; (Ms C, 36v-37r). &#8220;Fiducia e Amore&#8221; sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua &#8220;piccola via di fiducia e di amore&#8221;, dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fiducia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inseparabile dall&#8217;impegno forte, radicale del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre, come dice la Santa contemplando Maria: &#8220;Amare è dare tutto, e dare se stesso&#8221; (<em>Perché ti amo, o Maria</em>, P 54/22). Così Teresa indica a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all&#8217;Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri.</p>
<p>S.S. Benedetto XVI</p>
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		<title>Le reliquie di Santa Teresina di Lisieux in Terra Santa</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 09:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le reliquie di Santa Teresina di Lisieux a Gerusalemme 2.000 persone festeggiano il loro arrivo nella Città Santa GERUSALEMME, venerdì, 18 marzo 2011 (ZENIT.org).- Una moltitudine in festa ha accolto questo mercoledì l&#8217;arrivo solenne, per la prima volta nella storia, delle reliquie di Santa Teresina di Lisieux nella Città Santa di Gerusalemme. La visita in Terra Santa è diventata un grande evento per le comunità cristiane, che la attendevano dal 1977. Secondo quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>Le reliquie di Santa Teresina di Lisieux a Gerusalemme</h5>
<h6>2.000 persone festeggiano il loro arrivo nella Città Santa</h6>
<div>
<p>GERUSALEMME, venerdì, 18 marzo 2011 (ZENIT.org).- Una moltitudine in festa ha accolto questo mercoledì l&#8217;arrivo solenne, per la prima volta nella storia, delle reliquie di Santa Teresina di Lisieux nella Città Santa di Gerusalemme.</p>
<p>La visita in Terra Santa è diventata un grande evento per le comunità cristiane, che la attendevano dal 1977.</p>
<p>Secondo quanto ha sottolineato la Custodia di Terra Santa, il reliquiario con i resti della Santa è stato accolto con grande calore e affetto dai cristiani locali. Non è un caso, ricordano gli organizzatori, che la stessa Santa abbia paragonato il suo ingresso nel Carmelo con quello di Cristo a Gerusalemme.</p>
<p>Una processione animata dagli scout ha ricevuto la Santa alla porta di Jaffa, che dà accesso al Quartiere Cristiano della Città Vecchia, e l&#8217;ha accompagnata alla Chiesa patriarcale, dove il reliquiario è stato esposto per tutto il giorno alla venerazione dei fedeli.</p>
<p>“La più grande Santa dei tempi moderni ci viene oggi incontro”, ha affermato il Patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, al termine della processione e della recita dei Vespri nella Chiesa patriarcale.</p>
<p>“Invochiamo la Grazia per l&#8217;unità di noi Cristiani e anche per l&#8217;unità con i nostri fratelli ebrei e musulmani&#8230; e chiediamo la grazia per l&#8217;attuazione delle disposizioni del recente Sinodo”, ha aggiunto.<br />
<strong><br />
Visita di due mesi</strong></p>
<p>Santa Teresina di Lisieux resterà in Terra Santa per due mesi. Le sue reliquie sono arrivate lunedì in aereo. Una delegazione guidata dal Nunzio Apostolico, monsignor Antonio Franco, e dai rappresentanti dell&#8217;Associazione dei Carmelitani di Terra Santa le ha accolte con emozione all&#8217;aeroporto Ben Gurion.</p>
<p>“E&#8217; una grande grazia per la Chiesa locale&#8230; Ella viene a parlarci&#8230; la Chiesa desidera essere attenta al suo messaggio, al suo amore per Cristo e al suo totale abbandono al Padre&#8230; Al di sopra di tutto,Teresa parlerà alle anime di coloro che apriranno il cuore”, ha affermato monsignor Franco durante il benvenuto.</p>
<p>La permanenza durerà fino al 31 maggio prossimo. Il reliquiario si trova questa settimana a Haifa,  e nella prossima visiterà, tra gli altri luoghi, Nazareth e Tiberiade. Il 4 aprile sarà alla Domus Galilaeae, e la Domenica delle Palme con i Carmelitani di Nazareth.</p>
<p>Per la Settimana Santa, il reliquiario si recherà a Gerusalemme e Betlemme, con le monache carmelitane delle due città. Quasi al termine del suo percorso, sarà portato a Ramallah, Gerico e Gaza.</p>
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		<title>La nostra gioia è in Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 17:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[beatitudini]]></category>
		<category><![CDATA[discorso della monttagna]]></category>
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		<description><![CDATA[La nostra gioia è in Dio 4 Domenica tempo ordinario Anno A Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro. Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>La nostra gioia è in Dio</h1>
<p>4 Domenica tempo ordinario Anno A</p>
<p>Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a</p>
<p>La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro.</p>
