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	<title>La Piccola Via &#187; Quaresima</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>Grideranno le pietre</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 07:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quaresima]]></category>

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		<description><![CDATA[Arcidiocesi di Genova Domenica delle Palme, 28.3.2010 OMELIA “Grideranno le pietre” Ha inizio la più grande Settimana dell’Anno Liturgico, i giorni più importanti della nostra fede. Siamo invitati a celebrare il mistero della Pasqua attraverso la sequenza del Triduo Santo nel quale rivivremo l’istituzione del sacerdozio e dell’Eucaristia, la via crucis di Cristo, la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>Arcidiocesi di Genova Domenica delle Palme, 28.3.2010</strong></div>
<div id="_mcePaste"><strong>OMELIA “Grideranno le pietre”</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div id="_mcePaste">Ha inizio la più grande Settimana dell’Anno Liturgico, i giorni più importanti della nostra fede. Siamo invitati a celebrare il mistero della Pasqua attraverso la sequenza del Triduo Santo nel quale rivivremo l’istituzione del sacerdozio e dell’Eucaristia, la via crucis di Cristo, la sua tragica morte, la silenziosa attesa del sabato e la notte luminosa della risurrezione. Tutto l’anno liturgico si concentra verso questi giorni come il suo culmine e la sua sorgente.</div>
<div id="_mcePaste">A questa Settimana ci introduce la Liturgia con la suggestiva benedizione delle palme e dei rami di olivo che porteremo nelle nostre case come piccolo segno della fede in Gesù nostra pace e riconciliazione. Quanto bisogno c’è di questi doni! Quando l’anima è aperta alla verità li desidera, quando è ripiegata su se stessa li rifiuta, purché trionfi la propria idea e il proprio interesse. In questo caso, diventa lecito tutto, qualunque mezzo, basta raggiungere lo scopo.</div>
<div id="_mcePaste">I farisei – come narra il Vangelo ascoltato all’inizio della celebrazione – chiedono al Maestro di rimproverare i discepoli che lodano Dio per aver inviato il Salvatore: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. Essi non sopportano le parole dei discepoli, le considerano false o inopportune, sviano la gente, disturbano il pensare comune. Ma Gesù esce con un’affermazione che sconcerta tanto è netta e definitiva: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”! <strong>Come dire che non si può silenziare il Vangelo, non si può oscurare la misericordia di Dio, non si può tacere il mistero di Cristo: esso interessa la vita dell’uomo e del mondo. E, se gli uomini tacessero, se si confinassero nel silenzio della paura, della propria incoerenza, della vergogna, griderebbero le pietre.</strong></div>
<div id="_mcePaste">Ma cosa sono queste pietre evocate dal Signore, capaci di gridare il Vangelo fino ai confini della terra e fino alla fine dei tempi? E’ il bene che, giorno dopo giorno, cresce silenziosamente nella foresta del mondo. E’ il desiderio di luce presente nei cuori, è l’amore vissuto nel segreto della vita, è il sacrificio nel dedicarsi agli altri, specie i piccoli e i poveri, è la volontà di riscatto di fronte al male compiuto, è la dignità inviolabile di ogni uomo, è il gusto della bellezza e l’aspirazione alla nobiltà interiore, è il sangue dei martiri di ieri e di oggi. Sono dunque aneliti dello spirito, sentimenti del cuore, opere di bontà che rendono il mondo meno opaco e che gridano che la bellezza è possibile perché Dio è con noi, e ci ama con il sacrificio della sua vita.</div>
<div id="_mcePaste">Cari Amici, il male è presente, ma l’amore è più grande; Gesù è venuto non solo a ricordarcelo, ma a rendere questa verità concreta e visibile fino alla misura della croce. Per questo non dobbiamo temere; non dobbiamo aver paura della verità anche quando è dolorosa e odiosa. Ma dobbiamo ricordare che Dio è venuto nel mondo per abbracciare l’umanità dolente e affaticata, per prenderla sulle sue spalle e portarla in alto verso luce.</div>
<div id="_mcePaste">Disponiamoci allora a vivere questi santissimi giorni con una preghiera più intesa, con la partecipazione alle divine liturgie, con qualche salutare penitenza, con la confessione dei nostri peccati, con grande fiducia perché Dio è sempre più grande.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Angelo Card. Bagnasco Arcivescovo Metropolita di Genova</em></div>
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		<title>Non lasciamoci intimidire</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 06:58:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quaresima]]></category>

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		<description><![CDATA[CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Piazza San Pietro XXV Giornata Mondiale della Gioventù Domenica, 28 marzo 2010 Cari fratelli e sorelle, cari giovani! Il Vangelo della benedizione delle palme, che abbiamo ascoltato qui riuniti in Piazza San Pietro, comincia con la frase: “Gesù camminava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME</h2>
<h2>E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE</h2>
<h2>OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI</h2>
<div id="_mcePaste">Piazza San Pietro</div>
<div id="_mcePaste">XXV Giornata Mondiale della Gioventù</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Domenica, 28 marzo 2010</strong></div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div></div>
<div></div>
<div id="_mcePaste">Cari fratelli e sorelle,</div>
<div id="_mcePaste">cari giovani!</div>
<div id="_mcePaste">Il Vangelo della benedizione delle palme, che abbiamo ascoltato qui riuniti in Piazza San Pietro, comincia con la frase: “Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme” (Lc 19,28). Subito all’inizio della liturgia di questo giorno, la Chiesa anticipa la sua risposta al Vangelo, dicendo: “Seguiamo il Signore”. Con ciò il tema della Domenica delle Palme è chiaramente espresso. È la sequela. Essere cristiani significa considerare la via di Gesù Cristo come la via giusta per l’essere uomini – come quella via che conduce alla meta, ad un’umanità pienamente realizzata e autentica. In modo particolare, vorrei ripetere a tutti i giovani e le giovani, in questa XXV Giornata Mondiale della Gioventù, che l’essere cristiani è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un andare insieme con Gesù Cristo. Un andare in quella direzione che Egli ci ha indicato e ci indica.</div>
<div id="_mcePaste">Ma di quale direzione si tratta? Come la si trova? La frase del nostro Vangelo offre due indicazioni al riguardo. In primo luogo dice che si tratta di un’ascesa. Ciò ha innanzitutto un significato molto concreto. Gerico, dove ha avuto inizio l’ultima parte del pellegrinaggio di Gesù, si trova a 250 metri sotto il livello del mare, mentre Gerusalemme – la meta del cammino – sta a 740-780 metri sul livello del mare: un’ascesa di quasi mille metri. Ma questa via esteriore è soprattutto un’immagine del movimento interiore dell’esistenza, che si compie nella sequela di Cristo: è un’ascesa alla vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. <strong>Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro</strong>. <strong>Egli conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte dell’altro anche quando la situazione si rende difficile. Conduce verso la disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio.</strong></div>
