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	<title>La Piccola Via &#187; Omelie &#8211; Catechesi don Pollano</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Corpo e Sangue di Cristo]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17 &#160; “Fate questo in memoria di me” Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO</p>
<p>Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il Signore che ha dato del pane alla gente che aveva fame. Esiste forse un gesto più umano?</p>
<p>Ecco chi è Dio: Colui che crea l’uomo e gli mette in cuore molti desideri, ma sopra tutti il desiderio di Lui stesso, Dio, e lo crea così perché si prepara a saziarlo per sempre.</p>
<p>Oh, se avessimo di Dio un’idea così chiara e affascinante! Se non lo sentissimo troppo alto, troppo immobile, impassibile, un Dio che guarda senza intervenire nel mondo. Non è così, ma molte idee della nostra cultura senza fede tendono ad allontanarlo ancor sempre  dall’uomo, come se Egli non fosse il Dio che ama. Ed ecco, la storia di Gesù è invece quella  di Dio che ha assunto forma umana, per immettere nelle nostre piccole misure la totalità del suo amore.</p>
<p><em>“Dategli voi stessi da mangiare”</em>: quando celebriamo l’Eucaristia è perché ci troviamo davanti non a questa scena evangelica, che fu soltanto un annuncio, ma al compimento di essa; e la celebriamo con la fede che ci consente di coglierne la grandezza, di sciogliere il cuore nella gratitudine, e di conseguenza di rispondere a Gesù con tutto l’impegno della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo risentito nella seconda Lettura la narrazione che Paolo ci ha fatto di quella beata, ultima cena, quando Gesù prese il pane e il vino, e lo Spirito privò il pane e il vino della loro esistenza materiale, ed essi esistettero soltanto più come Corpo e Sangue di Cristo. Fu la prima volta. Abbiamo sentito la narrazione, e la gratitudine già potrebbe orientare la nostra riflessione di fede, ma molto più grande è la beatitudine, perché quella sera Gesù aggiunse le  poche, prodigiose parole: <em>“Fate questo in memoria di me”</em>.</p>
<p>Se la narrazione evocasse soltanto il ricordo di un fatto lontano, ci aggrapperemmo all’immaginario per credere in Lui. Ma questa non è soltanto memoria, come fatto psichico, è qualcosa di infinitamente più grande: è ciò che la Chiesa chiama <strong>il <em>memoriale</em>, che significa, ‘rifare vero’, adesso, proprio come allora, questo straordinario momento</strong>. Infatti ora io ripeterò le parole, ma non più come narrazione: di nuovo verrà lo Spirito che avrò invocato, di nuovo priverà di esistenza materiale il pane e il vino, e farà essere soltanto il Corpo e il Sangue del Signore. Allora saremo di fronte a questo abbagliante prodigio. Non ci sarà luce fisica, ma luce nei cuori sì, splendore di gioia. Che la Messa sia quotidiana, sia così semplice, facile, non toglie nulla alla sua immensa grandezza, e già di questo dobbiamo rendere grazie.</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em>. E perché ancora, Signore?</p>
<p>E il Signore, richiamando la scena dei pani moltiplicati, potrebbe dirci: “Perché il pane che moltiplicai quella volta non vi basterebbe per vivere e non vi basterebbe per morire. Se fosse sufficiente il pane, avrei riempito di esso le vostre case, ma non è sufficiente. Né vi basta che siano saziati tutti i vostri desideri, per quanto buoni essi siano”. La verità, la gioia, gli affetti, una giusta riuscita nella vita, le cose come devono essere: tutti questi sono santi desideri, ma quando avessimo tutto questo e non avessimo Dio, non avremmo ancora avuto nulla.</p>
<p>Così, da quei pani moltiplicati Gesù è arrivato all’ultima, definitiva mensa, conservando il pane e il vino come segno di quel donarsi di sé; <em>il mio corpo </em>vuol dire “io”, <em>il mio sangue</em> vuol dire “la mia vita”: la comunione perfetta che fin da principio aveva programmata per noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è comunione l’Eucaristia: è Dio che ti ha creato per averti e perché tu lo avessi, Dio che ti è amico molto di più di quanto tu non pensi, è Dio che ti rivuole, che intende vivere la tua vita e che tu viva la sua. E quale tua vita? La vita quotidiana. Nella cultura ebraica, come in tante altre, pane e vino erano il segno della quotidianità dell’esistenza, non erano cibo di re o  di sacerdoti, ma della gente comune. Sicché pane e vino &#8211; ecco il richiamo all’episodio di Abramo nell’Antico Testamento &#8211; significano fortemente il vissuto di ogni giorno.</p>
<p><strong>È la nostra quotidianità che Gesù vuole rendere divina</strong>, non sono i pochi momenti soltanto in cui andiamo da Lui e lo incontriamo. Se l’Eucaristia diventasse un gesto sacrale, nascosto, spiritualissimo, distante dalla vita di ogni giorno, ciò vorrebbe dire che non l’abbiamo capita. È quando lavoriamo, quando fatichiamo, quando facciamo le cose, quando muoviamo le mani per agire, è nel nostro essere noi stessi che Gesù vuole entrare per portarci con Sé nel suo Regno. Se avessimo sempre presente questo, che pur crediamo per fede, non finiremmo mai di desiderare questo cibo e questa bevanda.</p>
<p>E’ vero che potremmo sempre dirgli: “Signore, dici bene, ma non oso presentarti la mia vita quotidiana così com’è, non mi sento degno”. Ma Gesù ha la risposta anche per questo: “Tu vedi che ho preso pane e vino per farti capire che io voglio il tuo vissuto; ricorda però che questi non sono più pane e vino, ma sono Io, sacrificato per te. Il mio sangue ti ha lavato, il mio corpo ti rende puro. So che la tua vita quotidiana può diventare fango e miseria, so che sei peccatore, ma per questo sono venuto; e il mio cibo, quando tu vieni a me, perdonato ancor sempre da me, diventa la sorgente di una vita pura e santa, quella per cui sei stato creato. Vieni, dammi la tua vita quotidiana, so anch’io che tutti i giorni dovrà essere purificata, riscattata, sollevata: è la strada della santificazione; ma vieni poiché Io sono il tuo pane”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il supremo dono. Quando tra poco avrò ripetuto in maniera efficace, sacerdotale, le parole del Vangelo, ed Egli sarà con noi, noi dovremo essere colmi della sua gioia, lasciare che i nostri cuori esultino. Bisogna almeno qualche volta esprimere a Gesù la nostra profonda allegrezza, perché Egli ha fatto tutto questo per noi che siamo meno che niente, eppure, così amati da Lui, diventiamo il suo tutto.</p>
<p>Questo Signore che viene in noi per dimorare in noi, che viene in noi per condurci al Padre, per accompagnarci oltre la morte a sconfinare nell’eterna gioia, questo Signore,  assumendo la nostra misura, ci dice: “Dammi la tua voce, altrimenti non potrò dire parole belle e giuste, dammi i tuoi gesti, dammi il tuo cuore, la tua libertà, la tua capacità d’agire, la tua intraprendenza, il tuo coraggio, la tua presenza nel mondo,… di te ho bisogno”.</p>
<p>Noi siamo il corpo di Cristo. La Bibbia è chiara con il cristiano, e gli assicura: se tu ricevi il Corpo di Cristo,  diventi Corpo di Cristo, così che, <strong>dovunque tu sia, porti Lui, mentre sei portato da Lui</strong>.</p>
<p>Sono certo che nella misura in cui siete ‘eucaristici’, molta gente si è accorta che portate in voi quel <em>qualcuno</em>, che è Lui: da come siete, da come agite, da come decidete. E poiché Egli ha detto: <em>“Io sono la luce”</em>, ecco anche voi, umilmente, siete luce nei luoghi dove vivete accanto a molti altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riconsegnatevi dunque oggi più che mai a Gesù Eucaristia, riandate al giorno della vostra prima Comunione &#8211; quando eravate piccoli, semplici, ma il cuore era già capace di ricevere il Signore -, rivivete quel giorno, pur nel carico delle vostre esperienze, delle vostre consapevolezze, delle vostre crescite nel bene, ma anche dei vostri dolori, dei vostri sbagli; rivivetelo: rifate alleanza eucaristica.</p>
<p>Riandate in questo momento al tempo in cui Maria, dopo che Gesù tornò al Padre, visse ancora su questa terra. Ricordate che Gesù l’affidò a Giovanni ed egli la prese nella sua casa. Non c’è dubbio che l’apostolo celebrasse l’Eucaristia, la <em>frazione del pane</em>: potete credere che Maria non fosse tra coloro che si nutrivano del Corpo del Signore? Provate a pensare alle comunioni di Maria, che, avendo dato al mondo il Salvatore, lo riceveva insieme ai suoi discepoli.</p>
<p>Entriamo in questo misterioso cerchio di grazia, che è pur tanto semplice e familiare. Sollevate i cuori, date a Gesù la gioia di uscire di qui ancor più motivati ad essere cristiani: “Signore, ti ricevo, perché altri sappiano”. Ecco l’umile, grande missione che la Chiesa vi affida e che lo Spirito si prepara a compiere in voi nella misura della vostra buona volontà.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>FESTA DELLA MADONNA CONSOLATA TORINO   20.06.99 ORE 23.30 Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Consolata]]></category>
		<category><![CDATA[consolazione]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Risentendo questo Inno della Consolazione, il grande Inno della Consolazione che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel cuore di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria. Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore. Perché siamo venuti qui tanto numerosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Risentendo questo <em>Inno della Consolazione</em>, il grande <em>Inno della Consolazione</em> che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel <em>cuore </em>di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria.</p>
<p>Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore.</p>
<p>Perché siamo venuti qui tanto numerosi oggi? Certamente per essere aiutati e consolati da Lei, ma sarebbe poco dirlo.</p>
<p>È più giusto dire che non siamo qui per le nostre consolazioni, ma siamo qui a condividere insieme un grande sentimento profondo che ci unisce. Siamo qui a percepire davanti a Dio, semplicemente come è <em>consolante </em>che ci sia Lei.</p>
<p>E infatti, nella storia umana, l’evento più <em>consolante</em> prima della venuta di Cristo è stato proprio <em>Lei.</em></p>