<p>Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel momento della vita di Gesù a cui si riferiscono. Matteo inizia con questa pagina i tre capitoli del suo Vangelo, il quinto, il sesto e il settimo, chiamati «Il discorso della montagna»; essi co­stituiscono quella che potrebbe dirsi la divina Costituzione: come deve vivere il popolo di Dio, l&#8217;insieme di norme che reggono il suo ordinamento morale. Gesù non ha predicato i Comandamen­ti, li ha semplicemente presupposti, ma ci ha indicato questa nuo­vissima maniera di vivere, che soltanto grazie a Lui diventava rea­lizzabile, e che era la rivelazione della possibilità di un mondo rinnovato.</p>
<p><span id="more-1138"></span>Le parole, che precedono questo discorso: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buo­na novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo», ci dicono che Gesù sta attraversando un momento straor­dinariamente favorevole del suo ministero cominciato da poco. Egli attira a sé gente sempre più numerosa, diventa veramente l&#8217;uomo più famoso, ma la sua fama non è ancora legata alla sua dottrina, bensì ai suoi meravigliosi prodigi: “ .. .la sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati”.</p>
<p>Matteo moltiplica i termini per dire che erano proprio le perso­ne sofferenti ad accorrere da Gesù: «i malati, tormentati da varie ma­lattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici»; questo mondo di sof­ferenza si raccoglieva attorno a Gesù, ed Egli semplicemente li guariva. Perciò grandi folle cominciarono a seguirlo, e Matteo ci dà un&#8217;ulteriore informazione indicando le regioni di provenienza: Ga­lilea, Decàpoli, Gerusalemme, Giudea e i territori oltre il Giordano. Non si tratta tanto di una descrizione geografica, quanto, secondo l&#8217;intendimento dei suoi primi ascoltatori, della descrizione della Palestina felice, della terra promessa da Dio, quella «dove scorre lat­te e miele»: è quindi anche un&#8217;indicazione mistica e spirituale.</p>
<p>Gesù si trova di fronte a questa immensa folla che cresce e che è senza dubbio entusiasta di Lui. «Vedendo le folle, ecco l&#8217;altra reazione di Gesù dopo averle guarite -Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, &#8230; prendendo allora la parola, li ammaestrava». Anche questa è una formula molto solenne, perché per gli Ebrei la mon­tagna non era solo luogo fisico, ma il monte di Mosè, il luogo del­l&#8217;alleanza, il Sinai. Gesù quindi è presentato da Matteo come il nuovo Mosè, quello che definirà, una volta per tutte, la comunio­ne tra Dio e il suo popolo.</p>
<p>La montagna non è una specie di pulpito più alto, ma il luogo da cui Dio parla perché la sua sapienza si effonda su tutti quelli che ascoltano. E anche tra loro Matteo stabilisce una distinzione: « &#8230;gli si avvicinarono i suoi discepoli», mentre attorno c&#8217;era la marea della gente.</p>
<p>Quanti di questa folla diventeranno discepoli? Non si sa, certo non tutti. A queste persone entusiaste di Lui Gesù propone il con­fronto non più con la sua capacità di guarire -l&#8217;hanno accettata pienamente -, ma con la sua capacità di salvare evangelizzando. Egli vuole che si confrontino con la sua dottrina, con la sua inter­pretazione autentica della vita umana. È un grande momento, un fondamentale salto di qualità! Se infatti Gesù avesse cominciato il suo discorso dicendo: «Beati &#8230; » e avesse continuato domandando:</p>
<p>«Chi sono i beati?», non c&#8217;è dubbio che tutti coloro che erano gua­riti e felici avrebbero risposto: «Noi!». A questa gente felice, già guarita o che si aspettava di diventarlo, Gesù propone dunque il discorso giusto, ma con un colpo d&#8217;ala che cambia tutto: «Vi ho re­si felici ma, se v&#8217;interrogassi sulle ragioni della vostra felicità, mi rispondereste soltanto che siete felici perché vi ho guariti. Invece vi devo dire altre cose sulla felicità».</p>
<p>Oggi la scienza comparata delle religioni ci consente di sfo­gliare tutti i testi delle letterature religiose del mondo di ogni epo­ca. Ebbene, non esiste una pagina comparabile a questa, dove, po­nendo Dio al centro -perché è Dio al centro di questo discorso -si affronta il tema della nostra gioia, ma in una maniera del tutto im­prevedibile, che metterà alla prova la fede di chi ascolta. E anche a noi oggi è chiesto di confrontarci con questa pagina. Non è det­to che l&#8217;abbiamo già accettata tutta, non teoricamente certo, ma nel vissuto di ogni giorno.</p>
<p>Il Signore ha dunque reso contenti i suoi ascoltatori e, appena compiuto quest&#8217; opera, «sposta» la gioia da ciò che l&#8217;ha causata, cioè le guarigioni, a Colui che le guarigioni ha compiute: «Non sarete mai felici se non metterete praticamente al centro della vita Dio, e solo Lui». E poteva permettersi di fare questa affer­mazione, perché li aveva resi felici, quindi era del tutto credibile. Ciò non toglie che il salto sia notevole. Il discorso è tutto centrato su Dio. Egli è nominato spesso in queste Beatitudini e in tutte le pagine che seguono, qualche volta in modo esplicito: «i puri di cuo­re &#8230; vedranno Dio» oppure «gli operatori di pace &#8230; saranno chiamati</p>
<p>figli di Dio» o ancora, con un&#8217; espressione equivalente, « &#8230; di essi è il regno dei cieli», cioè Dio, la sua presenza, la sua gioia.</p>