<div id="_mcePaste">“Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Se leggiamo questa parola del Vangelo nel contesto della via di Gesù nel suo insieme – una via che, appunto, prosegue sino alla fine dei tempi – possiamo scoprire nell’indicazione della meta “Gerusalemme” diversi livelli. Naturalmente innanzitutto deve intendersi semplicemente il luogo “Gerusalemme”: è la città in cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui appartiene l’intera creazione. È il Dio di cui tutti gli uomini nel più profondo sono alla ricerca e di cui in qualche modo tutti hanno anche conoscenza. Ma questo Dio si è dato un nome. Si è fatto conoscere a noi, ha avviato una storia con gli uomini; si è scelto un uomo – Abramo – come punto di partenza di questa storia. Il Dio infinito è al contempo il Dio vicino. Egli, che non può essere rinchiuso in alcun edificio, vuole tuttavia abitare in mezzo a noi, essere totalmente con noi.</div>
<div id="_mcePaste">Se Gesù insieme con l’Israele peregrinante sale verso Gerusalemme, Egli ci va per celebrare con Israele la Pasqua: il memoriale della liberazione di Israele – memoriale che, allo stesso tempo, è sempre speranza della libertà definitiva, che Dio donerà. E Gesù va verso questa festa nella consapevolezza di essere Egli stesso l’Agnello in cui si compirà ciò che il Libro dell’Esodo dice al riguardo: un agnello senza difetto, maschio, che al tramonto, davanti agli occhi dei figli d’Israele, viene immolato “come rito perenne” (cfr Es 12,5-6.14). E infine Gesù sa che la sua via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo. Sa che il suo corpo risorto sarà il nuovo sacrificio e il nuovo Tempio; che intorno a Lui, dalla schiera degli Angeli e dei Santi, si formerà la nuova Gerusalemme che è nel cielo e tuttavia è anche già sulla terra, perché nella sua passione Egli ha aperto il confine tra cielo e terra. La sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra.</div>
<div id="_mcePaste">Così, nell’ampiezza dell’ascesa di Gesù diventano visibili le dimensioni della nostra sequela – la meta alla quale Egli vuole condurci: fino alle altezze di Dio, alla comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con Lui è un essere in cammino, una permanente ascesa verso la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel «noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi.</div>
<div id="_mcePaste">Infine, dobbiamo ancora dire: dell’ascesa verso l’altezza di Gesù Cristo, dell’ascesa fino all’altezza di Dio stesso fa parte la Croce. Come nelle vicende di questo mondo non si possono raggiungere grandi risultati senza rinuncia e duro esercizio, come la gioia per una grande scoperta conoscitiva o per una vera capacità operativa è legata alla disciplina, anzi, alla fatica dell’apprendimento, così la via verso la vita stessa, verso la realizzazione della propria umanità è legata alla comunione con Colui che è salito all’altezza di Dio attraverso la Croce. In ultima analisi, la Croce è espressione di ciò che l’amore significa: solo chi perde se stesso, si trova.</div>
<div id="_mcePaste">Riassumiamo: la sequela di Cristo richiede come primo passo il risvegliarsi della nostalgia per l’autentico essere uomini e così il risvegliarsi per Dio. Richiede poi che si entri nella cordata di quanti salgono, nella comunione della Chiesa. Nel «noi» della Chiesa entriamo in comunione col «Tu» di Gesù Cristo e raggiungiamo così la via verso Dio. È richiesto inoltre che si ascolti la Parola di Gesù Cristo e la si viva: in fede, speranza e amore. Così siamo in cammino verso la Gerusalemme definitiva e già fin d’ora, in qualche modo, ci troviamo là, nella comunione di tutti i Santi di Dio.</div>
<div id="_mcePaste">Il nostro pellegrinaggio alla sequela di Cristo non va verso una città terrena, ma verso la nuova Città di Dio che cresce in mezzo a questo mondo. Il pellegrinaggio verso la Gerusalemme terrestre, tuttavia, può essere proprio anche per noi cristiani un elemento utile per tale viaggio più grande. Io stesso ho collegato al mio pellegrinaggio in Terra Santa dello scorso anno tre significati. Anzitutto avevo pensato che a noi può capitare in tale occasione ciò che san Giovanni dice all’inizio della sua Prima Lettera: quello che abbiamo udito, lo possiamo, in certo qual modo, vedere e toccare con le nostre mani (cfr 1Gv 1,1). La fede in Gesù Cristo non è un’invenzione leggendaria. Essa si fonda su di una storia veramente accaduta. Questa storia noi la possiamo, per così dire, contemplare e toccare. È commovente trovarsi a Nazaret nel luogo dove l’Angelo apparve a Maria e le trasmise il compito di diventare la Madre del Redentore. È commovente essere a Betlemme nel luogo dove il Verbo, fattosi carne, è venuto ad abitare fra noi; mettere il piede sul terreno santo in cui Dio ha voluto farsi uomo e bambino. È commovente salire la scala verso il Calvario fino al luogo in cui Gesù è morto per noi sulla Croce. E stare infine davanti al sepolcro vuoto; pregare là dove la sua santa salma riposò e dove il terzo giorno avvenne la risurrezione. Seguire le vie esteriori di Gesù deve aiutarci a camminare più gioiosamente e con una nuova certezza sulla via interiore che Egli ci ha indicato e che è Lui stesso.</div>
<div id="_mcePaste">Quando andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi andiamo però anche – e questo è il secondo aspetto – come messaggeri della pace, con la preghiera per la pace; con l’invito forte a tutti di fare in quel luogo, che porta nel nome la parola “pace”, tutto il possibile affinché esso diventi veramente un luogo di pace. Così questo pellegrinaggio è al tempo stesso – come terzo aspetto – un incoraggiamento per i cristiani a rimanere nel Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente in esso per la pace.</div>
<div id="_mcePaste">Torniamo ancora una volta alla liturgia della Domenica delle Palme. Nell’orazione con cui vengono benedetti i rami di palma noi preghiamo affinché nella comunione con Cristo possiamo portare il frutto di buone opere. Da un’interpretazione sbagliata di san Paolo, si è sviluppata ripetutamente, nel corso della storia e anche oggi, l’opinione che le buone opere non farebbero parte dell’essere cristiani, in ogni caso sarebbero insignificanti per la salvezza dell’uomo. Ma se Paolo dice che le opere non possono giustificare l’uomo, con ciò non si oppone all’importanza dell’agire retto e, se egli parla della fine della Legge, non dichiara superati ed irrilevanti i Dieci Comandamenti. Non c’è bisogno ora di riflettere sull’intera ampiezza della questione che interessava l’Apostolo. Importante è rilevare che con il termine “Legge” egli non intende i Dieci Comandamenti, ma il complesso stile di vita mediante il quale Israele si doveva proteggere contro le tentazioni del paganesimo. Ora, però, Cristo ha portato Dio ai pagani. A loro non viene imposta tale forma di distinzione. A loro viene dato come Legge unicamente Cristo. Ma questo significa l’amore per Dio e per il prossimo e tutto ciò che ne fa parte. Fanno parte di quest’amore i Comandamenti letti in modo nuovo e più profondo a partire da Cristo, quei Comandamenti che non sono altro che le regole fondamentali del vero amore: anzitutto e come principio fondamentale l’adorazione di Dio, il primato di Dio, che i primi tre Comandamenti esprimono. Essi ci dicono: senza Dio nulla riesce in modo giusto. Chi sia tale Dio e come Egli sia, lo sappiamo a partire dalla persona di Gesù Cristo. Seguono poi la santità della famiglia (quarto Comandamento), la santità della vita (quinto Comandamento), l’ordinamento del matrimonio (sesto Comandamento), l’ordinamento sociale (settimo Comandamento) e infine l’inviolabilità della verità (ottavo Comandamento). Tutto ciò è oggi di massima attualità e proprio anche nel senso di san Paolo – se leggiamo interamente le sue Lettere. “Portare frutto con le buone opere”: all’inizio della Settimana Santa preghiamo il Signore di donare a tutti noi sempre di più questo frutto.</div>