<p>C’è lo siamo detti, non ce lo diciamo, ma lo sentiamo nel cuore: <em>com’è consolante che la Madonna ci sia!</em> E non che ci sia solo oggi, ma che ci sia ‘sempre!’. Com’è consolante che Dio l’abbia pensata, per Sé e per noi.</p>
<p>È questo che ci attira oggi, al di là di tutte le ulteriori consolazioni personali che possiamo avere chieste e ottenere. E perché siamo qui a sentire, insieme, com’è <em>consolante</em> che la Madonna ci sia.</p>
<p>L’Inno di consolazione della Madonna ci fa entrare in un grande mistero. Una Ave Maria sono capaci di dirla tutti, grazie a Dio!, ma quanto mistero…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La troviamo consolante Maria perché in Lei, Dio, che può tutto, ha finalmente realizzato il sogno che tutti, da quando siamo uomini e donne sulla terra, portiamo in cuore.</p>
<p>E il sogno è <em>superare l’abisso tra noi e Dio</em>. Questa è una condizione umana a cui ‘nessuno’ può sottrarsi: la puoi risolvere col pensiero, con la filosofia, con la disperazione, con il non pensarci, ma in ogni caso c’è un <em>abisso,</em> tra noi e Dio, che ci tormenta in fondo. Ed ecco com’è consolante che ci sia Lei. Proprio in Lei l’abisso è stato superato.</p>
<p>Proprio in Lei, la divina Persona dello Spirito, in Lei – piccola persona umana – ha potuto regalare alla storia quel personaggio che è una Persona divina con una natura umana, nostro Signore Gesù Cristo: l’abisso è superato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora tu esisti, ma non esisti più per morire, come esisti adesso; esisti per vivere perché l’abisso tra la tua povera esistenza mortale e la vita di Dio è stato superato.</p>
<p>Ora tu esisti ragionando, ma non per brancolare nel tuo difficile scetticismo, ma per conoscere la Verità. Perché tra la tua ragione e la Verità, l’abisso è stato superato.</p>
<p>Ora tu vivi, ma non vivi in preda al tuo cuore oggi buono, domani cattivo e capace di cose ‘<em>terribili</em>’. Ora vivi e il tuo cuore può essere colmo della ‘<em>assoluta</em>’ bontà di Dio. L’abisso è stato superato.</p>
<p>Sono parole che si dicono con facilità queste, ma in realtà lasciatele entrare nella vita. Lasciate che la vostra paura e angoscia di morire si consoli della vita <em>eterna </em>che già possedete.</p>
<p>Lasciate che le vostre incertezze e i vostri dubbi siano dominati dalla <em>Verità</em> che già possedete.</p>
<p>Lasciate che il vostro cuore vacillante sia colmo della Bontà di Dio che già possedete, allora diventa la vita vissuta giorno per giorno.</p>
<p>E Lei è stata il luogo umano dove questo congiungimento si è avverato. Senza Maria nussun Cristo, e senza Cristo nessun Cristiano e nessuna Salvezza.</p>
<p>Ecco cosa ci lega questa sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo profondamente felici, lo ripeto: perché Lei c’è!.</p>
<p>E se questo sentimento ci accompagna nella quotidianità, questa pace profonda, questa sicurezza misteriosa riesce a vincere tutto.</p>
<p>Consolazione diciamo: consolazione non è la gioia, è qualcosa di diverso. La gioia è qualcosa vivibile, semplice, ‘un bel mattino sereno’; ma la consolazione presume uno sfondo di dolore, ‘il mattino sereno dopo una bella burrasca’. La consolazione è un termine molto umano, profondamente nostro.</p>
<p>Noi quando abbiamo dei guai cerchiamo di evadere, di stordirci, di non pensarci, di far altro. Guardate che dono di Dio invece poter venire qui a portarci i nostri guai. Non abbiamo bisogno di bere sui nostri guai, non abbiamo bisogno di cercare di dimenticare. All’opposto, poiché l’abisso è stato superato, possiamo – in Dio – addirittura dolore crocifisso per noi, deporre tutta la nostra tragedia umana. Siamo davvero <em>principi</em>.</p>
<p>E l’Inno di consolazione oltre che ricordarci il perché siamo degni questa sera, e possiamo esserlo tutti i giorni della vita, ci dice anche il come.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Maria, subito, con chiarezza ci svela il segreto. “<em>Dio ha guardata la mia umiltà</em></p>
<p>Vuoi che Dio ti guardi? Sii umile. Vuoi che Dio distolga da te i suoi occhi? Sii superbo.</p>
<p>Nessuno vuole che Dio distolga da lui il suo cuore. E allora non dire mai di no a Dio, ecco, non dire mai di no. Purtroppo dei no gli abbiamo detti tutti, forse ne diremo ancora, ma lasciamoci questa sera aiutare.</p>
<p>Ha guardato l’umiltà non solo della sua schiava, d’élite; ma la mia, la tua, la sua. Guarda l’umiltà di tutti. State certi perché Dio benedirà il mondo in maniera ‘straordinaria’ nella misura della umiltà che potrà trovare. Non c’è nessun altro modo di ottenere la grazia di Dio. Tre volte la Bibbia dice chiaro: “Dio dà la grazia a chiunque” e aggiunge, “e resiste ai superbi”. Abbiamo dunque un grande strumento in mano.</p>
<p>Non dite mai a Dio, fratelli e sorelle, “no”; anche se dire “sì” vi sanguina, ditelo lo stesso. Gesù l’ha fatto prima di noi.</p>
<p>Vi verrà in cuore allora una grande certezza, quella che Lei esprime nel suo Inno di consolazione: la sicurezza che Dio vince. La sicurezza che non siamo dei condannati ad un ergastolo duro, dove, checché se ne dica, solo i superbi con i loro pensieri; solo i ricchi, solo i potenti avranno sempre la meglio e la ‘poltiglia’ degli umili, degli schiacciati, non finirà mai. Se fosse così, avremmo tutti i diritti, prima di processare Dio, secondo di cadere nella disperazione più nera.</p>
<p>Ma, per Dio “<em>mille anni sono un giorno</em>”. Ma Dio è “<em>l’Onnipotente Signore della storia</em>”; Maria parla molto chiaro. Parla molto chiaro questa fanciulla di Nazareth che non sa di politica, si direbbe, parla molto chiaro!.</p>
<p>Qualunque capo di oggi, qualunque prepotente di oggi, qualunque ricco egoista di oggi, se sotto gli occhi, su queste tracce di Maria, ha di che tremare!. C’è proprio da dire: “tremate fratelli, trematevi, se Lei ha detto questo”. Perché tutto passa, ma queste parole ispirate da Dio, no!, non passeranno, anzi, si avverranno.</p>
<p>L’Inno della Consolazione di Maria è una grande pagina; se ogni giorno avessimo il tempo di, non dico di redigerlo, ma riviverlo un momento: la grandezza di questo dono – l’abisso è superato, posso sperare; posso essere nella Verità e nella Bontà; posso proprio, ed è così che sono cristiano. E so cosa fare, basta che cerchi di non dire: “no” a Dio e cioè, lo spirito diabolico della rivolta. E so, che le speranze umane saranno compiute e, perché no?!, anche attraverso la mia buona opera in ‘questa’ storia e in ‘questa’ mia vita, ecco perché sono qui. Se ho un cuore così, so perché vivo e farò qualche cosa in questo mondo a vantaggio di tutti.</p>
<p>Stupenda pagina di questo Inno di Maria. Ecco le offriamo stasera la nostra grande gioia che LEI CI SIA.</p>
<p>“Sei Tu”, “Sei Tu” così consolante.</p>
<p>Penseremo ogni giorno, ne incontreremo di facce belle e di facce brutte, ma la <em>Tua faccia</em> non la dimenticheremo. Il Tuo cuore, materno, vivo, che non tradisce “mai”; non sa neppure cosa sia la parola ‘tradire’. Cuore tuo sarà il nostro amico di ogni giorno.</p>
<p>Date questa pregnanza, questa ricchezza alla “Ave Maria, piena di grazia”. La sappiamo dire con tanta facilità, e ogni volta una goccia di pace entrerà nel vostro cuore, credete.</p>
<p>Una stilla di luce, un richiamo interiore, un brivido di gioia. I santi facevano così, non avevano grandi mezzi a disposizione, come diremmo noi oggi, avevano la disposizione di supremi mezzi di Dio che sono proprio questi.</p>
<p>Ecco allora la nostra festa ci conduce avanti, oggi è stato un giorno, come dire, festivo, ma voi sapete che vi sono sempre i giorni ‘festosi’. Se il tuo cuore è dono il tuo giorno è festoso. Anche se il pomeriggio è il più monotono del mondo.</p>
<p>È questo che ci auguriamo, perché molta gente ci incontrerà e vi dirà: “ah tu, ieri, sei andato alla Consolata”, “sì ci sono andato”, “ah, me ne accorgo!”.</p>
<p>Ah!, fatevelo dire: “me ne accorgo…”; fatevelo dire. Che vedano nei vostri occhi, nel vostro sorriso, nella vostra limpidezza che ci siete venuti; e che ci siete venuti, è proprio questo, statene certi, che la Vergine attende da voi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Santissima Trinità &#8211; omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 06:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[SANTISSIMA TRINITA’ Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15 « Gesù, il Padre, lo Spirito » Più che in tutti gli altri giorni oggi ci conviene dire a Gesù il nostro: “Grazie, Signore!”, perché il mistero che celebriamo, la Trinità santissima, è stato il segreto più intimo e prezioso di tutti quelli che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SANTISSIMA  TRINITA’</p>
<p>Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15</p>
<p>« Gesù, il Padre, lo Spirito »</p>
<p>Più che in tutti gli altri giorni oggi ci conviene dire a Gesù il nostro: “Grazie, Signore!”, perché il mistero che celebriamo, la Trinità santissima, è stato il segreto più intimo e prezioso di tutti quelli che ci ha rivelato. 	La comparsa dei Tre che sono Dio è stata come un abbagliamento per la Chiesa, un dono di luce eterna che le causa sicurezza e consolazione, e la sostiene nel tempo, per la storia della Salvezza. E’ dunque ben giusto che noi celebriamo oggi con fede solenne il nome e la realtà di Dio com’è, nella sua gloria e nella sua verità: è teologia alta, ma tutt’altro che astratta e lontana da noi; anzi, essa ci solleva in sé per insegnarci a vivere nel migliore dei modi possibili, qui nell’esistenza terrena.  Il discorso di Gesù nel Vangelo odierno è indicativo in proposito. 	Esso ci svela qualche cosa a cui non siamo abituati quaggiù, cioè un vivere ben distinto dei tre che Gesù nomina in modo esplicito &#8211; lo Spirito, Se stesso e il Padre &#8211; che nello stesso tempo è un vivere completamente unitario, in un passaggio di verità e vita che ci risulta misterioso.   	Che cosa significa per noi che lo Spirito “prenderà” ciò che è di Gesù, ma con ciò stesso prenderà dal Padre, perché tutto ciò che è del Padre è di Gesù stesso? Non siamo certo di fronte a un indovinello, ma a una rivelazione: Gesù intende farci scrutare per un momento la vita che Egli vive, e ci mette perciò sulla via di comprendere un mistero altissimo di comunione. I termini sono espliciti: una sola verità esiste in Dio, ma vissuta in modo tale che il Padre ne fa dono al Figlio, e lo Spirito l’accoglie in sé come loro unica effusione; un modo di essere dunque che trova il suo segreto nel dono dato e ricevuto per fare comunione. Una verità la cui sostanza, realizzandosi in tale piena elargizione, è allora amore. 	