<p>Tu, cristiano, ti stupisci perché non sei felice, ma quanta impor­tanza hai dato a questo discorso che ti diceva che la tua gioia è in Dio? L&#8217;hai invece cercata nell&#8217;oggetto che ti piaceva, nel primo in­namoramento, nella tua vita anche ben organizzata, nel lavoro, nel matrimonio, nella famiglia &#8230; Avevi ragione a cercarla, ma ti sba­gliavi a farlo ovunque: avresti dovuto subito cominciare da Dio.</p>
<p>E Lui, che ti vuole bene ed è paziente, ti ha guardato cammi­nare, sbagliare, soffrire e, a poco a poco, ti ha condotto ad accor­gertene e a dire finalmente: «Ora so che Tu, Signore, sei la mia gioia, e ne sono convinto non solo perché ho riflettuto, ma perché lo sento nel cuore. La mia gioia la trovo quando sto con Te, quan­do t&#8217;incontro nel silenzio della mia preghiera, quando rileggo una pagina di Vangelo, quando incontro gli altri nella carità che Tu hai insegnato. Ora so, Signore, che avevi ragione».</p>
<p>Quel giorno Gesù aveva già ragione evidentemente, ma lan­ciava un messaggio che doveva fare una lunga strada nel cuore delle generazioni, e ora è offerto a noi: «Vi ho guariti, sÌ, ma non fermatevi a questo, non ingannatevi. La gioia che vi ho data non è la gioia: fate un passo oltre, guardate Dio». E a questo punto c&#8217;è un&#8217;altra sorpresa: per Gesù la gioia non è soltanto un sentimen­to felice di qualche attimo, ma è una maniera di vivere. Non sol­tanto Egli ci dice che la gioia viene da Dio, ma ci indica anche la strada per raggiungerla.</p>
<p>Le Beatitudini hanno sempre meravigliato tutti, perché sono cosÌ lontane dal comune pensare e cosÌ misteriosamente attraenti, e dunque ci intimidiscono, eppure ancora di più ci attirano in tut­te le loro maniere di presentare la stessa strada: i poveri, gli afflit­ti, i miti, gli affamati di giustizia di Dio sono persone in cui ci ri­conosciamo, e siamo convinti che è il modo giusto per arrivare a Dio, non quello della facilità e di tutto ciò che essa, fin che può, ci procura.</p>
<p>«Il discorso della montagna» non è molto lungo: sono tre capi­toli che vi consiglio di continuare a leggere, mese per mese, ripren­dendo sempre da capo. Non importa che li sappiate a memoria, sa­ranno sempre per il vostro cuore un nutrimento stupendo. Impa­rerete il Vangelo una volta di più e, mentre lo leggerete, lo Spirito vi suggerirà la situazione nuova dove non l&#8217;avevate ancora applicato, e invece lo farete. Il Vangelo s&#8217;impara cosÌ. Queste sono le pagine che dovremmo insegnare ai piccoli in famiglia; nella nostra infan­zia in genere non ce le hanno fatte conoscere; impariamole bene al­meno da adulti, come se fossimo noi stessi dei piccoli.</p>
<p>La verità profondissima, che Gesù, nuovo e definitivo Mosè, ci annuncia -Dio al centro, la nostra gioia possibile attraverso queste strade -, presume, però, da parte nostra un particolare at­teggiamento. La pagina di Paolo è molto forte nell&#8217;indicarcelo: bi­sogna che noi non andiamo da Gesù come se fossimo già dei sa­pienti, persone che sanno tutto e vanno a vedere che cosa dice questo Maestro di Nazaret, per giudicare della sua dottrina. È tra il folle ed il ridicolo questa posizione, anche se è piuttosto diffusa perché siamo in genere arroganti e presuntuosi.</p>
<p>Paolo ci dice che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto» e ci esorta a essere umili di fronte a Lui: «Signore, davanti a Te io non so niente, però Tu ci sei e mi illumini. Non solo non capisco nien­te, ma sono capace anche di ragionare in modo sbagliato: mi co­struisco le mie teorie sulla vita, do i miei giudizi, e non so niente. Vengo da Te, Signore, come un povero ignorante: mi istruisci?». Il discepolo comincia da questa profonda umiltà.</p>
<p>Allora la mia povera sapienza è confusa: ero anch&#8217;io un inso­lente, un arrivista &#8230; , e Lui mi dice: «Beato te, se sarai mite e pove­ro». Tutta la mia presunzione se ne va in un attimo: «Signore del­la Vita, sono vissuto tanti anni senza capire niente. Che grazia averti incontrato! Adesso comincio a vedere, a comprendere qual­che cosa. Non mi spaventa più la mia debolezza, non invidio i for­ti che premono un pulsante e fanno muovere diecimila persone, non desidero affatto essere come loro. Sono debole, Signore, sono anche ignobile e disprezzato qualche volta dai sapienti, perché credo in Te. Ebbene, io scelgo di essere nulla perché Tu, nel mio nulla, &#8220;riduci a nulla&#8221; le cose che ritengono di valere».</p>
<p>È molto forte il contrasto prospettato da Paolo: «Tu sei un po­vero, un umiliato, ma con il tuo niente, con la tua preghiera, con la tua sofferenza bene offerta, con la tua testimonianza e il tuo esem­pio, Dio &#8220;confonderà&#8221; coloro che credono di essere qualche cosa».</p>
<p>Le Beatitudini, ben vissute, sono una grande medicina, di cui questo mondo ha molto bisogno, perché i «sapienti secondo la carne» sono numerosi, quelli che -dice Paolo nella Lettera ai Ro­mani -Dio abbandona alla loro intelligenza depravata. Spesso nel­la Bibbia si parla di un concetto che noi, anche noi predicatori, non ricordiamo volentieri: l&#8217;ira di Dio. È un Dio crocifisso, ma nel­l&#8217;Antico e nel Nuovo Testamento si parla anche dell&#8217; ira di Dio, del suo sdegno, del suo amore deluso. Quando c&#8217;è l&#8217;ira di Dio, che co­sa capita? Non capitano i terremoti e i disastri, semplicemente Dio ci lascia fare. «Dio li ha abbandonati in balìa d&#8217;una intelligenza depra­vata»: perché? Perché hanno disprezzato la conoscenza di Lui: «A che cosa ci serve Dio? Ce la caviamo da soli».</p>