<div id="_mcePaste">Alla fine del Vangelo per la benedizione delle palme udiamo l’acclamazione con cui i pellegrini salutano Gesù alle porte di Gerusalemme. È la parola dal Salmo 118 (117), che originariamente i sacerdoti proclamavano dalla Città Santa ai pellegrini, ma che, nel frattempo, era diventata espressione della speranza messianica: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Sal 118[117],26; Lc 19,38). I pellegrini vedono in Gesù l’Atteso, che viene nel nome del Signore, anzi, secondo il Vangelo di san Luca, inseriscono ancora una parola: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. E proseguono con un’acclamazione che ricorda il messaggio degli Angeli a Natale, ma lo modifica in una maniera che fa riflettere. Gli Angeli avevano parlato della gloria di Dio nel più alto dei cieli e della pace in terra per gli uomini della benevolenza divina. I pellegrini all’ingresso della Città Santa dicono: “Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!”. Sanno troppo bene che in terra non c’è pace. E sanno che il luogo della pace è il cielo – sanno che fa parte dell’essenza del cielo di essere luogo di pace. Così questa acclamazione è espressione di una profonda pena e, insieme, è preghiera di speranza: Colui che viene nel nome del Signore porti sulla terra ciò che è nei cieli. La sua regalità diventi la regalità di Dio, presenza del cielo sulla terra. La Chiesa, prima della consacrazione eucaristica, canta la parola del Salmo con cui Gesù venne salutato prima del suo ingresso nella Città Santa: essa saluta Gesù come il Re che, venendo da Dio, nel nome di Dio entra in mezzo a noi. Anche oggi questo saluto gioioso è sempre supplica e speranza. Preghiamo il Signore affinché porti a noi il cielo: la gloria di Dio e la pace degli uomini. Intendiamo tale saluto nello spirito della domanda del Padre Nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!”. Sappiamo che il cielo è cielo, luogo della gloria e della pace, perché lì regna totalmente la volontà di Dio. E sappiamo che la terra non è cielo fin quando in essa non si realizza la volontà di Dio. Salutiamo quindi Gesù che viene dal cielo e lo preghiamo di aiutarci a conoscere e a fare la volontà di Dio. Che la regalità di Dio entri nel mondo e così esso sia colmato con lo splendore della pace. Amen.</div>
<div id="_mcePaste">© Copyright 2010 &#8211; Libreria Editrice Vaticana</div>
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		<title>Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 18:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[coscienza]]></category>

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		<description><![CDATA[V DOMENICA  DI QUARESIMA Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3, 8-14; Gv 8, 1-11 Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo Questa nota pagina del Vangelo offre l’occasione per una grande domanda, che si può formulare con le parole usate da Paolo nella Lettera ai Filippesi, per proclamare la sua fede “…sono stato conquistato da Gesù [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>V DOMENICA  DI QUARESIMA</p>
<p><strong> </strong> Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3, 8-14; Gv 8, 1-11</p>
<h2>Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo</h2>
<p>Questa nota pagina del Vangelo offre l’occasione per una grande domanda, che si può formulare con le parole usate da Paolo nella Lettera ai Filippesi, per proclamare la sua fede “<em>…sono stato conquistato da Gesù Cristo</em>”: volete lasciarvi conquistare da Gesù Cristo? Avete il diritto di rispondere: “E’ già accaduto”, ma io ho il dovere di dirvi che può accadere sempre di più. Qualunque altra cosa vi succeda o qualunque altra persona possa conquistarvi, <strong>volete che la vostra vita sia la storia dell’essere conquistati dal Signore?</strong></p>
<p>La domanda non si rivolge solo alle vostre intelligenze &#8211; sarebbe poco se si limitasse a questo -, ma entra direttamente, arditamente, nei vostri cuori: il cristianesimo non è una lettura teorica del mondo, ma un rapporto profondo d’amore, dato e ricambiato, a un alto livello, tra Lui e noi.</p>
<p>Il Vangelo ci presenta questo ‘conquistatore’ all’opera. È un episodio che quasi strappa l’applauso e ci piace perché sulle prime lo collochiamo sul piano di una sfida. All’interno di questa interpretazione, la figura che emerge è quella della donna colpevole, salvata da Gesù. Lettura non fallace, ma certamente molto riduttiva. Il personaggio centrale rimane Gesù, che sta mettendo in atto un tentativo di conquista. Si tratta di tentativo, perché Egli si trova sempre di fronte alla libertà delle persone: in questo caso, la donna e gli altri protagonisti della scena evangelica.</p>
<p><span id="more-549"></span></p>
<p>Chi vuole conquistare comincia sempre, anche tra noi, dallo sforzo di arrivare nell’intimo dell’altro, più propriamente nella sua coscienza nascosta; e lo fa con amore per risvegliare l’amore, ma non soltanto per questo: desidera toccare il profondo dell’altro, far sì che egli si accorga di trovarsi davanti a qualcuno molto buono e dunque risponda: “Sì!”.</p>
<p>L’altro deve accorgersi che è amato. Se qualche volta avete attuato questa bellissima operazione umana con la vostra bontà, con la vostra cordialità, facendo capire a qualche persona, abituata a essere messa da parte, svilita, neanche guardata, che invece le volevate bene, avete rivelato lei a se stessa e provocato nella sua coscienza una scintilla vitale: “Ma allora mi vuoi bene!”. È nata, quindi, in lei una nuova valutazione di sé: ella si accorge di cose che non sapeva ancora, fa dei confronti e prende delle decisioni.</p>
<p>Nel caso descritto dal Vangelo, Gesù voleva arrivare a delle coscienze, tutte, per motivi diversi, chiuse. Lo erano soprattutto quelle degli scribi e dei farisei, ai quali, anche se lo hanno chiamato <em>Maestro</em>, non importava nulla del suo insegnamento, che anzi dava loro fastidio. Voleva arrivare alle loro coscienze sicure di sé, ferme nella giustizia della legge, e voleva anche raggiungere la coscienza della donna colta in peccato.</p>