Che l’amore si faccia dono, ci era già ben noto; ma che Dio fosse tutto amore che dona, unisce ed eternizza così la propria vita, questo non lo sapevamo affatto. Il discorso di Gesù acquista subito, di conseguenza, indicibile fascino. 	Qui non c’è altezza intellettuale, elucubrazione adatta a pochi; mistero sì, c’è, ma al quale tutti possono accedere grazie alla fede. E tale mistero ci conforta al massimo, perché dice Dio in modo tale che per intenderlo noi possiamo e dobbiamo fare appello all’esperienza del nostro stesso cuore.  Con le dovute proporzioni, si intende. Ma il segreto è uguale. 	Un essere che ama, per cominciare: Egli è per natura sua, ossia non potendo mai non esserlo, Padre. E questo nome evoca forza buona, vita che si dona, persona che esiste per fare esistere. Tutto ciò che è suo, lo è per generare il Figlio, l’essere amato e prediletto, l’Unico. Con l’intimo reciproco respiro dell’amore totale, lo Spirito che compie l’unità divina. Non ci sono ignote queste profondità della vita. 	Anche noi sappiamo e vogliamo amare donando, ed essere a nostra volta amati così. 	Anche noi sappiamo che cos’è un amore che unisce, che non è nessuno dei due eppure è tutti e due, e crea momenti di comunione inebriante. 	Solo che per noi si tratta di momenti, appunto; momenti frammischiati a molti altri ben diversi, dunque frammenti di una luce che non ci appartiene come vorremmo: non si può in terra disgiungere amore da dolore, indifferenza, noia, ostilità. Invece in Dio sì, accade: Dio è la perfezione di ciò che in noi brilla, ma in Lui è fuoco e vita. 	  La Trinità che è carità eterna, le Persone che la vivono e vogliono anzi farne parte anche a noi.       E’ il brano di Paolo nella Lettera ai Romani a illuminarci ancora di più su questa straordinaria partecipazione. Lì è detto infatti che noi grazie a Gesù benedetto siamo in pace con il Padre, dunque all’interno della loro vita amica; ma non solo: noi siamo anche divinamente resi vivi dallo Spirito &#8211; il loro Spirito &#8211; che ci è stato dato. Rasenta l’incredibile, per la sua magnificenza, questa verità certissima. Lo Spirito di Dio, proprio il suo e Dio Egli stesso, è ora anche nostro. Noi siamo cioè capaci di amare come Egli ama, con tutto ciò che consegue a questo amore che non è sentimento e passione nostri ma forza vitale creatrice, capace di fare tutto ciò che di bello, buono e giusto può essere fatto nella storia.       I santi e le sante della Chiesa sono di tale energia benefica testimonianza mai interrotta.  	Paolo dunque ci ricorda con chiarezza che il Dio Trinità non è lassù ma quaggiù, impegnato con noi e in noi a realizzare una vicenda umana benedetta e buona. E ciò significa che la Trinità non si accontenta con noi di essere creduta: essa, donandosi come si dona al popolo di Dio, esige di essere vissuta. 	Quale distanza dalle formulazioni del catechismo, ovviamente esatte ma ancora così “mentali” e scolastiche! La Trinità che Gesù ci svela e ci dona è Egli stesso mandato dal Padre e fatto dallo Spirito in Maria, la vergine di Nazaret. La Trinità è ancora il mistero pasquale dove il Padre chiede al suo Prediletto di donargli la vita in obbedienza, per annullare in tanta oblazione la nostra disobbedienza e consentire il dono della Pentecoste. La Trinità è nell’anima e nella vita di tutti i battezzati, e si rivela in loro facendoli sempre più umili e piccoli davanti al Padre, puri e generosi nel Figlio, ardenti e audaci nella testimonianza grazie allo Spirito. La Trinità infine è nella beatitudine del Regno, dove tutta l’economia della Salvezza splende chiara e compiuta, e i beati non cessano di glorificarla.  E questa Trinità, prossima a noi e continuamente con noi, è quella a cui di fatto noi ci rivolgiamo ogni giorno, nominandola mentre facciamo il segno di Croce: anche qui, si tratta di una familiarità vertiginosa, che rischia la più totale banalizzazione dell’abitudine, e va invece salvaguardata con fine avvertenza. 	“Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”, diciamo. Padroni del segreto di Dio che Egli ci ha consegnato con generosità assoluta, ma appunto non perché soltanto “sapessimo” bensì perché ci sentissimo &#8211; e volessimo essere &#8211; coinvolti. E’ quasi paradossale che proprio la Trinità, suprema realtà che sembra perdersi così in alto, abbia scelto di diventare per noi una sorte di “esercizio quotidiano”. 	Perché la formula biblica “nel nome di…” ha un significato preciso, e forte. 	Nel linguaggio scritturale il “nome” è Dio stesso. Significa dunque, per chi lo dice consapevolmente: “nella presenza di…per l’azione di…con la forza di…”: tutte formule di grande potenza, che investono la piccola personalità dell’uomo e lo impegnano davanti a Dio, ovviamente con tutto il suo aiuto. 	“Nel nome del Padre” essere veramente figli; “nel nome del Figlio” farci veramente redenti; “nel nome dello Spirito” agire veramente da santi. La triplice invocazione nasconde un programma che non potremo rievocare tutto ogni volta, ma che non dobbiamo lasciar affondare nella inconsapevolezza. Non possiamo, conoscendo l’amore con il quale la Trinità si è donata e si dona a noi, assuefarci al suo nome come non ci ricordasse più nulla, e allora ripeterlo invano. Da una breve formula a uno sconfinato mistero, la nostra fede ci mantiene dunque a un alto livello di vita; non possiamo più, da veri cristiani, ‘credere’ vagamente in Dio, ‘ammettere’ che un Dio c’è, e fermarci lì. 	La divina verità come un sole ci entra negli occhi, e seguendo l’invito di Gesù noi dobbiamo oggi lasciarcene consolare e stimolare, perché la fede che professiamo con le labbra provenga in realtà dal nostro cuore e divenga vissutissima vita.</p>
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		<title>Lo rifarei oggi per ciascuno di voi &#8211; Domenica delle Palme &#8211; Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 07:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Domenica delle Palme]]></category>
		<category><![CDATA[Settimana Santa]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMENICA  DELLE  PALME &#160; &#160; “Lo rifarei oggi per ciascuno di voi” &#160; Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>DOMENICA  DELLE  PALME</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>“Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed è vivo? Ne consegue &#8211; se è risorto e vivo qui &#8211; che siamo obbligati a passare da un racconto in terza persona, “questo gli accadde”, a un dialogo a tu per Tu.<strong> </strong>Non si può rileggere la Passione senza poi alzare gli occhi al Signore per qualche pensiero. O forse solo per qualche grande palpito del cuore: “Signore, ti siamo immensamente riconoscenti. Signore, siamo stupiti di questa tua storia che nessuno di noi ti aveva chiesto. Siamo anche un po’ confusi, perché essa  ci rivela  quanto ci hai amati, e forse non stiamo comprendendo e contraccambiando l’amore come Tu ti aspetteresti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Gesù a sua volta  non cambia, ed è ancora Lui che ci conforta. Prima di tutto, vivo e risorto, ci conferma che per noi ricomincerebbe da capo: “Non rimpiango nulla della mia passione e  morte. Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”.</p>
<p>Questo è Dio. <strong>Il suo amore non cambia</strong> e, proprio perché è un amore che attende una risposta, chiede a ciascuno di noi se vogliamo fare un passo avanti verso di lui: “Volete? Avendo risentito la storia del mio amore per voi che io rivivrei, volete provare a ricambiarlo meglio?”.</p>
<p>Lo chiede a chi di noi è più vicino a lui, a chi di noi è più lontano, non importa: “Provate ad amarmi!”. Questo invito ha molti significati: “Io ci sono, il mio Tabernacolo è per voi, venite! Io ci sono, il mio  perdono è per voi, accettatelo! Io ci sono, la mia parola è per voi, ascoltatela! Io  sono nei fratelli più poveri, venite a cercarmi!”.</p>
<p>La Passione deve concludersi in un dialogo, che è attuale quanto mai e ha il grande pregio &#8211; poiché <strong>Gesù è vivo</strong> &#8211; di continuare nei giorni. Un racconto si dimentica, non possiamo ricordarlo come lo abbiamo ascoltato, ma un colloquio non si dimentica, se deve diventare vita.</p>
<p>Allora guardiamo questo Gesù che ci guarda, e facciamo in modo che la nostra professione di fede non sia una formula recitata, ma la voce del cuore: nelle parole, che sono giustamente quelle, Gesù sentirà che gli stiamo rispondendo il nostro “Sì”.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; Conferenza del 11 aprile 2011 &#8211; Santuario della Consolata Torino</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 15:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo della Mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino. Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente. qui di seguito  vogliate trovare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1198" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1198" title="In Gesù Cristo salvati dal finito" src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">In Gesù Cristo salvati dal finito</p></div>
<p>Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino.</p>
<p>Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente.</p>
<p style="text-align: left;">qui di seguito  vogliate trovare la registrazione degli interventi  di Don Dario Berruto, Prof. Rinaldo Bertolino e Prof. Riconda</p>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.01%20Voice%20Memo.m4a">Prima Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.51%20Voice%20Memo.m4a">Seconda Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