<p>La risposta di Dio non è una rivalsa: «Allora fate da soli!». Dio ci lascia semplicemente liberi e sa che, attraverso le nostre infeli­cità, ritroveremo la strada per tornare a Lui. Non ci abbandona a noi stessi, ci permette solo di provare che cosa, da soli, siamo ca­paci di fare. Vediamo anche sui giornali le conseguenze di questo comportamento in coloro che, secondo le parole di Paolo, sono</p>
<p>«colmi di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d&#8217;invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamato­ri, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza miseri­cordia». Sembra eccessiva questa pagina, è invece realistica: ba­stano i mass-media per rendersene conto. Solo che, non avendo fe­de, non comprendiamo che questa è la condizione di gente ab­bandonata alla propria intelligenza depravata.</p>
<p>Allora ecco la medicina del mondo, ecco i piccoli, i poveri che, credendo nel Vangelo, dicono: «Noi, invece, scegliamo l&#8217;altra ma­niera di vivere, la tua, Signore. Riprendiamo &#8220;il discorso della montagna&#8221;, ci confrontiamo con le tue parole, e andiamo avanti». Dovete credere che siete la medicina del mondo, non siate mai rassegnati, sopraffatti dal male. Che errore! Gesù ha vinto la mor­te. Siate invece profondamente evangelici: queste pagine così con­crete le potete vivere a casa vostra, in famiglia, al lavoro, nelle si­tuazioni più importanti, dovunque voi siate. Le Beatitudini si adattano sempre a tutto e a tutti.</p>
<p>Questa è la medicina che silenziosamente risana. Ecco che cosa vuol dire uscire di chiesa più discepoli, più animati, più entusiasti di questo Gesù, come a dirgli: «Lo faremo, Signore: fidati di noi!».</p>
<p>Don Pollano</p>
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		<title>Hai moltiplicato la gioia &#8211; 3 domenica Tempo ordinario anno A &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 19:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo Ordinario]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Hai moltiplicato la gioia Is 8,23b &#8211; 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23 La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Hai moltiplicato la gioia</h1>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: 13px;"> <span style="color: #800000;"> </span>Is 8,23b &#8211; 9,3; <span style="color: #800000;">Sal 26; </span>1 Cor 1,10-13. 17<span style="color: #800000;">; </span>Mt 4,12-23</span></p>
<p>La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».</p>
<p>Proviamo a immaginare questo personaggio che emerge dal nulla -chi sapeva chi fosse? &#8211; e che, all&#8217;improvviso, si mette con grande benevolenza a compiere queste azioni, a mostrare per tut­ti i sofferenti, per tutti i malati, una pietà sconfinata, accompagna­ta però subito dalla potenza di guarire: «Alzati! Sei guarito, cam­mina!». Che reazione deve avere suscitato nella gente, che fama improvvisa e meravigliosa: «È comparso un uomo che non solo sa guarirci, ma che vuole guarirci. E non lo fa perché noi poi gli andiamo dietro ad applaudirlo: abbiamo capito che vuole semplice­mente guarirci e che &#8211; non sappiamo perché &#8211; ci vuole bene»!</p>
<p>Gesù ha cominciato così e porta avanti così la sua opera: è il Gesù che cammina con noi anche oggi, perciò è un carissimo Ge­sù, con il quale è bene continuare ad incontrarsi per continuare a capirlo. Egli infatti guariva, e allora si comprendeva subito che era un uomo «vantaggioso», benefico, visto che non voleva nes­suna ricompensa. Nello stesso tempo, però, predicava e insegna­va. Non ci voleva molta intelligenza per collegare le due cose: se quest&#8217;uomo è così buono che, senza che glielo chiediamo, ci gua­risce, è evidente che ci vuole contenti; e se quest&#8217;uomo che ci vuo­le contenti ci dà anche degli insegnamenti, è chiaro che la sua in­tenzione è una sola: ci vuole contenti anche per le cose che ci dice, ce le dice proprio perché lo siamo sempre di più.</p>
<p>Così la notizia ha cominciato a diventare «la bellissima noti­zia», che andava molto oltre la salute del corpo. È la stessa, sem­plicissima logica che noi dobbiamo avere guardando Gesù: «Ascoltiamo la tua parola, Signore, ed è così chiaro che viene da un cuore che ci vuole bene che, qualunque cosa Tu ci dica, che ci piaccia o no, siamo certi che è per la nostra gioia». Avessimo già una fede così semplice, così giusta!</p>
<p>«Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia»: si realizza l&#8217;an­tica profezia di Isaia riguardo all&#8217; opera di Dio. «Proprio questo sono venuto a fare: -dice Gesù -a moltiplicare la vostra gioia, miei poveri fratelli e sorelle, che ne avete così poca, sono venuto ad aumentare la vostra letizia». Gesù, capito così, si accetta a cuo­re aperto, altrimenti non ci interessa.</p>