<p>Vediamo qual è il modo di procedere di Gesù. Dinanzi a questi uomini, chiusi nelle loro certezze, i quali gli propongono una condanna giusta in quel tempo, Egli invita a una riflessione. L’evangelista dice “<em>…si mise a scrivere col dito per terra</em>”. Questo verbo, in greco, apparteneva all’ambito giuridico e significava “scrivere un atto di accusa”. Essi parlano, Gesù  tace. Il “dito di Dio”, <strong>la potenza di Dio è all’opera nel mettere queste coscienze di fronte a se stesse</strong>: “Valutatevi, prima di interrogarmi sulla condanna a morte di questa peccatrice. Poiché parlate di peccato con tanta facilità, guardate dentro di voi, per vedere se non ci sia anche in voi del peccato”. L’invito è chiaro e non gli si può sfuggire; si può solo fuggire, infatti si fa il vuoto intorno a Gesù.</p>
<p>È arrivato alle loro coscienze. Uomini che non si ponevano alcun problema, che erano dichiaratamente giusti, dinanzi a Dio sono obbligati a guardarsi dentro &#8211; cosa che forse non facevano da anni -, e rimangono confusi; poiché in quel momento, e forse anche dopo, non sono disposti a riconoscere: “Hai ragione, Maestro, i primi peccatori siamo noi”, decidono di andarsene. Ma la coscienza è stata toccata.</p>
<p>Non sappiamo quale esito abbia avuto questo tentativo. Vediamo, invece, Gesù che continua la sua opera. Egli vuole raggiungere ancora un’altra coscienza per rivolgerla a sé: <em>“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”</em>. Egli non conclude affermando: “Non ti condanno neanch’io” &#8211; in questo modo la coscienza non sarebbe toccata -, ma aggiunge: <em>“…va’ e d’ora in poi non peccare più”</em>.</p>
<p>Ecco il contenuto centrale di questa pagina, in cui vediamo il Signore alla conquista di quel luogo unico dell’uomo, dove si può scegliere davvero Dio. Gesù perdona, come aveva profetizzato Ezechiele: “<em>Io sono il Dio vivente, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva</em>”, la sua esortazione tuttavia ci fa ben intendere che la coscienza di questa donna, come  ogni coscienza , Egli la vuole veramente ricostruita.</p>
<p>Noi alla questione della coscienza siamo stati educati nel senso di distinguere tra la buona e la cattiva coscienza, e questi termini significavano: <strong>riportati nel profondo di te, dove ti metti davanti a Gesù Cristo</strong>.</p>
<p>Questo tipo di educazione si è però indebolito notevolmente. Mi domando: quanti nostri adolescenti capirebbero questo discorso? Il nostro ritrovare noi stessi ha perso oggi molto significato Siamo continuamente legati da una rete di rapporti elementari, estroversi, di tutti i generi: spesso non abbiamo neanche più la percezione della nostra profondità. E’ sperabile che noi cristiani continuiamo ad averla, ma tutti corriamo il rischio di essere dei superficiali. Il Signore, invece, vuole arrivare dove c’è questa consapevolezza, dove si giudica tra il bene e il male, dove, di conseguenza, si progetta o si riprogetta la propria vita. L’assunzione di responsabilità personale è molto importante ed è anche faticosa. Non basta essere adulti per sapere  raggiungere la propria coscienza profonda e gestirla in maniera proporzionata.</p>
<p>La pagina di Paolo è uno splendido esempio, sotto questo profilo. Se c’era stato un uomo convinto di avere la coscienza ben definita, e irremovibilmente, questo era proprio il fariseo Saulo, uomo della legge, e &#8211; lo confessa ripetutamente &#8211; persecutore della Chiesa. Egli, dunque, che si riteneva il perfetto ebreo e lo era, viene folgorato da un tocco di Dio, che arriva nel profondissimo della coscienza, fin dove neppure lui sapeva che si potesse essere feriti. A quel punto egli capisce tutto in modo nuovissimo, è illuminato interiormente,  s’immerge in un giudizio inesorabile: “Se Tu sei così, devo cambiare tutto”, e riprogetta la sua esistenza intera.</p>
<p>E’una storia molto tumultuosa ed estremamente seria. Paolo giunge a reputare una perdita ciò che prima riteneva un guadagno. Non sono parole di poco peso. Il guadagno, a cui si riferisce, non è economico, ovviamente, ma molto più profondo: è il patrimonio ebraico di ogni fariseo, che ora diventa per lui <em>una perdita</em>, anzi è considerato <em>come spazzatura</em>. “Ma perché fai così, che cos’hai visto?”. “Ho incontrato Gesù Cristo, e l’ho conosciuto in modo tale che voglio conquistarlo”. “E che cosa vedi in Gesù Cristo di così grande da farti buttare via tutto, per guadagnare Lui?”. “Vedo in Lui il senso di tutto, la mia speranza nuova. Vedo in Cristo Signore risorto la soluzione dei miei problemi di fondo, quella che l’ebraismo non mi aveva ancora data: la risposta alla mia sofferenza, alla mia morte, al mio desiderio che pretendeva di più; adesso possiedo questo ‘di più’, perché tengo per mano Dio fatto uomo e risorto. Per questo ritengo che tutto ciò che avevo prima sia una perdita. <strong>La mia coscienza ora grida: &#8211; Gesù! -”</strong>.</p>
<p>Poi, con grande umiltà, &#8211; e questo ci conforta &#8211; aggiunge: “Non è che abbia già conquistato il premio, non ho finito la mia strada verso il Signore, ma che cosa faccio? Mi butto alle spalle il passato, non m’importa più niente quello che sono stato, mi lancio nel mio futuro cristiano, corro verso la meta, come l’atleta che corre con tutte le sue forze, per arrivare al premio che Dio mi dà in Cristo. Io voglio conquistare Colui che mi ha già conquistato”.</p>
<p>Com’è affascinante tutto ciò! E’ l’esperienza di uno che sa di essere amato da un irresistibile conquistatore e cerca di conquistarlo a sua volta, pur riconoscendo che sarà sempre l’Altro ad amare di più. Che cristianesimo di movimento, di storia vissuta, è questo! Un cristianesimo così spiega tutti i gesti stupendi, che anche oggi molti cristiani sanno fare: cambiamento di vita, lavoro per gli altri, la missione, tutto è possibile. E’ l’eroismo cristiano che dà gloria alla Chiesa.</p>
<p>Occorre dunque rifare oggi questa riflessione: “Che cosa, Signore, devo lasciare per te? Ciò che rispetto a te mi trattiene, perché io lo ritengo ancora guadagno e dovrei considerare spazzatura: ambizione, egoismo, orgoglio, sensualità…Non posso continuare a seguire il mio piacere, di fronte a te voglio mettermi e lasciare che la mia coscienza si faccia più trasparente all’immagine tua.”.</p>
<p>E’ questo il vero cammino. E se per caso ci trovassimo invece oggi nella condizione infelice di sfuggire alla nostra coscienza, inflessibile testimone interiore; se stessimo così uccidendo la nostra vera gioia, allora è il momento di cambiare. Lasciamo che questa coscienza parli, gridi in noi, crei sani rimorsi, programmi cose nuove; lasciamo che finalmente sia lei a inventarci la vita. <strong>Noi siamo la nostra coscienza</strong>. Che bellezza sorge in un uomo, in una donna, quando essi decidono di abbandonarsi alla propria coscienza buona per essere conquistati da Gesù Cristo!</p>
<p>Nella Quaresima imploreremo dunque Dio perché ci salvi dalla sventura di una coscienza ammutolita e prigioniera. Ampia preghiera da estendere al mondo intero. Cominciando dal santo Popolo di Dio. Quale dono all’umanità, questo Popolo che fa nascere se stesso dalla propria coscienza santa.</p>
<p>A Maria affidiamo tale intenzione splendida, che è anche quella dell’Eucaristia che stiamo celebrando insieme.</p>
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		<title>Capire Dio e il suo cuore</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