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		<title>L&#8217;arte di condividere, con Dio presente, tutto. San Giuseppe</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 04:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo della Piccola Via]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo di San Giuseppe]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella lingua ebraica, yoseph-&#8217; el, Giuseppe significava «Che Dio aggiunga (altri figli) ». Nome davvero  profetico  nel caso di Giu­ seppe  di Nazaret, perché a lui solo Dio affidò la custodia del «Figlio aggiunto» all&#8217;umanità, il suo Unigenito eterno nato dalla vergine Maria. Straordinario incarico,  evidentemente. Inserire nella storia  diquesta  terra, nel piccolo ambiente d&#8217;un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella lingua ebraica, yoseph-&#8217; el, Giuseppe significava «Che Dio aggiunga (altri figli) ». Nome davvero  profetico  nel caso di Giu­ seppe  di Nazaret, perché a lui solo Dio affidò la custodia del «Figlio aggiunto» all&#8217;umanità, il suo Unigenito eterno nato dalla vergine Maria.</p>
<p>Straordinario incarico,  evidentemente. Inserire nella storia  diquesta  terra, nel piccolo ambiente d&#8217;un villaggio della Galilea, Colui che veniva come Signore e Salvatore della storia del mondo. È chiaro che un evento come questo richiedeva un uomo eccellente, e portava in più nella sua vita mutamenti insignì.</p>
<p>Di Giuseppe di Nazaret sappiamo poco di ciò che le nostre cronache odierne  elencherebbero per presentare un personaggio; sappiamo però, di valore inestimabile, il giudizio divino su di lui, quale ci è proprio oggi riferito dal Vangelo di Matteo: «Giuseppe era giusto». Qualifica suprema, nel mondo d&#8217;allora. Non abbiamo un termine  corrispondente nelle lingue di oggi, per la semplice ragione che non congiungiamo più, nella valutazione di una persona, dimensione religiosa e storica; ci basta  quest&#8217;ultima, e peggio per noi.</p>
<p>Ma Giuseppe  era giusto davanti a Dio e agli uomini,  non essendo poi neppure grande  o importante; sappiamo bene  che« L&#8217;uomo guarda l&#8217; apparenza , il Signore guarda il cuore»; e guardando il cuore di Giuseppe, preparato certo dallo Spirito, Dio gli affidò appunto, praticamente, l&#8217;evento di Gesù e della Salvezza. Per questo nella  prima Lettura troviamo l&#8217;esaltazione profetica di una santa paternità riferita  al Messia futuro: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Padre giuridico a pieno titolo, padre nel cuore con amore tota­ le, Giuseppe fu il più umile  uomo del mondo nel non assumere, su richiesta  di Dio, la paternità fisica del figlio di Maria. A Dio non era  necessaria per compiere, veramente a modo  suo,  l&#8217;Incarna­ zione  del Figlio grazie allo Spirito. Ma Giuseppe, uomo  in pienezza, scelse con cuore  acceso di gioia la rivelazione, veramente inaudita: « Non temere di prendere con te Maria &#8230; quello che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo».</p>
<p>Proviamo a pensarla, questa  situazione. In misura di responsabilità. Non fu un dramma affettivo, quello di Giuseppe, fu un dramma religioso perché si trattò per lui di assumere un compito sovrumano nell&#8217;umano. Bisognava  essere Ebrei santamente vicini a Dio, come egli era, per poter  valutare «con timore e tremore» il significato di quel «viene dallo Spirito Santo». Perché l&#8217;ebraismo era la religione della trascendenza, del rispetto infinito  per il Dio innominabile, della  trepidazione davanti al segreto del Tempio, della rete di prescrizioni meticolose e quasi paralizzanti&#8230; Ed ecco un figlio, carne ed ossa, occhi che guardano, bocca che parla  e ha fame e sete, familiarità che non ha regole fisse, un figlio di Dio da Dio nato.</p>
<p>C&#8217;era davvero da «temere»  e qui  neanche il coraggio umano bastava.               ·</p>
<p>Occorsero le virtù forti, quelle che fanno vivere in un altro mo­ do  le solite  cose, e prima fra tutte la fede  capace  di alimentare grandissimo amore. Ecco la grandezza di Giuseppe, quella che ammiriamo e celebriamo oggi.</p>
<p>Egli fu colui che, dopo Maria  e al suo fianco, credette più  di tutti  nella storia degli uomini. Perché il suo rapporto quotidiano, per anni, fu con Dio fatto bimbo, fanciullo, giovane e uomo. Fede d&#8217;ogni momento, senza  riti né incensi né insegne, fede sufficiente  a se stessa, quella  che a noi spesso fa difetto. Vedere, sentire, toccare  e credere oltre. Contemplare nel silenzio la presenza del mistero. Prima adorare e poi agire anche se il Figlio di Dio lavora l’ nella bottega e impara. E’ sempre amare, perché la dimensione unica della vita, in un caso come questo, è appunto ama  e, soltanto con la forza  del proprio cuore  umano ma  per il sottile fuoco dello Spirito di Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giuseppe divenne se stesso gradatamente e sempre di più, istruito  da ciò che credeva. Quella che dovrebbe essere anche per noi la vera strada. Egli, che non era sacerdote addetto al Tempio, apprese dagli occhi stessi di Gesù il segreto della contemplazione, e visse nello stupore indicibile di Dio così vicino.</p>
<p>Anche questo dovrebbe essere  un  nostro sentimento fondamentale.</p>
<p>Il Dio che sta nel Libro e ancor più è Eucaristia sugli altari e nei tabernacoli. È proprio questo che la Chiesa  ha sempre intuito ed ammirato in Giuseppe: l&#8217;arte di condividere con Dio presente tutto. Sotto questo aspetto egli assume, davanti alle generazioni, un ruolo pedagogico fondamentale.</p>
<p>Santo del silenzio, non va certo passato sotto silenzio.</p>
<p>Santo dell&#8217;umile laboriosità, non va solo pensato come carpentiere.</p>
<p>Santo dell&#8217;ultimo posto, non va certo considerato in subordine.</p>
<p>E così via.</p>
<p>La Chiesa  illuminata dallo Spirito, ha sempre venerato e venera Giuseppe come modello eccellente dell’esistenza proprio in quanto questa è radicata in Dio ma svolta sulla terra, mistica ma laboriosa, povera ma nobilissima, incerta del tutto fedele responsabile ma completamente affidata. a Dio.</p>
<p>Non meno che tutto ciò poteva darsi nell’uomo a cui il Figlio di Dio avrebbe detto con amore  e fiducia pieni: «Abbà, babbo». Perché Dio la sua familiarità non la svende, come facciamo noi, Dio sceglie i cuori a cui intende affidarsi, quelli che nella sua Grazia saranno veramente suoi, nel tanto e nel poco, quelli con cui sa che troverà sempre «a casa».</p>
<p>C&#8217;è qui per noi un&#8217;imponente lezione.</p>
<p>Il Giuseppe «di tutti i giorni», non soltanto quello dei momenti forti: annuncio dell&#8217;angelo, accoglienza di Maria, Betlemme, fuga in Egitto, ritorno a Nazaret&#8230; Questi segnano la fedeltà  e la coerenza_ dell&#8217;uomo in momenti irripetibili, e noi dunque possiamo ammirarli ma non riviverli. Gli altri possiamo invece rivivere, che sono la massima parte, quelli appunto che non sono scritti perché non meritano memoria eppure sono il tessuto della  santità dei giorni.</p>
<p>Qui sì, Giuseppe dice delle cose, maestro prezioso di vita. Pensate la considerazione diuturna, tacita e instancabile, dei misteri che egli vive.  Giuseppe percepisce che sono misteri vicinissimi, Gesù,  Maria, lo spazio e il desco  quotidiano, e tuttavia abissali come Disegno di Dio. Vi partecipa con tutto se stesso e però si sente  anche affacciato a realtà  che lo sovrastano senza schiacciarlo, anzi amandolo. Ma lo sovrastano. Così egli vive, senza sforzo, di considerazione che alimenta la sua fede e regge l&#8217;intera esistenza. Che modello per noi, poveri distratti, che abbiamo pure Dio così prossimo, e lo lasciamo sovente a distanze astrali proprio «come non  fosse»,  quando pure anche  a noi basterebbe un poco più di considerazione di fede.</p>
<p>Pensiamo alla sua  posizione nel mistero che vive.  Non ci stupiremo certo di trovarlo umile di umiltà  perfetta, e servo, vero ser­ vo nell&#8217;anima, e lieto e riconoscente e pronto, perché sa e vuole vivere di Dio soltanto come  gli è stato chiesto. E anche qui, che lezione per noi, tanto spesso malati di protagonismo, pretese, invidie, pigrizie, come se anche la nostra esistenza non fosse servizio a Dio e al prossimo, come non fossimo neppure cristiani.</p>
<p>Pensiamo alla sua serietà nell&#8217;essere se stesso davanti a Gesù ea Maria, icone della volontà di Dio; dove serietà è il massimo coinvolgimento di tutto  il proprio essere e fare, la tensione magnifica dell&#8217;offerta di sé oltre se stessi, affinché possa  compiersi qualche cosa di più grande di noi ma che interpella anche noi. Serietà con Dio sinonimo di santità, il nostro destino. E Giuseppe va visto cosi, capolavoro umano di serietà nelle cose che anche tutti noi facciamo e maneggiamo; serio di una serietà che non è poi quella del  galantuomo soltanto, né  del  lavoratore o dell&#8217;artista appassionati, ma che scende dall&#8217;alto e potenzia cuore e volontà  ancora di più, secondo Dio. La serietà cristiana, per noi.</p>
<p>E lasciamo allora sfilare qui, in umile revisione di vita, le nostre leggerezze, latitanze di fronte ai doveri divini e umani, superficialità, disimpegni. Eppure siamo cristiani, e la forza dello Spirito è in noi.</p>
<p>Conviene allora dare a Giuseppe uno sguardo di simpatia forte, che vuole approvarlo, comprenderlo e imitarlo; e un moto del cuore schietto e fiducioso, perché egli nella gloria di Gesù e Maria</p>
<p>è ora potente nel bene, protegge l&#8217;intera Chiesa, è amico d&#8217;ognuno di noi. L&#8217;uomo a cui Dio consegnò il Figlio con piena fiducia, è anche  quello che ci aiuta  a dire:  «Gesù!»  come tante volte  lui lo disse nella vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La nostra gioia è in Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 17:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[beatitudini]]></category>
		<category><![CDATA[discorso della monttagna]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[gioia]]></category>

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		<description><![CDATA[La nostra gioia è in Dio 4 Domenica tempo ordinario Anno A Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro. Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>La nostra gioia è in Dio</h1>
<p>4 Domenica tempo ordinario Anno A</p>
<p>Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a</p>
<p>La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro.</p>