<p>Allora il discorso continua, perché appunto Egli guariva e pre­dicava. Abbiamo il diritto di domandargli: «Signore, di gente che ci promette gioie, piccole e grandi, soddisfazioni, felicità &#8230; , ne ab­biamo fin che ne vogliamo attorno a noi, basta uno spot pubblici­tario. E Tu? Che cosa intendi quando affermi che vuoi aumentare la nostra letizia e moltiplicare la nostra gioia? Abbiamo capito che non si tratta solo di tornare ad essere sani, se eravamo malati. Cer­to, già questo è motivo di molta gioia, ma è chiaro che Tu vuoi di più».</p>
<p>L&#8217;altra profezia è molto illuminante: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tene­brosa una luce rifulse». Gesù annuncia: «Fratelli e sorelle, sono ve­nuto perché voi siete un povero popolo che dimora in terra e om­bra di morte, dal momento che la vostra esperienza &#8211; la lunga vi­cenda umana &#8211; vi ha impresso nella mente alcune convinzioni che io voglio infrangere; prima di tutto il credere che si viva e poi si muoia, e basta». E c&#8217;è in più la rassegnazione perché, anche men­tre si vive, muoiono già delle cose: le gioie che tu potevi avere, l&#8217;affetto, l&#8217;amore, la famiglia, il lavoro che ti davano della pace, possono morire prima di te e farti rimanere nella tristezza. Sicché la vita, com&#8217;è stato detto, è diventata un&#8217; «inquietudine di vita».</p>
<p>«Allora», &#8211; continua Gesù &#8211; «pensi che tutto questo non m&#8217;im­pietosisca? Ti vedo desideroso di felicità, e hai ragione ad esserlo, tu ti affatichi così tanto nel cercarla: percorri una strada, poi un&#8217;al­tra; poi compi degli sbagli, arranchi, e spesso sei triste. lo sono ve­nuto perché la tua gioia di essere vivo aumenti».</p>
<p>Di questo abbiamo tutti bisogno, e purtroppo non è il discorso che ci facciamo tutti i giorni. Quello che ci comunichiamo quoti­dianamente è l&#8217;altro versante, sono spesso le nostre tristezze e le nostre fatiche: non abbiamo il coraggio di andare oltre.</p>
<p>Gesù dunque ha cominciato così, mostrandosi buono e «van­taggioso», non soltanto perché guariva i malati, ma perché veniva, a guarirci dalla malattia di vivere come viviamo: che l&#8217;esistenza sia diventata l&#8217;inquietudine di esistere, per quanto sia ormai un fatto ordinario, non è una condizione sana. Egli ce lo dice: «Io vo­glio dare alla vostra vita dei significati in più».</p>
<p>Questa intenzione di Gesù ci coinvolge particolarmente, per­ché anche noi vogliamo dare alla vita dei significati, ed è bellissi­mo che lo facciamo, del tutto dignitoso. Per esempio, ad una crea­tura che è ignorante, noi diamo istruzione, scienza, la educhiamo: da una persona analfabeta ad una persona che sa molto, quanto si­gnificato in più! Noi viviamo in un mondo che tende, purtroppo, per le sue passioni, a molto disordine, a confusione, a tristezze, ed ecco allora lo sforzo umano di dare un significato più elevato. Pensiamo anche ai tentativi di mettere insieme la legalità della vi­ta, il diritto, la sicurezza, l&#8217;equilibrio. In ogni campo si passa dal­l&#8217;improvvisazione alla competenza più fine: noi tendiamo a dare tutto il significato che possiamo alle cose, non possiamo vivere trascurandoci, «vivacchiare» come si dice; ma con tutto questo ­che ci crea già delle severe responsabilità &#8211; non riusciamo ad arri­vare ai significati finali. Sogniamo una società che sia piena di si­gnificati positivi, che sappia vivere, ma, quand&#8217;anche riuscissimo</p>
<p>a realizzare questi obiettivi, ci scontreremmo contro le inesorabi­li barriere del vivere quaggiù.</p>
<p>Il Signore approva che noi diamo senso alla vita, che passiamo dall&#8217;ignoranza alla scienza, dall&#8217;incompetenza alla competenza, dal disordine alla legalità. Gli piace tutto questo, ma aggiunge: «lo sono venuto ad aumentare la vostra gioia, vi do di più, perché posso darvelo: io vengo da altrove. Accettate la vita della grazia? Accettate che la vostra speranza se ne vada tranquilla oltre la mor­te senza né disperazione né paura, anzi con una prospettiva di gioia più vera e per sempre? Accettate che l&#8217;amore, la benevolen­za reciproca possa diventare uno stato di esistenza: sapete che è possibile?».</p>
<p>Il discorso diventa molto concreto. Considerate, per esempio, una famiglia qualsiasi che, da quando esiste o poco meno, si tor­menti per i rapporti difficili, fragili: quanto ci si fa soffrire nel pic­colo e nel grande! Vi piacerebbe vivere come dice Paolo: «unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra di voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d&#8217;intenti»? Sareste contenti di vivere così, voi, mariti e mogli che non andate d&#8217;accordo, genitori e figli che non v&#8217;incontrate più e che spesso vi parlate solo per litigare? «Sì, ma è un sogno», sarebbe la risposta più probabile.</p>