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		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore di Dio]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>

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		<description><![CDATA[IV DOMENICA  DI  QUARESIMA Gs 5,9a. 10-12; Sal 33; 2 Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3. 11-32 Capire Dio e il suo cuore Siamo messi alla prova da questa grande parabola, che vuole condurci a capire Dio e il suo cuore. Essa fu narrata da Gesù in mezzo alla mormorazione di coloro che lo stavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IV DOMENICA  DI  QUARESIMA</p>
<p>Gs 5,9a. 10-12; Sal 33; 2 Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3. 11-32</p>
<h2>Capire Dio e il suo cuore</h2>
<p>Siamo messi alla prova da questa grande parabola, che vuole condurci a capire Dio e il suo cuore. Essa fu narrata da Gesù in mezzo alla mormorazione di coloro che lo stavano tentando, uomini dal cuore gelido, che respingevano la sua bontà. È molto difficile parlare a chi ha questo atteggiamento, e Gesù con questo racconto ha evidenziato una realtà che vale per tutti i tempi: in questo duro mondo, uno che ama c’è, ed è Dio.</p>
<p>Non fatichiamo a riconoscerlo e a identificarci nei personaggi della parabola, che continuamente passa dal piano narrativo a quello teologico, e non riguarda soltanto un caso specifico o  un perdono, ma vuole fare riflettere sulla condizione umana.</p>
<p>Il protagonista è un uomo che aveva due figli. Siamo quindi in una famiglia, o quel che parrebbe una famiglia. Il padre è un vero padre, mentre l’identità di figli sembra non essere maturata in loro: “<em>Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta</em>” dice uno, e l’altro: “<em>Io ti servo da tanti anni … e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici</em>”.</p>
<p>È freddo il rapporto dei due figli verso il padre: uno lo vede soltanto come colui che può dargli tutto per andarsene e l’altro come un uomo ingiusto. Sono dunque, figli, dal punto di vista sociale e patrimoniale, ma non hanno maturato la comprensione del padre. Fuor di parabola, sono l’uomo ignaro che quando il padre è Dio, Egli è <strong>il segreto della vita dell’uomo: un amore che regge tutta l’esistenza. </strong>Questo tipo d’amore  è alle radici della vita, comincia con la nostra infanzia e diventa un punto di riferimento pieno, dà senso, ispira fiducia, anzi, chiarezza; è amore che crea senso di appartenenza, di tradizione, di gioia, di casa. Senza questo sentimento fondamentale nessun uomo scopre il  proprio cuore: gli rimane dentro un nucleo gelido e sarà costretto a costruirsi un mondo superficiale, fatto di tante altre relazioni; la parte più interna di sé, però, resterà disabitata o, peggio, si riempirà di mille cose, che non lo aiuteranno a diventare il figlio che è, il figlio di Dio.</p>
<p>Noi abbiamo ricevuto il Battesimo, quindi, da quel momento, siamo figli di Dio: ma è proprio questo il rapporto d’amore che fonda l’esistenza dei battezzati? E’ la grande domanda che dobbiamo fare a noi stessi e che la Chiesa si pone: siamo un popolo di figli di Dio?</p>
<p>Nella famiglia della parabola, l’unico che ha realizzato se stesso è il padre, il quale dimostra di essere un uomo che ama. Ama perché dà quando gli è chiesto, perché non si rassegna alla lontananza e continua a guardare l’orizzonte della possibilità: “Chissà se tornerà?”. Ama perché, quando l’evento del ritorno si compie, non si trattiene: ricrea l’incontro, corre verso il figlio, abbrevia la distanza, poi onora come se fosse il tesoro della sua vita, questo, umanamente parlando, indegno figlio; lo festeggia, lo fa diventare il centro della casa, perché lui, il padre, lo ama.</p>
<p>Questo personaggio, che è Dio, emerge in mezzo al nostro squallore: siamo poveri uomini e povere donne, che forse devono ancora capire che <strong>credere è dare il cuore a Dio, come Lui dà il suo cuore a noi</strong>.</p>
<p>Il figlio, che ci rappresenta un po’ tutti, non motiva il suo ritorno con l’amore, infatti non ha ancora capito. Pensa soltanto che a casa almeno potrebbe avere da mangiare, fare il servo (non siamo evidentemente nel clima dell’amore): <em>“…andrò da mio padre e gli dirò: -…non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni -</em>”. Ma il padre non gli lascia finire questa frase programmata per il ritorno, tronca il discorso, lo abbraccia e lo esalta come figlio, perché la paternità è amore. Che fatica, per questo ragazzo, scoprire che suo padre è un cuore così! E poi che scoperta mirabile, felicitante!</p>
<p>La nostra strada è questa. Infatti, se non riconosciamo che <strong>l’amore di Dio è il fondamento della nostra identità</strong>, che quello che siamo prima di tutto consiste nell’amare Colui che ci ama, siamo condannati a costruirci delle personalità apparenti. Queste possono anche essere molto serie, molto importanti, ma sono fatte di piccole cose in confronto all’amore di Dio, per il quale siamo stati creati. E questo vale non solo per chi si riduce alla condizione di guardiano dei porci, ma riguarda tutti, anche gli uomini socialmente più importanti, più rispettati: se non hanno come fondamento l’amore profondo dell’Essere creante, sono delle strutture provvisorie, vivono al di sotto delle loro possibilità, non fanno quasi niente di veramente importante per Lui.</p>
<p>Soltanto l’amore costruisce veramente. E, se si ama poco, si realizza poco, ci si ferma subito davanti all’altro. Noi ammiriamo i grandi personaggi, gli uomini di cultura, ma se il loro cuore è gelido, accadono eventi drammatici. Ad esempio, globalizziamo l’economia, ma, nello stesso tempo, globalizziamo la povertà e la morte per fame. Allora a che cosa serve essere pieni di tecnica, di scienza, di capacità, se il proprio fratello, di cui non ci si vuole accorgere, muore di fame?</p>
<p>Se non diventiamo capaci di amare, siamo profondamente sciagurati e nessuno ci salverà da questa sventura. Strutture, idee, ideologie…: in apparenza è un susseguirsi di cambiamenti, ma, se il cuore rimane gelido, nel grande o nel piccolo, nulla cambia. <strong> </strong></p>
<p>La parabola, quindi, non è soltanto la storia di un perdono, ma di un rapporto d’amore profondo: se questo c’è, tutto si risolve, perché è il padre che si muove, che abbraccia il figlio. La tragedia umana diventa un dramma a lietissimo fine, perché il padre ama. E ama gente che non lo corrisponde, che non ha cuore.</p>
<p>Il Signore è venuto per noi, che siamo così, non ha aspettato di trovarci buoni, e questo è molto consolante. Abbiamo un Padre che ci conosce fino in fondo, che ci dice ciò che noi non avremmo il coraggio di dirci. E lo fa con amore, come il padre della parabola si rivolge all’altro figlio, dicendogli: “Abbi pazienza, non dovevo far festa? Vuoi che non abbia cuore?”.</p>
<p>Dinanzi a questi insegnamenti di Gesù dobbiamo riflettere e diventare pieni di preghiera, perché il mondo di oggi è ricco di personalità apparenti, e patisce della grandissima carestia di bontà. Noi, però, che ci rendiamo conto di questa situazione, dobbiamo pregare affinché l’umanità incontri un tempo diverso e nuovo, a cominciare dalla nostra piccola quotidianità.</p>