<p>Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel momento della vita di Gesù a cui si riferiscono. Matteo inizia con questa pagina i tre capitoli del suo Vangelo, il quinto, il sesto e il settimo, chiamati «Il discorso della montagna»; essi co­stituiscono quella che potrebbe dirsi la divina Costituzione: come deve vivere il popolo di Dio, l&#8217;insieme di norme che reggono il suo ordinamento morale. Gesù non ha predicato i Comandamen­ti, li ha semplicemente presupposti, ma ci ha indicato questa nuo­vissima maniera di vivere, che soltanto grazie a Lui diventava rea­lizzabile, e che era la rivelazione della possibilità di un mondo rinnovato.</p>
<p><span id="more-1138"></span>Le parole, che precedono questo discorso: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buo­na novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo», ci dicono che Gesù sta attraversando un momento straor­dinariamente favorevole del suo ministero cominciato da poco. Egli attira a sé gente sempre più numerosa, diventa veramente l&#8217;uomo più famoso, ma la sua fama non è ancora legata alla sua dottrina, bensì ai suoi meravigliosi prodigi: “ .. .la sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati”.</p>
<p>Matteo moltiplica i termini per dire che erano proprio le perso­ne sofferenti ad accorrere da Gesù: «i malati, tormentati da varie ma­lattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici»; questo mondo di sof­ferenza si raccoglieva attorno a Gesù, ed Egli semplicemente li guariva. Perciò grandi folle cominciarono a seguirlo, e Matteo ci dà un&#8217;ulteriore informazione indicando le regioni di provenienza: Ga­lilea, Decàpoli, Gerusalemme, Giudea e i territori oltre il Giordano. Non si tratta tanto di una descrizione geografica, quanto, secondo l&#8217;intendimento dei suoi primi ascoltatori, della descrizione della Palestina felice, della terra promessa da Dio, quella «dove scorre lat­te e miele»: è quindi anche un&#8217;indicazione mistica e spirituale.</p>
<p>Gesù si trova di fronte a questa immensa folla che cresce e che è senza dubbio entusiasta di Lui. «Vedendo le folle, ecco l&#8217;altra reazione di Gesù dopo averle guarite -Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, &#8230; prendendo allora la parola, li ammaestrava». Anche questa è una formula molto solenne, perché per gli Ebrei la mon­tagna non era solo luogo fisico, ma il monte di Mosè, il luogo del­l&#8217;alleanza, il Sinai. Gesù quindi è presentato da Matteo come il nuovo Mosè, quello che definirà, una volta per tutte, la comunio­ne tra Dio e il suo popolo.</p>
<p>La montagna non è una specie di pulpito più alto, ma il luogo da cui Dio parla perché la sua sapienza si effonda su tutti quelli che ascoltano. E anche tra loro Matteo stabilisce una distinzione: « &#8230;gli si avvicinarono i suoi discepoli», mentre attorno c&#8217;era la marea della gente.</p>
<p>Quanti di questa folla diventeranno discepoli? Non si sa, certo non tutti. A queste persone entusiaste di Lui Gesù propone il con­fronto non più con la sua capacità di guarire -l&#8217;hanno accettata pienamente -, ma con la sua capacità di salvare evangelizzando. Egli vuole che si confrontino con la sua dottrina, con la sua inter­pretazione autentica della vita umana. È un grande momento, un fondamentale salto di qualità! Se infatti Gesù avesse cominciato il suo discorso dicendo: «Beati &#8230; » e avesse continuato domandando:</p>
<p>«Chi sono i beati?», non c&#8217;è dubbio che tutti coloro che erano gua­riti e felici avrebbero risposto: «Noi!». A questa gente felice, già guarita o che si aspettava di diventarlo, Gesù propone dunque il discorso giusto, ma con un colpo d&#8217;ala che cambia tutto: «Vi ho re­si felici ma, se v&#8217;interrogassi sulle ragioni della vostra felicità, mi rispondereste soltanto che siete felici perché vi ho guariti. Invece vi devo dire altre cose sulla felicità».</p>
<p>Oggi la scienza comparata delle religioni ci consente di sfo­gliare tutti i testi delle letterature religiose del mondo di ogni epo­ca. Ebbene, non esiste una pagina comparabile a questa, dove, po­nendo Dio al centro -perché è Dio al centro di questo discorso -si affronta il tema della nostra gioia, ma in una maniera del tutto im­prevedibile, che metterà alla prova la fede di chi ascolta. E anche a noi oggi è chiesto di confrontarci con questa pagina. Non è det­to che l&#8217;abbiamo già accettata tutta, non teoricamente certo, ma nel vissuto di ogni giorno.</p>
<p>Il Signore ha dunque reso contenti i suoi ascoltatori e, appena compiuto quest&#8217; opera, «sposta» la gioia da ciò che l&#8217;ha causata, cioè le guarigioni, a Colui che le guarigioni ha compiute: «Non sarete mai felici se non metterete praticamente al centro della vita Dio, e solo Lui». E poteva permettersi di fare questa affer­mazione, perché li aveva resi felici, quindi era del tutto credibile. Ciò non toglie che il salto sia notevole. Il discorso è tutto centrato su Dio. Egli è nominato spesso in queste Beatitudini e in tutte le pagine che seguono, qualche volta in modo esplicito: «i puri di cuo­re &#8230; vedranno Dio» oppure «gli operatori di pace &#8230; saranno chiamati</p>
<p>figli di Dio» o ancora, con un&#8217; espressione equivalente, « &#8230; di essi è il regno dei cieli», cioè Dio, la sua presenza, la sua gioia.</p>
<p>Tu, cristiano, ti stupisci perché non sei felice, ma quanta impor­tanza hai dato a questo discorso che ti diceva che la tua gioia è in Dio? L&#8217;hai invece cercata nell&#8217;oggetto che ti piaceva, nel primo in­namoramento, nella tua vita anche ben organizzata, nel lavoro, nel matrimonio, nella famiglia &#8230; Avevi ragione a cercarla, ma ti sba­gliavi a farlo ovunque: avresti dovuto subito cominciare da Dio.</p>
<p>E Lui, che ti vuole bene ed è paziente, ti ha guardato cammi­nare, sbagliare, soffrire e, a poco a poco, ti ha condotto ad accor­gertene e a dire finalmente: «Ora so che Tu, Signore, sei la mia gioia, e ne sono convinto non solo perché ho riflettuto, ma perché lo sento nel cuore. La mia gioia la trovo quando sto con Te, quan­do t&#8217;incontro nel silenzio della mia preghiera, quando rileggo una pagina di Vangelo, quando incontro gli altri nella carità che Tu hai insegnato. Ora so, Signore, che avevi ragione».</p>
<p>Quel giorno Gesù aveva già ragione evidentemente, ma lan­ciava un messaggio che doveva fare una lunga strada nel cuore delle generazioni, e ora è offerto a noi: «Vi ho guariti, sÌ, ma non fermatevi a questo, non ingannatevi. La gioia che vi ho data non è la gioia: fate un passo oltre, guardate Dio». E a questo punto c&#8217;è un&#8217;altra sorpresa: per Gesù la gioia non è soltanto un sentimen­to felice di qualche attimo, ma è una maniera di vivere. Non sol­tanto Egli ci dice che la gioia viene da Dio, ma ci indica anche la strada per raggiungerla.</p>
<p>Le Beatitudini hanno sempre meravigliato tutti, perché sono cosÌ lontane dal comune pensare e cosÌ misteriosamente attraenti, e dunque ci intimidiscono, eppure ancora di più ci attirano in tut­te le loro maniere di presentare la stessa strada: i poveri, gli afflit­ti, i miti, gli affamati di giustizia di Dio sono persone in cui ci ri­conosciamo, e siamo convinti che è il modo giusto per arrivare a Dio, non quello della facilità e di tutto ciò che essa, fin che può, ci procura.</p>
<p>«Il discorso della montagna» non è molto lungo: sono tre capi­toli che vi consiglio di continuare a leggere, mese per mese, ripren­dendo sempre da capo. Non importa che li sappiate a memoria, sa­ranno sempre per il vostro cuore un nutrimento stupendo. Impa­rerete il Vangelo una volta di più e, mentre lo leggerete, lo Spirito vi suggerirà la situazione nuova dove non l&#8217;avevate ancora applicato, e invece lo farete. Il Vangelo s&#8217;impara cosÌ. Queste sono le pagine che dovremmo insegnare ai piccoli in famiglia; nella nostra infan­zia in genere non ce le hanno fatte conoscere; impariamole bene al­meno da adulti, come se fossimo noi stessi dei piccoli.</p>
<p>La verità profondissima, che Gesù, nuovo e definitivo Mosè, ci annuncia -Dio al centro, la nostra gioia possibile attraverso queste strade -, presume, però, da parte nostra un particolare at­teggiamento. La pagina di Paolo è molto forte nell&#8217;indicarcelo: bi­sogna che noi non andiamo da Gesù come se fossimo già dei sa­pienti, persone che sanno tutto e vanno a vedere che cosa dice questo Maestro di Nazaret, per giudicare della sua dottrina. È tra il folle ed il ridicolo questa posizione, anche se è piuttosto diffusa perché siamo in genere arroganti e presuntuosi.</p>
<p>Paolo ci dice che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto» e ci esorta a essere umili di fronte a Lui: «Signore, davanti a Te io non so niente, però Tu ci sei e mi illumini. Non solo non capisco nien­te, ma sono capace anche di ragionare in modo sbagliato: mi co­struisco le mie teorie sulla vita, do i miei giudizi, e non so niente. Vengo da Te, Signore, come un povero ignorante: mi istruisci?». Il discepolo comincia da questa profonda umiltà.</p>
<p>Allora la mia povera sapienza è confusa: ero anch&#8217;io un inso­lente, un arrivista &#8230; , e Lui mi dice: «Beato te, se sarai mite e pove­ro». Tutta la mia presunzione se ne va in un attimo: «Signore del­la Vita, sono vissuto tanti anni senza capire niente. Che grazia averti incontrato! Adesso comincio a vedere, a comprendere qual­che cosa. Non mi spaventa più la mia debolezza, non invidio i for­ti che premono un pulsante e fanno muovere diecimila persone, non desidero affatto essere come loro. Sono debole, Signore, sono anche ignobile e disprezzato qualche volta dai sapienti, perché credo in Te. Ebbene, io scelgo di essere nulla perché Tu, nel mio nulla, &#8220;riduci a nulla&#8221; le cose che ritengono di valere».</p>
<p>È molto forte il contrasto prospettato da Paolo: «Tu sei un po­vero, un umiliato, ma con il tuo niente, con la tua preghiera, con la tua sofferenza bene offerta, con la tua testimonianza e il tuo esem­pio, Dio &#8220;confonderà&#8221; coloro che credono di essere qualche cosa».</p>
<p>Le Beatitudini, ben vissute, sono una grande medicina, di cui questo mondo ha molto bisogno, perché i «sapienti secondo la carne» sono numerosi, quelli che -dice Paolo nella Lettera ai Ro­mani -Dio abbandona alla loro intelligenza depravata. Spesso nel­la Bibbia si parla di un concetto che noi, anche noi predicatori, non ricordiamo volentieri: l&#8217;ira di Dio. È un Dio crocifisso, ma nel­l&#8217;Antico e nel Nuovo Testamento si parla anche dell&#8217; ira di Dio, del suo sdegno, del suo amore deluso. Quando c&#8217;è l&#8217;ira di Dio, che co­sa capita? Non capitano i terremoti e i disastri, semplicemente Dio ci lascia fare. «Dio li ha abbandonati in balìa d&#8217;una intelligenza depra­vata»: perché? Perché hanno disprezzato la conoscenza di Lui: «A che cosa ci serve Dio? Ce la caviamo da soli».</p>