<p>Gesù invece è venuto a dirci che non è un sogno, che, se accet­tiamo il suo Spirito di carità, possiamo vivere amandoci: ecco do­ve si aumenta la letizia, dove si moltiplica la gioia. A volte delle persone vengono a dire al sacerdote: «Speriamo che duri, sono tre mesi che non litighiamo: è un mezzo miracolo». Ma tre mesi sono pochi, perché il Signore è capace di darvi pace fin che vivete, se volete. Portate tutti in voi affanni, fastidi, speranze e paure, tanta fatica del cuore. Chi può affermare: «Grazie, Signore, mi basta la gioia che ho, sono a posto»?</p>
<p>Accogliete allora l&#8217;invito di Gesù: scegliete il momento diffici­le della vita e mettetelo sull&#8217;altare. Ditegli: «Anche noi siamo un poco nell&#8217; ombra della morte, abbiamo i nostri pensieri neri, i no­stri momenti tenebrosi. Ci rivolgiamo a Te, Signore, perché sei quello che guarisce, che solleva, che ci porta oltre».</p>
<p>Si spiega allora perché l&#8217;entusiasmo della situazione eccezio­nale descritta da Matteo affascinò molti. Gesù passa, dice a due pescatori: «Seguitemi&#8230; », ed essi lo seguono subito. È stato un en­tusiasmo straordinario, perché hanno capito che Lui li conduceva oltre, infatti essere pescatori di uomini, attrarre a Dio altri è l&#8217;im­presa più bella del mondo. È il «lavoro» del prete: incontri una persona che è ferita dalla vita, che non sa più che cosa fare, e puoi dirle: «Guarda che la tua gioia può risorgere ed essere moltipli­cata; c&#8217;è Chi sa farlo ed io ho il bene di comunicartelo». È un ma­gnifico compito, non solo dei preti, ma di ogni cristiano, perché tutti siamo battezzati nel sacerdozio di Gesù.</p>
<p>È molto bello tutto questo, è veramente tale che allarga il cuo­re alla gratitudine: «Come sei buono, Signore, come sei grande! Ci incarichi di passare in mezzo agli altri con parole di bontà, di fi­ducia, con apertura di cuore, con stile d&#8217;incoraggiamento, di ac­compagnamento, di profezia, portando qualcuno a Te».</p>
<p>Non dite che non sapete chi accompagnare: tutti, se volete, po­tete condurre qualcuno a Gesù Cristo. Se vi pare che non sia così, domandate al Signore qual è la persona che dovete accompagna­re ed Egli ve la metterà sulla strada, subito. Siamo profeti, popolo di profeti: chiediamolo. E, offrendo al Padre questo stesso Gesù nel momento culminante del suo dono -« . . .il mio corpo, il mio sangue dati per voi» -, esprimiamo la nostra infinita riconoscen­za, e anche un grande desiderio che il suo invito a seguirlo diven­ti una voce affascinante, irresistibile per molti, giovani o non gio­vani. «Seguitemi»: tanti si alzeranno e lo seguiranno.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>Anniversario Don Pollano</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 18:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari Amici, riprendo i vostri indirizzi mail in occasione del 1° anniversario della scomparsa di Mons. Pollano. Infatti penso vi sia gradito conoscere come viene ricordato, anzitutto nella preghiera. La Santa Messa “con Lui e per Lui” verrà celebrata domenica 2 gennaio alle ore 11,30 alla Consolata da Mons. Marino Basso, Rettore del Santuario. Inoltre, in questi giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari Amici,</p>
<p>riprendo i vostri indirizzi mail in occasione del 1° anniversario della scomparsa di Mons. Pollano.</p>
<p>Infatti penso vi sia gradito conoscere come viene ricordato, anzitutto nella preghiera.</p>
<p>La Santa Messa “con Lui e per Lui” verrà celebrata <strong>domenica 2 gennaio alle ore 11,30 alla Consolata </strong>da Mons. Marino Basso, Rettore del Santuario.</p>
<p>Inoltre, in questi giorni è uscito per le Edizioni Studium l’ultimo testo scritto da Mons. Pollano, dal titolo:</p>
<p>«<strong>IN GESÙ CRISTO SALVATI DAL FINITO</strong>».</p>
<p>Alcune copie di questo libro potranno essere ritirate domenica 2 gennaio alla Consolata, dopo la celebrazione eucaristica.</p>
<p>Nelle librerie che già l’hanno richiesto giungerà probabilmente soltanto nelle prime settimane di gennaio.</p>
<p>Maria Luisa Mathis</p>
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		<title>Maria madre di Dio &#8211; Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 18:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Madre di Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Maria]]></category>

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		<description><![CDATA[MARIA SS. MADRE DI DIO Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21 “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>MARIA SS. MADRE DI DIO</h4>
<p>Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21</p>
<p>“<em>Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore</em>”</p>
<p>Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in un’altra occasione: “<em>Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano e Maria da parte sua disse:- L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore</em>”. Infatti avremmo percepito molto più armonico, in una pagina di gioia, un grido di gioia. Troviamo, invece, nel versetto 19 del capitolo secondo di Luca, ora letto, che Maria fa tutto l’opposto: da parte sua, tace, tace meditando raccolta. È proprio qui che ci attende il Vangelo oggi, per capire con Lei perché tace, e tacere un poco con Lei. Non è strano che si taccia quando si vuole riflettere e comprendere meglio, lo facciamo sempre tutti. E già questo è interessante.</p>