<p>Anche Paolo, quando, assumendo l’incarico di parlare in nome di Dio, da ambasciatore di Gesù, esorta con forza,  non trova parole più grandi di queste: “<em>Fratelli, …vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio</em>”.</p>
<p>Questo Dio manda suo Figlio e non viene a imporre, ma chiede: “Ti supplico, lasciati riconciliare”. È lo stesso clima della parabola.</p>
<p>Dobbiamo supplicare Dio, perché uomini e donne dal cuore di ghiaccio, che pure portano in sé un enorme bisogno di riempire il loro vuoto interiore, accettino questa umilissima richiesta dell’Onnipotente: “Non ti faccio male, non avere paura, accetta il mio perdono, accetta il fatto di dover essere  perdonato. Non ti offendere per questo, non avere paura di me”.</p>
<p>Di tutti i mille problemi della nostra storia, l’unico, insorpassabile, è questo: il suo rapporto con la divina misericordia.<strong> Tutto dipende dal fatto che la storia umana riaccetti la Misericordia</strong>, perché c’è Uno che ama, che guarda se torniamo da Lui: è il Dio che ci corre incontro. Noi lo sappiamo per esperienza, perché ci ha perdonati tante volte.</p>
<p>Chiedete a Dio, il Padre, che il perdono, che avete ricevuto e continuerete a ricevere, possa darlo anche ad altri. Chiedete che molti si arrendano alla divina misericordia, lascino che Dio li salvi: il futuro, e non solo per noi, dovrà colmarsi di misericordia. Non è un’utopia, né un sogno, né un sospiro: è vero così, ma com’è bello che lo sia, perché, se questa è volontà di Dio, chi può fermarla?</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La responsabilità nei confronti di Dio</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
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		<description><![CDATA[III DOMENICA  DI  QUARESIMA Es 3, 1-8a. 13-15; Sal 102; 1 Cor 10, 1-6. 10-12; Lc 13, 1-9 La responsabilità nei confronti di Dio Questa pagina di Vangelo evoca nella nostra mente e nella nostra coscienza un concetto fondamentale per la vita di tutti e, ancora di più, per l’esperienza del rapporto con Dio: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>III DOMENICA  DI  QUARESIMA</p>
<p>Es 3, 1-8a. 13-15; Sal 102; 1 Cor 10, 1-6. 10-12; Lc 13, 1-9</p>
<h2><strong>La responsabilità nei confronti di Dio</strong></h2>
<p>Questa pagina di Vangelo evoca nella nostra mente e nella nostra coscienza un concetto fondamentale per la vita di tutti e, ancora di più, per l’esperienza del rapporto con Dio: <strong>il concetto della responsabilità</strong>. Il messaggio della parabola del fico sterile è evidente in proposito.</p>
<p>Per collocarci in questo discorso estremamente serio di Gesù, che pure è traboccante d’amore, teniamo conto del fatto che siamo eredi di una cultura europea la quale, a poco a poco, si è del tutto deresponsabilizzata nei riguardi di Dio. Siamo, dunque, come al fondo di una discesa da risalire e la nostra non sarebbe una posizione favorevole se non avessimo per noi ancora una volta la mano di Dio che si tende, perché Dio ci ama.</p>
<p>In ogni caso siamo in una condizione grave. <em>Responsabilità</em> è una parola suprema, quella che forse più di tutte descrive la dignità di una persona, e anche di una comunità di persone. Infatti il suo concetto richiama quello della libertà. Ciascuno di noi porta in sé il potere di determinarsi, di essere chi vuole o non essere chi non vuole e, malgrado la presenza di molti condizionamenti e limiti, è innegabile che abbiamo la facoltà di riferire a noi stessi ciò che vogliamo. Pensiamo a quante cose belle, buone, vantaggiose una persona può giustamente riferire a sé, ossia non ci sarebbero, se non le avesse fatte, pensate, volute. È bella la responsabilità positiva e porta con sé meritata gloria, fama, successo, retribuzione: realtà comunissima tra di noi.</p>
<p>La libertà, però, ha anche un altro aspetto: non sarebbe certo onesto, anche se spesso cerchiamo di farlo, volerci attribuire soltanto ciò che è buono e gratificante sottraendoci alle nostre responsabilità, quando si tratta di qualcosa di cattivo. La libertà riguarda ogni situazione. Dobbiamo avere il coraggio di dire: “Sono stato io” anche rispetto a ciò che abbiamo deciso, fatto, causato ed è risultato non positivo per noi e per gli altri.</p>
<p>E’ difficile ammetterlo, tendiamo tutti a evitare le responsabilità negative. Questo è un segno che siamo creati per il bene e non per il male. Rimane vero, però, che il nostro vivere è un gioco di queste libertà, perché, se io sono causa di tante cose e tu anche, e siamo fianco a fianco, dobbiamo far coesistere queste capacità ricche e belle, ma anche pericolose, nella maniera più vivibile che si possa. Allora si realizza il pratico liberalismo positivo: io ti rispetto e tu mi rispetti. Si può anzi persino ipotizzare che le nostre libertà si mettano in gara: da una competizione possono nascere molti risultati positivi nella storia degli uomini.</p>
<p>Ed ecco a questo proposito una riflessione di coscienza: il nostro è un tempo che acuisce fino all’ossessione la ricerca dei responsabili nella vita sociale, perché si vive nella paura. Si verifica, però, un paradosso: mentre riconosciamo tutte le responsabilità storiche che possiamo avere, contemporaneamente abbiamo portato quasi a zero le responsabilità teologiche, quelle verso Dio; di fronte a Lui è come se non si ritenesse responsabile quasi nessuno. Questo è un collasso della nostra civiltà ed è un atteggiamento di stoltezza; infatti <strong>se</strong> <strong>essere responsabili verso l’altro è giusto, perché evitare di esserlo verso l’Altro, il cui nome è Dio?</strong></p>
<p>Inoltre nei suoi confronti non vi è solo una questione di responsabilità, ma molto di più:  ognuno di noi deve dire: “Dio mi ha tratto fuori dal suo essere, sono di Lui e sono anche per Lui. La mia capacità di determinarmi, di decidere chi sarò, mi è stata data, prima di tutto, per stabilire che io sarò con Lui, sarò di Lui, sarò in Lui. Dio è il senso del mio essere qui, non ne ho nessun altro. Allora, di fronte a Lui è ancora troppo poco che io riconosca di dover rendere conto delle mie azioni. La mia libertà è per Lui ed è a Lui che deve, che vuole giungere, altrimenti annaspo e annego nel nulla”.</p>
<p>Dio è infatti il termine della nostra libertà totale. E con Dio non possiamo soltanto assumere un atteggiamento liberale: tu rispetti me e io rispetto te; con Dio è diverso, sentiamo che la nostra risposta dev’essere appassionatamente piena.</p>
<p>E’ questa la tortuosità della nostra cultura. Dobbiamo infatti domandarci: “Se la nostra condizione dal punto di vista ontologico, dell’essere, è questa, come mai non siamo più disposti a riconoscerla?”.</p>
<p>La risposta non è difficile, il nostro cuore ce la suggerisce: purtroppo nascondiamo in noi anche la paura di Dio, il timore d’incontrarci con Lui. Di conseguenza, abbiamo rovesciato abilmente la situazione dicendo: “Non sono io responsabile di fronte a te, Dio, sei Tu  responsabile di fronte a me. Dov’eri ad Auschwitz? Dove sei quando capitano gli eventi drammatici della nostra storia? Parliamone e, se ti assolvo, riprenderemo la nostra intesa”.</p>