<p>La risposta di Dio non è una rivalsa: «Allora fate da soli!». Dio ci lascia semplicemente liberi e sa che, attraverso le nostre infeli­cità, ritroveremo la strada per tornare a Lui. Non ci abbandona a noi stessi, ci permette solo di provare che cosa, da soli, siamo ca­paci di fare. Vediamo anche sui giornali le conseguenze di questo comportamento in coloro che, secondo le parole di Paolo, sono</p>
<p>«colmi di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d&#8217;invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamato­ri, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza miseri­cordia». Sembra eccessiva questa pagina, è invece realistica: ba­stano i mass-media per rendersene conto. Solo che, non avendo fe­de, non comprendiamo che questa è la condizione di gente ab­bandonata alla propria intelligenza depravata.</p>
<p>Allora ecco la medicina del mondo, ecco i piccoli, i poveri che, credendo nel Vangelo, dicono: «Noi, invece, scegliamo l&#8217;altra ma­niera di vivere, la tua, Signore. Riprendiamo &#8220;il discorso della montagna&#8221;, ci confrontiamo con le tue parole, e andiamo avanti». Dovete credere che siete la medicina del mondo, non siate mai rassegnati, sopraffatti dal male. Che errore! Gesù ha vinto la mor­te. Siate invece profondamente evangelici: queste pagine così con­crete le potete vivere a casa vostra, in famiglia, al lavoro, nelle si­tuazioni più importanti, dovunque voi siate. Le Beatitudini si adattano sempre a tutto e a tutti.</p>
<p>Questa è la medicina che silenziosamente risana. Ecco che cosa vuol dire uscire di chiesa più discepoli, più animati, più entusiasti di questo Gesù, come a dirgli: «Lo faremo, Signore: fidati di noi!».</p>
<p>Don Pollano</p>
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		<title>Hai moltiplicato la gioia &#8211; 3 domenica Tempo ordinario anno A &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 19:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo Ordinario]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Hai moltiplicato la gioia Is 8,23b &#8211; 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23 La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Hai moltiplicato la gioia</h1>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: 13px;"> <span style="color: #800000;"> </span>Is 8,23b &#8211; 9,3; <span style="color: #800000;">Sal 26; </span>1 Cor 1,10-13. 17<span style="color: #800000;">; </span>Mt 4,12-23</span></p>
<p>La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».</p>
<p>Proviamo a immaginare questo personaggio che emerge dal nulla -chi sapeva chi fosse? &#8211; e che, all&#8217;improvviso, si mette con grande benevolenza a compiere queste azioni, a mostrare per tut­ti i sofferenti, per tutti i malati, una pietà sconfinata, accompagna­ta però subito dalla potenza di guarire: «Alzati! Sei guarito, cam­mina!». Che reazione deve avere suscitato nella gente, che fama improvvisa e meravigliosa: «È comparso un uomo che non solo sa guarirci, ma che vuole guarirci. E non lo fa perché noi poi gli andiamo dietro ad applaudirlo: abbiamo capito che vuole semplice­mente guarirci e che &#8211; non sappiamo perché &#8211; ci vuole bene»!</p>
<p>Gesù ha cominciato così e porta avanti così la sua opera: è il Gesù che cammina con noi anche oggi, perciò è un carissimo Ge­sù, con il quale è bene continuare ad incontrarsi per continuare a capirlo. Egli infatti guariva, e allora si comprendeva subito che era un uomo «vantaggioso», benefico, visto che non voleva nes­suna ricompensa. Nello stesso tempo, però, predicava e insegna­va. Non ci voleva molta intelligenza per collegare le due cose: se quest&#8217;uomo è così buono che, senza che glielo chiediamo, ci gua­risce, è evidente che ci vuole contenti; e se quest&#8217;uomo che ci vuo­le contenti ci dà anche degli insegnamenti, è chiaro che la sua in­tenzione è una sola: ci vuole contenti anche per le cose che ci dice, ce le dice proprio perché lo siamo sempre di più.</p>
<p>Così la notizia ha cominciato a diventare «la bellissima noti­zia», che andava molto oltre la salute del corpo. È la stessa, sem­plicissima logica che noi dobbiamo avere guardando Gesù: «Ascoltiamo la tua parola, Signore, ed è così chiaro che viene da un cuore che ci vuole bene che, qualunque cosa Tu ci dica, che ci piaccia o no, siamo certi che è per la nostra gioia». Avessimo già una fede così semplice, così giusta!</p>
<p>«Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia»: si realizza l&#8217;an­tica profezia di Isaia riguardo all&#8217; opera di Dio. «Proprio questo sono venuto a fare: -dice Gesù -a moltiplicare la vostra gioia, miei poveri fratelli e sorelle, che ne avete così poca, sono venuto ad aumentare la vostra letizia». Gesù, capito così, si accetta a cuo­re aperto, altrimenti non ci interessa.</p>
<p>Allora il discorso continua, perché appunto Egli guariva e pre­dicava. Abbiamo il diritto di domandargli: «Signore, di gente che ci promette gioie, piccole e grandi, soddisfazioni, felicità &#8230; , ne ab­biamo fin che ne vogliamo attorno a noi, basta uno spot pubblici­tario. E Tu? Che cosa intendi quando affermi che vuoi aumentare la nostra letizia e moltiplicare la nostra gioia? Abbiamo capito che non si tratta solo di tornare ad essere sani, se eravamo malati. Cer­to, già questo è motivo di molta gioia, ma è chiaro che Tu vuoi di più».</p>
<p>L&#8217;altra profezia è molto illuminante: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tene­brosa una luce rifulse». Gesù annuncia: «Fratelli e sorelle, sono ve­nuto perché voi siete un povero popolo che dimora in terra e om­bra di morte, dal momento che la vostra esperienza &#8211; la lunga vi­cenda umana &#8211; vi ha impresso nella mente alcune convinzioni che io voglio infrangere; prima di tutto il credere che si viva e poi si muoia, e basta». E c&#8217;è in più la rassegnazione perché, anche men­tre si vive, muoiono già delle cose: le gioie che tu potevi avere, l&#8217;affetto, l&#8217;amore, la famiglia, il lavoro che ti davano della pace, possono morire prima di te e farti rimanere nella tristezza. Sicché la vita, com&#8217;è stato detto, è diventata un&#8217; «inquietudine di vita».</p>
<p>«Allora», &#8211; continua Gesù &#8211; «pensi che tutto questo non m&#8217;im­pietosisca? Ti vedo desideroso di felicità, e hai ragione ad esserlo, tu ti affatichi così tanto nel cercarla: percorri una strada, poi un&#8217;al­tra; poi compi degli sbagli, arranchi, e spesso sei triste. lo sono ve­nuto perché la tua gioia di essere vivo aumenti».</p>
<p>Di questo abbiamo tutti bisogno, e purtroppo non è il discorso che ci facciamo tutti i giorni. Quello che ci comunichiamo quoti­dianamente è l&#8217;altro versante, sono spesso le nostre tristezze e le nostre fatiche: non abbiamo il coraggio di andare oltre.</p>
<p>Gesù dunque ha cominciato così, mostrandosi buono e «van­taggioso», non soltanto perché guariva i malati, ma perché veniva, a guarirci dalla malattia di vivere come viviamo: che l&#8217;esistenza sia diventata l&#8217;inquietudine di esistere, per quanto sia ormai un fatto ordinario, non è una condizione sana. Egli ce lo dice: «Io vo­glio dare alla vostra vita dei significati in più».</p>
<p>Questa intenzione di Gesù ci coinvolge particolarmente, per­ché anche noi vogliamo dare alla vita dei significati, ed è bellissi­mo che lo facciamo, del tutto dignitoso. Per esempio, ad una crea­tura che è ignorante, noi diamo istruzione, scienza, la educhiamo: da una persona analfabeta ad una persona che sa molto, quanto si­gnificato in più! Noi viviamo in un mondo che tende, purtroppo, per le sue passioni, a molto disordine, a confusione, a tristezze, ed ecco allora lo sforzo umano di dare un significato più elevato. Pensiamo anche ai tentativi di mettere insieme la legalità della vi­ta, il diritto, la sicurezza, l&#8217;equilibrio. In ogni campo si passa dal­l&#8217;improvvisazione alla competenza più fine: noi tendiamo a dare tutto il significato che possiamo alle cose, non possiamo vivere trascurandoci, «vivacchiare» come si dice; ma con tutto questo ­che ci crea già delle severe responsabilità &#8211; non riusciamo ad arri­vare ai significati finali. Sogniamo una società che sia piena di si­gnificati positivi, che sappia vivere, ma, quand&#8217;anche riuscissimo</p>
<p>a realizzare questi obiettivi, ci scontreremmo contro le inesorabi­li barriere del vivere quaggiù.</p>
<p>Il Signore approva che noi diamo senso alla vita, che passiamo dall&#8217;ignoranza alla scienza, dall&#8217;incompetenza alla competenza, dal disordine alla legalità. Gli piace tutto questo, ma aggiunge: «lo sono venuto ad aumentare la vostra gioia, vi do di più, perché posso darvelo: io vengo da altrove. Accettate la vita della grazia? Accettate che la vostra speranza se ne vada tranquilla oltre la mor­te senza né disperazione né paura, anzi con una prospettiva di gioia più vera e per sempre? Accettate che l&#8217;amore, la benevolen­za reciproca possa diventare uno stato di esistenza: sapete che è possibile?».</p>
<p>Il discorso diventa molto concreto. Considerate, per esempio, una famiglia qualsiasi che, da quando esiste o poco meno, si tor­menti per i rapporti difficili, fragili: quanto ci si fa soffrire nel pic­colo e nel grande! Vi piacerebbe vivere come dice Paolo: «unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra di voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d&#8217;intenti»? Sareste contenti di vivere così, voi, mariti e mogli che non andate d&#8217;accordo, genitori e figli che non v&#8217;incontrate più e che spesso vi parlate solo per litigare? «Sì, ma è un sogno», sarebbe la risposta più probabile.</p>
<p>Gesù invece è venuto a dirci che non è un sogno, che, se accet­tiamo il suo Spirito di carità, possiamo vivere amandoci: ecco do­ve si aumenta la letizia, dove si moltiplica la gioia. A volte delle persone vengono a dire al sacerdote: «Speriamo che duri, sono tre mesi che non litighiamo: è un mezzo miracolo». Ma tre mesi sono pochi, perché il Signore è capace di darvi pace fin che vivete, se volete. Portate tutti in voi affanni, fastidi, speranze e paure, tanta fatica del cuore. Chi può affermare: «Grazie, Signore, mi basta la gioia che ho, sono a posto»?</p>