<p>Mentre i pastori, come molti, come noi stessi qualche volta, riducono ciò che hanno visto al loro sentimento, alla loro emozione, Maria sente che di fronte a quel bambino, che giace nella mangiatoia, non deve limitarsi a una gioia umana, deve, invece, elevarsi Lei per capirlo. Perciò sta tacendo, per non perdere la grandezza dell’evento appena cominciato e del momento presente. Troviamo, dunque, Maria in <strong>un atteggiamento interiore di  elevazione</strong>.</p>
<p>Non si tratta solo di comprensione, come quando si dice: “Voglio capire meglio”, ma sapendo che con la nostra intelligenza  ci riusciremo. E’ di più. È un’elevazione a qualcosa che ci supera, però in modo tale che ci avvince, ci attira, come può accaderci qualche volta quando preghiamo. Non capiamo, ma ci sentiamo portati a star lì, perché lì c’è Dio.</p>
<p>Il bisogno di elevarsi, per trovare cose più grandi, non è soltanto di Maria e non interessa solo l’ambito religioso. Tutta la storia umana è piena di tentativi di elevarsi, come testimoniano i grandi sistemi ideali delle filosofie, le mitologie o anche la fantascienza: mille modi di superare la nostra misura, però tutti quanti umani, cioè fatti, in sostanza, d’immaginario.</p>
<p>Qui, invece, non c’è nulla d’immaginario, qui c’è un bambino, in carne ed ossa, ma Maria è obbligata ad elevarsi proprio guardandolo, perché ricorda benissimo com’è nato da Lei. Lo ricorda come fosse accaduto il giorno prima: <em>“Lo Spirito Santo scenderà su di te, l’ombra dell’Altissimo ti coprirà”</em>. Di conseguenza, guardando quel piccolo bambino, è costretta ad andare alle origini che, per la sua cultura ebraica e per la sua pietà personale, sono davvero altissime, si perdono in alto. L’essere Madre del Figlio dell’Altissimo la sta sollevando, la sta incantando, potremmo dire. Perciò, da parte sua, <strong>tace e contempla</strong>.</p>
<p>Questo atteggiamento ci interessa molto, perché, visto che quel bambino è Gesù, il Figlio di Dio, lo stesso atteggiamento è richiesto anche a noi; altrimenti perché saremmo credenti?</p>
<p>Dunque, tu, Maria, guardi tuo Figlio e vai molto in alto, più in alto che puoi, nel mistero di Jahvé, il trascendente Dio ebraico. Vai là per capire questo bambino e congiungi queste due realtà che sembrerebbero del tutto lontane, ma adesso non lo sono più: la suprema trascendenza di Dio e l’immanenza di questo piccolo bambino. Allora, oltre alla gratitudine, allo stupore, alla meraviglia, non può non nascerti in cuore anche un immenso: “Ma perché? Perché sei nato da me? E perché sei nato?”.</p>
<p>E il piccolo Gesù è la risposta incarnata.</p>
<p>“Prima di tutto volevo entrare nella storia del genere umano e allora sono nato da donna”.<em> Nato da donna </em>è l’espressione che usa l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Essa, però,<em> </em>vuol anche dire: consegnato all’affetto, anzi all’amore profondo di una donna. E potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, al tipo di amore più profondo, dedicatorio, fedele che si trovi sulla terra<em>.</em> Ci sono tanti tipi di amore buono, lodevole, desiderabile, ma l’amore di una madre, che sia coerente e fedele, è imbattibile, perché sfida il tempo, i cambiamenti, le situazioni, sfida le ingratitudini, sfida tutto, e rimane.</p>
<p>Allora è già importante che Tu, Gesù, Figlio di Dio, per venire tra noi, non abbia solo cercato il grembo di tua Madre, ma anche il cuore di una creatura che, come madre, è quella che ti poteva accogliere di più. <strong> Hai cercato la via dell’affetto e della tenerezza</strong><em>.</em></p>
<p>Delle innumerevoli icone di Maria che esistono, alcune si fanno un po’ tradizionalmente risalire proprio a Luca, che si dice fosse anche pittore. Di lì sono nate tre figure tipiche dell’icona, che poi sono diventate modelli per tutti i ritratti della Madonna. La prima icona in assoluto comparsa nella tradizione cattolica è quella che probabilmente avrete visto qualche volta: la Madonna tutta china sul bimbo, che a sua volta le appoggia il volto sulla guancia, la cosiddetta <em>Madonna della Tenerezza</em>.</p>
<p>Dio cerca tenerezza e la cerca dove sa di trovarla: in un perfetto cuore materno. Sarebbe già molto, ma non è tutto, perché qui siamo davanti a Dio e, quando si parla di Dio, non basta fare né della biologia né della psicologia, bisogna fare della teologia: trovare le ragioni profonde di Dio in Dio.</p>
<p>Dio è amore, <em>agape </em>e la caratteristica dell’amore è il donarsi gratuitamente, il consegnarsi perdutamente all’altro. Allora ecco che<strong> Dio, attraverso Maria, si consegna a tutti noi</strong>: “Mi sono cercato una mamma per rassicurarvi. Potevo comparire tra voi come un San Giorgio con la spada, potevo fare quello che volevo, Io sono il Creatore. Ho scelto la via che convincesse di più, per farvi capire che era il mio infinito &#8211; che non è il freddo assoluto dei filosofi -, il mio vivo infinito d’amore che veniva a cercarvi”.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Così Maria, a poco a poco, crescendo nella fede, capisce quel nome:<em> Gesù.</em></p>