<p>È temerario l’uomo che parla così: non siamo neppure capaci di essere giusti con i nostri simili, anzi, ci macchiamo di atroci ingiustizie, eppure osiamo farci giudici di Dio. Dimentichiamo che Dio non ha la nostra statura, che la storia è momento penultimo, non ultimo, che siamo finiti, mentre Lui è infinito; dimentichiamo che Dio sa e noi non sappiamo, che Egli è capace di ricreare un’esistenza, di far rivivere le ossa infrante. Non ricordiamo più niente di tutto questo, cancelliamo la realtà di Dio, poi al suo nome, che è rimasto ormai quasi privo di significato, possiamo anche dire: “Rendi conto!”.</p>
<p>Ma quale Dio sarebbe questo, se potessimo risolvere così facilmente il rapporto con Lui? No, per noi <strong>è necessaria la profonda umiltà di renderci conto che Dio è Dio</strong>.</p>
<p>La Parola di oggi ci è di grande aiuto, perché questo Dio, al quale dobbiamo rispondere, non è un giudice, a cui nessuno di noi oserebbe presentarsi da imputato colpevole, ma un Padre che conosce la nostra situazione: “Non avere paura di me, so che sei colpevole, ma non potevo chiedere conto a te dei tuoi peccati, per questo ho chiesto a mio Figlio: &#8211; Ti vuoi fare uomo come loro? -. &#8211; Sì, Padre -. &#8211; Ti vuoi caricare dei loro peccati? -. &#8211; Sì, Padre -. &#8211; A qualunque costo? -. &#8211; A qualunque costo -. Ho fatto ricadere su mio Figlio, che era d’accordo, perché noi ti amiamo, tutto quello che pesava su di te. È pagato, non avere paura, lascia soltanto che adesso ti accompagni e smetti di agire da solo”.</p>
<p>E’ questo <strong>Dio accompagnatore dell’uomo </strong>a chiederci se accettiamo di camminare di nuovo con Lui. Egli ripropone a noi, poveri uomini e povere donne di oggi, che non sappiamo vivere e aiutarci l’un l’altro: “Lasciate che cammini con voi!”.</p>
<p>Non abbiate paura di questo accompagnatore, permettetegli di purificarvi il cuore, se ne avete bisogno, diventerete più felici. Ecco la responsabilità: “Tu, Dio, mi chiami con amore e io non risponderei? No, Signore, sarei l’uomo più folle del mondo se mi comportassi così. Tu ci chiami con amore, perché vedi che stiamo andando in ogni direzione senza orientamento; abbiamo perso il senso della storia, della creazione: è pessimista la società. Allora ti chiediamo che torni ad accompagnarci, che si compia una nuova teofania: &#8211; Compari di nuovo! &#8211; ”.</p>
<p>Ci possiamo domandare come e dove questo avvenga. C’è la Parola, ci siamo noi che siamo la comparsa di Dio in mezzo agli altri: Gesù Cristo è in noi. Quanti cristiani sono proprio una teofania: li incontri e ti si apre uno spiraglio di luce.</p>
<p>Ma è Dio che preme su questa storia con immensa compassione. È un Padre che ci cerca, non un Dio astratto. E noi oggi possiamo chiedere che tanti sentano di più quanto<strong> </strong>la responsabilità verso Dio è seria, e come non ci debba incutere paura: è la più seria e la più lieta del mondo. Che l’umanità senta che Dio la chiama: “Dove sei? Torna!”. E’ il padre della parabola, in attesa del ritorno del figlio che si ritrova poverissimo e ha nostalgia di Dio.</p>
<p>Chiediamo in questa Eucaristia &#8211; e Maria lo chiede con noi &#8211; che molti cuori si aprano a questa frase misteriosa:<strong> “Dio c’è, è mio Padre: e se tornassi a casa da Lui?”</strong>.<strong></strong></p>
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		<title>Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 08:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
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		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
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		<description><![CDATA[II DOMENICA DI QUARESIMA &#8211; Omelia di Don Pollano Gen 15, 5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36 “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” Vogliamo oggi fare a Dio nostro Padre, sentite le sue parole, il dono di rispondergli: “Sì, ascolteremo tuo Figlio, l’eletto?”. L’esortazione ad ascoltare Gesù proviene da una voce che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2010/02/20p.png"><img src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2010/02/20p-150x150.png" alt="" title="Pregare in sIlenzio :ascolto" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-533" /></a>II DOMENICA  DI QUARESIMA &#8211; Omelia di Don Pollano</p>
<p><em>Gen 15, 5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36</em></p>
<h2>“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”</h2>
<p>Vogliamo oggi fare a Dio nostro Padre, sentite le sue parole, il dono di rispondergli: “Sì, ascolteremo tuo Figlio, l’eletto?”. L’esortazione ad ascoltare Gesù proviene da una voce  che ci ama e che ci dà questo comando, ma nello stesso tempo si rivolge a noi con tono quasi supplichevole. Il senso di questa pagina grande del Vangelo di Luca si raccoglie tutto qui.<br />
Il segno della luce, che caratterizza la scena della Trasfigurazione, è sempre una manifestazione di Dio: c’è qualcosa ancora da sapere, ancora da vedere, ancora da imparare. Tutti gli uomini sono chiamati a questa illuminazione, ma noi cristiani la possediamo perché possediamo Gesù Cristo. Ecco perché l’ammonizione “ascoltatelo” si addice pienamente a quello che siamo: <strong>il cristiano è l’ascoltatore di Dio</strong>, anzi, il cristiano è tale nella misura in cui è ascoltatore di Dio e lo diventa sempre meglio. E, se lo ascolta come gli è chiesto di farlo, con tutto il cuore, l’anima e la mente, la sua vita è impregnata di questo ascolto.</p>
<p>Dobbiamo capire bene perché abbia tanta importanza la categoria dell’ascolto. Noi ascoltiamo una persona quando lasciamo che la sua parola entri nella nostra coscienza, nella nostra mente, cioè quando l’accogliamo, o addirittura la vogliamo.Tutte le volte in cui ciò capita, non è la parola dell’altro che entra in noi, ma è egli stesso mediante la sua parola. Noi accettiamo, dunque, che l’altra persona entri nella nostra vita profondamente, fino a trasformarla. Questa esperienza ci è notissima: pensiamo ai nostri comportamenti quando amiamo qualcuno. Ascoltiamo la sua parola, l’accogliamo dentro di noi, la desideriamo. E questo accade anche quando non si tratta di chissà quale discorso, ma di una semplice chiacchiera, perché ci piace che, attraverso la parola, l’altro entri in noi. La parola è il segreto della nostra comunione.<br />
La Parola di Dio è Dio che viene in noi con la Parola, e ci fa vivere. Tutto questo si verifica nella misura in cui l’accogliamo, anzi, la vogliamo, perché amiamo. Non si può chiedere questo atteggiamento a un indifferente verso Dio. Egli arriva anche a conoscere la Parola a memoria, da esperto, da filologo, ma non ne è coinvolto, perché non desidera che Dio entri in lui mediante la Parola. Noi, invece, sì, e siamo qui proprio per questo.</p>
<p>Si potrebbe a questo punto avanzare una ragionevole obiezione: “Ma siamo noi veramente in grado di dare ascolto alla Parola?”. Infatti, se l’ascolto è l’esperienza che abbiamo detto, richiede alcune condizioni che spesso ci sono sottratte, tanto che vorremmo essere ascoltatori, ma corriamo il rischio di non riuscirci.<br />
La nostra civiltà, soprattutto negli ultimi cinquant’anni è andata vertiginosamente crescendo nella capacità di darci delle parole, poiché ci somministra fiumi di messaggi. Da mezzo secolo è diventato di uso corrente un termine che la dice lunga, l’industria culturale. Essa mira a trasmettere del sapere e si è costruita un gigantesco apparato di strumentazioni.<br />