<p>Accogliete allora l&#8217;invito di Gesù: scegliete il momento diffici­le della vita e mettetelo sull&#8217;altare. Ditegli: «Anche noi siamo un poco nell&#8217; ombra della morte, abbiamo i nostri pensieri neri, i no­stri momenti tenebrosi. Ci rivolgiamo a Te, Signore, perché sei quello che guarisce, che solleva, che ci porta oltre».</p>
<p>Si spiega allora perché l&#8217;entusiasmo della situazione eccezio­nale descritta da Matteo affascinò molti. Gesù passa, dice a due pescatori: «Seguitemi&#8230; », ed essi lo seguono subito. È stato un en­tusiasmo straordinario, perché hanno capito che Lui li conduceva oltre, infatti essere pescatori di uomini, attrarre a Dio altri è l&#8217;im­presa più bella del mondo. È il «lavoro» del prete: incontri una persona che è ferita dalla vita, che non sa più che cosa fare, e puoi dirle: «Guarda che la tua gioia può risorgere ed essere moltipli­cata; c&#8217;è Chi sa farlo ed io ho il bene di comunicartelo». È un ma­gnifico compito, non solo dei preti, ma di ogni cristiano, perché tutti siamo battezzati nel sacerdozio di Gesù.</p>
<p>È molto bello tutto questo, è veramente tale che allarga il cuo­re alla gratitudine: «Come sei buono, Signore, come sei grande! Ci incarichi di passare in mezzo agli altri con parole di bontà, di fi­ducia, con apertura di cuore, con stile d&#8217;incoraggiamento, di ac­compagnamento, di profezia, portando qualcuno a Te».</p>
<p>Non dite che non sapete chi accompagnare: tutti, se volete, po­tete condurre qualcuno a Gesù Cristo. Se vi pare che non sia così, domandate al Signore qual è la persona che dovete accompagna­re ed Egli ve la metterà sulla strada, subito. Siamo profeti, popolo di profeti: chiediamolo. E, offrendo al Padre questo stesso Gesù nel momento culminante del suo dono -« . . .il mio corpo, il mio sangue dati per voi» -, esprimiamo la nostra infinita riconoscen­za, e anche un grande desiderio che il suo invito a seguirlo diven­ti una voce affascinante, irresistibile per molti, giovani o non gio­vani. «Seguitemi»: tanti si alzeranno e lo seguiranno.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>Maria madre di Dio &#8211; Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 18:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
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		<description><![CDATA[MARIA SS. MADRE DI DIO Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21 “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>MARIA SS. MADRE DI DIO</h4>
<p>Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21</p>
<p>“<em>Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore</em>”</p>
<p>Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in un’altra occasione: “<em>Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano e Maria da parte sua disse:- L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore</em>”. Infatti avremmo percepito molto più armonico, in una pagina di gioia, un grido di gioia. Troviamo, invece, nel versetto 19 del capitolo secondo di Luca, ora letto, che Maria fa tutto l’opposto: da parte sua, tace, tace meditando raccolta. È proprio qui che ci attende il Vangelo oggi, per capire con Lei perché tace, e tacere un poco con Lei. Non è strano che si taccia quando si vuole riflettere e comprendere meglio, lo facciamo sempre tutti. E già questo è interessante.</p>
<p>Mentre i pastori, come molti, come noi stessi qualche volta, riducono ciò che hanno visto al loro sentimento, alla loro emozione, Maria sente che di fronte a quel bambino, che giace nella mangiatoia, non deve limitarsi a una gioia umana, deve, invece, elevarsi Lei per capirlo. Perciò sta tacendo, per non perdere la grandezza dell’evento appena cominciato e del momento presente. Troviamo, dunque, Maria in <strong>un atteggiamento interiore di  elevazione</strong>.</p>
<p>Non si tratta solo di comprensione, come quando si dice: “Voglio capire meglio”, ma sapendo che con la nostra intelligenza  ci riusciremo. E’ di più. È un’elevazione a qualcosa che ci supera, però in modo tale che ci avvince, ci attira, come può accaderci qualche volta quando preghiamo. Non capiamo, ma ci sentiamo portati a star lì, perché lì c’è Dio.</p>
<p>Il bisogno di elevarsi, per trovare cose più grandi, non è soltanto di Maria e non interessa solo l’ambito religioso. Tutta la storia umana è piena di tentativi di elevarsi, come testimoniano i grandi sistemi ideali delle filosofie, le mitologie o anche la fantascienza: mille modi di superare la nostra misura, però tutti quanti umani, cioè fatti, in sostanza, d’immaginario.</p>
<p>Qui, invece, non c’è nulla d’immaginario, qui c’è un bambino, in carne ed ossa, ma Maria è obbligata ad elevarsi proprio guardandolo, perché ricorda benissimo com’è nato da Lei. Lo ricorda come fosse accaduto il giorno prima: <em>“Lo Spirito Santo scenderà su di te, l’ombra dell’Altissimo ti coprirà”</em>. Di conseguenza, guardando quel piccolo bambino, è costretta ad andare alle origini che, per la sua cultura ebraica e per la sua pietà personale, sono davvero altissime, si perdono in alto. L’essere Madre del Figlio dell’Altissimo la sta sollevando, la sta incantando, potremmo dire. Perciò, da parte sua, <strong>tace e contempla</strong>.</p>
<p>Questo atteggiamento ci interessa molto, perché, visto che quel bambino è Gesù, il Figlio di Dio, lo stesso atteggiamento è richiesto anche a noi; altrimenti perché saremmo credenti?</p>
<p>Dunque, tu, Maria, guardi tuo Figlio e vai molto in alto, più in alto che puoi, nel mistero di Jahvé, il trascendente Dio ebraico. Vai là per capire questo bambino e congiungi queste due realtà che sembrerebbero del tutto lontane, ma adesso non lo sono più: la suprema trascendenza di Dio e l’immanenza di questo piccolo bambino. Allora, oltre alla gratitudine, allo stupore, alla meraviglia, non può non nascerti in cuore anche un immenso: “Ma perché? Perché sei nato da me? E perché sei nato?”.</p>
<p>E il piccolo Gesù è la risposta incarnata.</p>
<p>“Prima di tutto volevo entrare nella storia del genere umano e allora sono nato da donna”.<em> Nato da donna </em>è l’espressione che usa l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Essa, però,<em> </em>vuol anche dire: consegnato all’affetto, anzi all’amore profondo di una donna. E potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, al tipo di amore più profondo, dedicatorio, fedele che si trovi sulla terra<em>.</em> Ci sono tanti tipi di amore buono, lodevole, desiderabile, ma l’amore di una madre, che sia coerente e fedele, è imbattibile, perché sfida il tempo, i cambiamenti, le situazioni, sfida le ingratitudini, sfida tutto, e rimane.</p>
<p>Allora è già importante che Tu, Gesù, Figlio di Dio, per venire tra noi, non abbia solo cercato il grembo di tua Madre, ma anche il cuore di una creatura che, come madre, è quella che ti poteva accogliere di più. <strong> Hai cercato la via dell’affetto e della tenerezza</strong><em>.</em></p>
<p>Delle innumerevoli icone di Maria che esistono, alcune si fanno un po’ tradizionalmente risalire proprio a Luca, che si dice fosse anche pittore. Di lì sono nate tre figure tipiche dell’icona, che poi sono diventate modelli per tutti i ritratti della Madonna. La prima icona in assoluto comparsa nella tradizione cattolica è quella che probabilmente avrete visto qualche volta: la Madonna tutta china sul bimbo, che a sua volta le appoggia il volto sulla guancia, la cosiddetta <em>Madonna della Tenerezza</em>.</p>
<p>Dio cerca tenerezza e la cerca dove sa di trovarla: in un perfetto cuore materno. Sarebbe già molto, ma non è tutto, perché qui siamo davanti a Dio e, quando si parla di Dio, non basta fare né della biologia né della psicologia, bisogna fare della teologia: trovare le ragioni profonde di Dio in Dio.</p>
<p>Dio è amore, <em>agape </em>e la caratteristica dell’amore è il donarsi gratuitamente, il consegnarsi perdutamente all’altro. Allora ecco che<strong> Dio, attraverso Maria, si consegna a tutti noi</strong>: “Mi sono cercato una mamma per rassicurarvi. Potevo comparire tra voi come un San Giorgio con la spada, potevo fare quello che volevo, Io sono il Creatore. Ho scelto la via che convincesse di più, per farvi capire che era il mio infinito &#8211; che non è il freddo assoluto dei filosofi -, il mio vivo infinito d’amore che veniva a cercarvi”.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Così Maria, a poco a poco, crescendo nella fede, capisce quel nome:<em> Gesù.</em></p>
<p>Era un nome piuttosto frequente: <em>Jehoshu’a</em>, ‘Dio salva’. Nella storia ebraica c’erano stati dei Jehoshu’a-Gesù, ma il Dio che salva, in prima persona, non era ancora venuto, ed ora eccolo.</p>
<p>Maria vede, dunque, quel Bambino com’è: piccolo bambino che, appena si muove, fa sì che Lei si chini su di lui, perché, se trascurasse di occuparsene per qualche ora, lui non potrebbe vivere. E’ un piccolo bambino come tutti. Ma, nello stesso tempo, come diventa grande! E’ l’<em>Altissimo,</em> che sceglie l’amore per venire, diventa inerme nelle nostre mani, dipende in tutto da noi, perché se no muore di fame; dunque ci rassicura, cerca il nostro cuore per avere un tepore di vita, vuol essere amato, ma è Lui l’Amore molto più grande che si dona.</p>
<p>E si dona a tutti. Questa maternità diventa arbitra della storia umana, perché da quel momento in avanti, quando diciamo: “Mamma, madre”, non possiamo più soltanto pensare alla nostra, seppure ottima, amatissima mamma, troppo poco! Dio ha avuto una mamma e noi a Lei ci rivolgiamo, anche perché, essendo madre di un Dio, che a sua volta è Creatore di tutto, è diventata la Madre del creato, la Madre della Chiesa.</p>
<p>Tutto questo non è affatto ridurre la teologia, che rimane molto alta, a dei parametri umani buoni, semplici, emotivi.</p>