<p>Era un nome piuttosto frequente: <em>Jehoshu’a</em>, ‘Dio salva’. Nella storia ebraica c’erano stati dei Jehoshu’a-Gesù, ma il Dio che salva, in prima persona, non era ancora venuto, ed ora eccolo.</p>
<p>Maria vede, dunque, quel Bambino com’è: piccolo bambino che, appena si muove, fa sì che Lei si chini su di lui, perché, se trascurasse di occuparsene per qualche ora, lui non potrebbe vivere. E’ un piccolo bambino come tutti. Ma, nello stesso tempo, come diventa grande! E’ l’<em>Altissimo,</em> che sceglie l’amore per venire, diventa inerme nelle nostre mani, dipende in tutto da noi, perché se no muore di fame; dunque ci rassicura, cerca il nostro cuore per avere un tepore di vita, vuol essere amato, ma è Lui l’Amore molto più grande che si dona.</p>
<p>E si dona a tutti. Questa maternità diventa arbitra della storia umana, perché da quel momento in avanti, quando diciamo: “Mamma, madre”, non possiamo più soltanto pensare alla nostra, seppure ottima, amatissima mamma, troppo poco! Dio ha avuto una mamma e noi a Lei ci rivolgiamo, anche perché, essendo madre di un Dio, che a sua volta è Creatore di tutto, è diventata la Madre del creato, la Madre della Chiesa.</p>
<p>Tutto questo non è affatto ridurre la teologia, che rimane molto alta, a dei parametri umani buoni, semplici, emotivi.</p>
<p>Dio è padrone del cuore umano e di tutte le sue ricchezze. Di conseguenza noi guardiamo a Lui, perché è Dio; guardiamo a Cristo, perché Cristo è Dio, Figlio di Dio, ma guardiamo anche a Lei, perché a Dio è piaciuto metterla così, tra noi e Lui, misteriosa, umilissima mediazione. Madre della nostra grazia: <strong>tutto ciò che Dio ci dona passa attraverso di Lei</strong>, mediatrice potente, silenziosa. Madre della nostra vita: pensate a tutte le cose grandi che le chiediamo, che andiamo a cercare a Lourdes, a Fatima, o qui, o dovunque! E’ una dispensatrice straordinaria, perché il suo cuore è materno. Chi ha un cuore materno non ha misura.</p>
<p>Come siamo saggi quando le diamo un posto importante nella nostra vita! Qualcuno qualche volta dice: “Ma io preferisco Gesù Cristo”. E’ un’ ingenuità, perché non è questione di preferenze, c’è ancora molto di psicologico in questo modo di esprimersi. Qui è questione di verità: è l’ordine di Dio.</p>
<p>Vi rivolgo allora una domanda molto concreta: l’umile ma sincera “<em>Ave Maria piena di grazia…”</em> che posto ha nella vostra vita?  Non c’è nulla di disdicevole nel dire: “<em>Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te…”, </em>nulla di popolare, nel senso riduttivo del termine. I contemplatori del Verbo non sono cristiani se fanno solo quello: bisogna prendere le cose come Dio ce le ha date, Egli ci conosce molto bene.</p>
<p>C’è davvero da augurarsi che quest’anno nuovo, che vuol dire un tempo nuovo, possa essere molto vissuto in un rapporto rinnovato e rafforzato con la Madre di Dio.</p>
<p>La Chiesa ha patito per definire Maria <em>Madre di Dio</em>. I primi secoli sono stati tormentati dal punto di vista teologico, perché questo attributo pareva ad alcuni eccessivo. Certo, se si pensa al Dio eterno e increato, non si pone una madre. Ma, quando Dio si fa uomo e rimane Dio, allora ecco scaturire dal Concilio di Calcedonia il termine, tanto caro ai nostri fratelli greco-ortodossi: <em>Theotokos</em>, la <em>Madre di Dio</em>. Li incanta questa espressione, di cui sentono tutta la grandezza. Non è un caso che l’icona, a differenza delle Madonne occidentali, abbia spesso l’aspetto trascendente che al nostro senso estetico può dire poco, mentre dice molto se lo si interpreta con intelligenza di arte e di fede. La <em>Theotokos, </em>la grandissima Madre di Dio!</p>
<p>Questo è il significato del nostro essere qui oggi: “<strong>Ti</strong> <strong>consegniamo non solo la nostra vita, ma il tempo del mondo. </strong>Tu sai, Tu che hai detto a Gesù quella volta: “<em>Non hanno più vino”</em>. Quanti significati ha questa frase! <em>Vino</em> rappresenta tutto ciò che serve all’uomo. Non hanno più chissà quante cose, ma, per tante che siano, ecco l’occhio e il cuore di Maria: “Non hanno più vino, Gesù! Che cosa fanno allora?”. E Gesù, come quella volta, agisce in modo che Lei possa dire: “<em>Fate quello che vi dirà</em>”, e tutto si risolve.</p>
<p>Ci riconsegniamo così, molto convinti, a Maria oggi. Non consideriamo certo questo gesto come un piccolo termine di devozione, ma le promettiamo che faremo quello che Gesù ci dirà, però col suo aiuto, perché Lei sa che siamo fragili e poveri: non è la Madre della Misericordia? Non è il Rifugio dei peccatori? Non è la Porta del Cielo?</p>
<p>Tutti i problemi, piccoli o grandi, personali, dei popoli, dell’ecumenismo… sono tutti nelle mani di Maria<em>.</em> Questo ci dà una fiducia sconfinata, però bisogna anche implorare: “Prendi, per favore, in mano Tu le sorti dell’umanità, perché, lasciata a se stessa, vedi quanto male sa fare. Prendi nelle mani Tu questo popolo in cammino”. Ditelo, e non ditelo solo oggi. Vi assicuro che potremo vedere risultati straordinari di bene e di grazia, per tutti.</p>
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