<p>Dio è padrone del cuore umano e di tutte le sue ricchezze. Di conseguenza noi guardiamo a Lui, perché è Dio; guardiamo a Cristo, perché Cristo è Dio, Figlio di Dio, ma guardiamo anche a Lei, perché a Dio è piaciuto metterla così, tra noi e Lui, misteriosa, umilissima mediazione. Madre della nostra grazia: <strong>tutto ciò che Dio ci dona passa attraverso di Lei</strong>, mediatrice potente, silenziosa. Madre della nostra vita: pensate a tutte le cose grandi che le chiediamo, che andiamo a cercare a Lourdes, a Fatima, o qui, o dovunque! E’ una dispensatrice straordinaria, perché il suo cuore è materno. Chi ha un cuore materno non ha misura.</p>
<p>Come siamo saggi quando le diamo un posto importante nella nostra vita! Qualcuno qualche volta dice: “Ma io preferisco Gesù Cristo”. E’ un’ ingenuità, perché non è questione di preferenze, c’è ancora molto di psicologico in questo modo di esprimersi. Qui è questione di verità: è l’ordine di Dio.</p>
<p>Vi rivolgo allora una domanda molto concreta: l’umile ma sincera “<em>Ave Maria piena di grazia…”</em> che posto ha nella vostra vita?  Non c’è nulla di disdicevole nel dire: “<em>Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te…”, </em>nulla di popolare, nel senso riduttivo del termine. I contemplatori del Verbo non sono cristiani se fanno solo quello: bisogna prendere le cose come Dio ce le ha date, Egli ci conosce molto bene.</p>
<p>C’è davvero da augurarsi che quest’anno nuovo, che vuol dire un tempo nuovo, possa essere molto vissuto in un rapporto rinnovato e rafforzato con la Madre di Dio.</p>
<p>La Chiesa ha patito per definire Maria <em>Madre di Dio</em>. I primi secoli sono stati tormentati dal punto di vista teologico, perché questo attributo pareva ad alcuni eccessivo. Certo, se si pensa al Dio eterno e increato, non si pone una madre. Ma, quando Dio si fa uomo e rimane Dio, allora ecco scaturire dal Concilio di Calcedonia il termine, tanto caro ai nostri fratelli greco-ortodossi: <em>Theotokos</em>, la <em>Madre di Dio</em>. Li incanta questa espressione, di cui sentono tutta la grandezza. Non è un caso che l’icona, a differenza delle Madonne occidentali, abbia spesso l’aspetto trascendente che al nostro senso estetico può dire poco, mentre dice molto se lo si interpreta con intelligenza di arte e di fede. La <em>Theotokos, </em>la grandissima Madre di Dio!</p>
<p>Questo è il significato del nostro essere qui oggi: “<strong>Ti</strong> <strong>consegniamo non solo la nostra vita, ma il tempo del mondo. </strong>Tu sai, Tu che hai detto a Gesù quella volta: “<em>Non hanno più vino”</em>. Quanti significati ha questa frase! <em>Vino</em> rappresenta tutto ciò che serve all’uomo. Non hanno più chissà quante cose, ma, per tante che siano, ecco l’occhio e il cuore di Maria: “Non hanno più vino, Gesù! Che cosa fanno allora?”. E Gesù, come quella volta, agisce in modo che Lei possa dire: “<em>Fate quello che vi dirà</em>”, e tutto si risolve.</p>
<p>Ci riconsegniamo così, molto convinti, a Maria oggi. Non consideriamo certo questo gesto come un piccolo termine di devozione, ma le promettiamo che faremo quello che Gesù ci dirà, però col suo aiuto, perché Lei sa che siamo fragili e poveri: non è la Madre della Misericordia? Non è il Rifugio dei peccatori? Non è la Porta del Cielo?</p>
<p>Tutti i problemi, piccoli o grandi, personali, dei popoli, dell’ecumenismo… sono tutti nelle mani di Maria<em>.</em> Questo ci dà una fiducia sconfinata, però bisogna anche implorare: “Prendi, per favore, in mano Tu le sorti dell’umanità, perché, lasciata a se stessa, vedi quanto male sa fare. Prendi nelle mani Tu questo popolo in cammino”. Ditelo, e non ditelo solo oggi. Vi assicuro che potremo vedere risultati straordinari di bene e di grazia, per tutti.</p>
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		<title>Immacolata &#8211; Don  Pollano</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 16:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo di Maria]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IMMACOLATA CONCEZIONE B.V.M.</strong></p>
<h1>Gen 3,9-15; Ef 1,3-6; Lc 1,26-3</h1>
<p><em>«Ti saluto, o piena di grazia»</em></p>
<p>La giornata di oggi ci offre una <strong>grande occasione per capire Maria</strong>, prima contemplandola e  pregandola, poi anche parlandole così come sappiamo. Oggi infatti la Chiesa ce la propone come fu ed è, Immacolata, e lo fa con l’intenzione che tutti noi, Popolo di Dio, la fissiamo con fede convinta ed ammirata.</p>
<p>Ammirazione che però non ce la allontani: il Concilio Vaticano II ha ribadito, quanto a Maria, che la Chiesa riconosce in Lei la propria icona già perfetta, e di conseguenza tende a imitarla nella vita di grazia: noi la fissiamo per imparare come noi stessi siamo chiamati a divenire.</p>
<p>C’è di più: essendo nostra Madre, Maria ha ora il compito di fare fluire in noi la grazia di Cristo che ha resa Lei santa e immacolata qual è. Per questo noi le rivolgiamo oggi ancora una volta sguardo e desiderio secondo fede e amore.</p>
<p>Un teologo ha intitolato un suo saggio: “Maria, chi sei veramente?”. E’ la stessa domanda, lo ricorderete, che Bernadette rivolse alla figura misteriosa apparsale a Lourdes. A Bernadette la Signora rispose di persona, qui ci facciamo illuminare secondo la Chiesa dalla parola di Dio.</p>
<p>Si applicano infatti perfettamente a Lei le parole della Lettera agli Efesini: <em>“In Lui, Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà”. </em>Sì, anche Maria è diventata “figlia adottiva”; ma in più, privilegio incomparabile!, è stata fatta anche Madre del Figlio grazie al quale è divenuta figlia di Dio. Portentoso mistero.</p>
<p>Perciò il santo Vangelo la chiama la <em>“piena di grazia”, </em>la “<strong>colma del favore di Dio</strong>”. Riflettiamo su questo nome unico. Quando è che voi direste mai a qualcuno: “Tu sei colmo del mio favore”? Espressione iperbolica…Sarebbe come dire: “Io ti riempio del mio affetto e del mio amore, ti voglio appassionatamente, tu non mi sfuggirai mai, anzi mi amerai con tanta perfezione che io potrò sempre fidarmi di te in modo assoluto”. Siamo nel divino molto più che nell’umano. Gesù Cristo per primo è stato prediletto così dal Padre. E dopo di Lui, dalla pienezza di Lui, ecco Lei, la Tuttasanta e senza peccato.</p>
<p>Per essere nostra madre, perché anche noi Dio tiene nel suo favore particolare, noi battezzati, perdonati, eucaristici. e missionari. E’ questa la nostra grandezza comune: Maria colma, noi ricchi di grazia viva, dinamica e bella. E questo suo essere colma, e maternamente colma, la rende &#8211; pur così piccola davanti all’Onnipotente &#8211; figura feconda da cui nasce, con Cristo, la storia nuova, salvata; offrendoci il Santo Ella propone alla storia la contraddizione, e la spartisce in due fiumane: quella che crede nel Figlio, pieno di grazia e di verità, e perciò in Lei, per vivere come loro; quella invece che lo rifiuta preferendo costruirsi da sé sola.</p>
<p>Anche la pagina biblica della prima Lettura è piena di fascino. Nell’apparenza mitica essa contiene fra le altre una verità centrale per noi quando afferma che <em>“l’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi”.</em> E’ come dire  che con la mancata fede nella Parola di Dio e la conseguente trasgressione inizia per la creatura umana un tipo di vita che si è privato<strong><em> </em></strong>del favore di Dio. Possiamo chiamarlo tragedia.</p>
<p>L’uomo, rifiutando il favore di Dio, resta con le sue sole risorse ad affrontare l’avventura di esistere. Intelligente, capace di scienza, ricco di immaginario, creatore di bellezza, soggetto intraprendente, ricco di volontà e audacia, costruttore…Ma dopo la rottura d’amicizia con il suo Creatore, con cuore indurito e scarsissima capacità di amare: il fratricidio che insanguina subito la storia lo dirà chiaro.</p>
<p>All’uomo di tutti i progressi basterà sempre un nulla ormai per uccidere il fratello o il bimbo nel grembo di sua madre, e per lasciar morire senza un fremito milioni di uomini come lui, per malattia e fame.</p>
<p>E’ grazie a Maria che questo umanesimo tragico, in cui siamo immersi tutti, trova per virtù di  Dio il suo rimedio. Perché con Lei senza peccato viene nel mondo il nuovo cuore di Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, la sovrabbondanza della carità divina: già Lei ne rispecchia e vive la ricchezza, e non per sé sola; è madre e dunque esiste per far passare in noi, dolce nutrice, la ricchezza della grazia del Figlio.</p>
<p>E’ eccellente, questo disegno divino.</p>
<p>Perché così ci troviamo affidati a una che non è come noi, incerti e peccatori, sempre esposti a perdere la nostra immacolatezza cristiana, o sovente perdendola, e tanto spesso scarsi nella sua misura; Maria vive immacolatezza piena, perfettamente in grado di proteggere e tutelare la nostra, sempre pronta alla nostra cura.</p>
<p>Per questo chi saggiamente ha con Lei grande rapporto di fede e devozione filiale cammina molto più sicuro verso il Regno.</p>
<p>Maria, la Immacolata, non si presenta dunque a noi come personaggio opzionale, che accetteremo secondo le nostre varie sensibilità. Sarebbe errore ben grave farlo. Ella fa semplicemente parte del disegno di Dio. Che lo si sappia o no, che lo si voglia o no, agisce nell’economia della Salvezza per ciascuno di noi e per tutti.</p>
<p>E’ cioè Madre insopprimibile. E si badi, è Madre che ha conosciuto il dolore e la fatica fedele di credere, sperare e amare per tutta la durata della vita terrena. Volle rimanere nel favore di Dio, a qualsiasi costo, e perciò può dire a noi con totale credibilità: “<strong>Restate anche voi fedeli al favore di Dio come me, a qualunque costo</strong>”.</p>
<p>Non c’è che una risposta, è evidente, al di là dei nostri compromessi e dei falsi equilibri fra bene e male, perché proprio a Lei, Immacolata, possiamo e dobbiamo rimanere vicini con ottimismo e gioia. Guardandola capiamo che il destino cristiano non è troppo per noi: il mondo grida, ma lo Spirito è più forte.</p>
<p>Se oggi dunque vogliamo fare un dono autentico a Maria, oltre quest’ora convinta di preghiera, allora riconosciamoci in Lei e riconosciamola in noi. Possiamo ripeterle, nel silenzio del cuore: “Anche noi siamo stati immersi nell’immacolatezza di Gesù, come te, per essere purificati e santi. Aiutaci Tu a ripercorrere con amore e coraggio nuovi le vie del nostro Battesimo, la nostra immacolatezza in questo mondo”.</p>
<p>E’ la preghiera che l’Immacolata<strong> </strong>attende e che è prontissima a esaudire.</p>
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