L’industria culturale, avendo un obiettivo economico, cerca di catturarci. A noi pare di essere liberi, mentre siamo presi dentro questo invisibile mondo del messaggio che arriva sempre, lo si voglia o no, e che, se non stiamo attenti, ci rende schiavi. E’ stato detto, in proposito, che siamo ormai tutti ampiamente colonizzati. In questo caso il territorio è la nostra anima, colonizzata da un’invasione di parole, saggi, immagini, eccessivi per la nostra stessa capacità di ricevere. Non abbiamo cercato noi questa situazione, siamo vittime che ne patiscono il peso. Diventare o conservarsi, o addirittura crescere nell’arte di essere ascoltatori della Parola di Dio, oggi richiede, quindi, qualche attenzione in più, perché il condizionamento è molto forte.</p>
<p>Pertanto, ascoltatori e ascoltatrici della Parola, vigilate: il cammino non è facile, ma è possibile percorrerlo. Siamo nati per ascoltare, siamo battezzati nella Parola, che dobbiamo accogliere per donarla agli altri: siamo popolo di Dio ed evangelizzatori.<br />
Allora occorre rifarsi la strada e il primo obiettivo da realizzare, se c’è la volontà di  ascoltare, sarà quello di<strong> creare uno spazio di silenzio dentro di sé</strong>. Un poco di silenzio puramente fisico è indispensabile, anche se l’ambiente in cui viviamo ostacola fortemente questa esperienza. Si tratta di trovare un angolino, in cui in qualche modo ci sia il silenzio fisico, e lì ricercare il silenzio psichico, perché non basta che non entri nulla nelle orecchie, occorre  anche che quello che dentro parla sempre &#8211; pensieri, preoccupazioni, fantasticherie&#8230;- sia messo a tacere, sia accantonato, affinché si faccia il vuoto.<br />
Allora arriviamo al silenzio spirituale e ci accorgiamo che Dio c’è, perché esiste in noi. Se solo sappiamo creare silenzio fisico e silenzio psichico, ci accorgiamo che Dio è in noi, e siamo in condizione di ascoltare.</p>
<p>Silenzio non significa fronteggiare il nulla, ma mettersi in posizione di ascolto davanti all’altro. Anche questo è un meccanismo che conosciamo benissimo: quando due o tre persone si parlano per dialogare veramente, fanno tutto questo senza accorgersene, il resto scompare e loro sono attente solo ad ascoltarsi. Giustamente si dice che, se tra noi il linguaggio è la parola, <strong>tra noi e Dio il linguaggio è il silenzio</strong>.<br />
A questo punto sei pronto ad ascoltare. Allora che cosa fai? Prendi il Vangelo – è Parola – e lasci che questi piccoli diamanti di verità cadano dentro la conca di silenzio che hai saputo creare. Ogni parola di Gesù ti illumina, contiene sempre un messaggio per te, e diventi ascoltatore non solo perché la senti, la leggi, ma perché, come ascoltatore vero, ti lasci muovere da lei.<br />
Prima di tutto, l’ammiri: la Parola di Dio merita ammirazione, ma questo atteggiamento non è immediato, richiede un momento di calma, nella fede, affinché tu senta che quello che dice Gesù è ammirevole. Si tratta di vivere una specie di estetica della Parola di Dio, che però non è solo emozione. Come capita di dire a qualcuno: “Che bella cosa hai detto!”, così anche la lettura del Vangelo dovrebbe suscitare la reazione: “Signore, che bella cosa hai detto!”. E il termine bello in questo caso vuol dire ‘buono, positivo’.<br />
Non si può essere ascoltatori se non si è nel silenzio <strong>ammiratori della Parola</strong>. E questo, per noi credenti, è connaturale, perché abbiamo in noi lo Spirito di Gesù e siamo suoi fratelli. Siamo fatti per questo, occorre soltanto purificare l’attenzione e ci troviamo in sintonia con Gesù.</p>
<p>“Che bella cosa hai detto Signore!”. Poi il bello diventa desiderabile, allora la Parola ottiene il consenso interiore, prende il cuore, prende la volontà, ti fa agire. Quando leggi la Parola di Dio, l’ammiri e senti che è vera &#8211; ecco il consenso &#8211; e se, mosso da qualche sentimento negativo, ti capita di provare il desiderio di resistere e lo assecondi, senti dentro una specie di dolore e un segreto rimorso. Non si uccide mai neanche una sillaba della Parola di Dio senza patirlo<br />
Se invece tu consenti, se ti lasci convincere da Gesù, la Parola diventa quello che deve diventare, prendendo tutta la tua confidenza: “Mi fido, Signore, mi stai dicendo cose sovrumane, ma mi fido, anzi, mi fido proprio per questo, e perciò mi affido, mi consegno”.<br />
Agostino diceva: “Io cerco te, perché in te, Verità, la mia anima vive”. Quando ti senti vivo, perché hai ascoltato un po’ di Vangelo, che ti ha raggiunto nel profondo, ringrazia Dio, perché sei figlio della luce. La beata Elisabetta della Trinità diceva: “Oh, Verbo eterno, Parola del mio Dio, vorrei passare tutta la vita ad ascoltarti!”. Era in clausura, ma non credere che sia impossibile a qualunque cristiano, in qualunque situazione, ascoltare la Parola. <strong>Non si tratta di ascoltare un libro, ma una Presenza</strong>, la Parola, Dio che c’è, nei mille modi in cui Lui entra nella nostra consapevolezza.</p>
<p>Ecco come possiamo oggi fare a Dio nostro Padre il regalo che aspetta: “Ascolteremo tuo Figlio. E, se siamo frastornati, prigionieri nel ‘villaggio globale’, se siamo ‘sovradosati’ per tutto quello che ci viene detto, e anche urlato, sapremo trovarci la strada, non saremo figli stolti e pessimisti. Lo ascolteremo”.<br />
Se il popolo di Dio deve avere la sua primavera, com’è necessario che avvenga, sarà un risveglio che nasce di qui: il seme cade, la Parola c’è. Rileggete la parabola di Gesù riguardo alla Parola, la celebre parabola del seminatore, e desiderate essere il buon terreno dove il seme dà molto frutto.<br />
Abbiate fiducia in voi stessi, tutti ne siete certamente capaci: Dio si è impegnato, Egli è  l’alleato forte, ne siamo sostenuti. Poi raccomandatevi a Maria, che ha saputo bene che cosa volesse dire immergersi nella Parola, perdersi in essa e &#8211; tutto all’opposto che essere nemica della croce &#8211; credere appassionatamente alla Parola quando ha visto suo Figlio morire davanti ai suoi occhi. Anche in quel momento non ha tradito la Parola, non ha gridato: “No, non morire!”, e con Lui spiritualmente si è fatta vittima di amore.<br />
Così dobbiamo essere, per non diventare come i poverissimi, di cui parla Paolo, “&#8230;che hanno come dio il loro ventre”. Se accostate i due significati: Dio e il ventre, ebraicamente  ‘il mondo degli istinti’, rattrista e atterrisce pensare che ci siano uomini e donne il cui dio è questo. No, per noi non sia così: il nostro Dio è la Parola.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>Il Sacramento della Riconciliazione</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 14:47:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[confessione]]></category>
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		<category><![CDATA[Riconciliazione]]></category>

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		<description><![CDATA[O Dio che illumini con la luce dello Spirito Santo la mente dei tuoi fedeli concedi anche a noi nella stessa luce di conoscere la verità e di esserne consolati Abbiamo chiesto la consolazione dello Spirito perché ci troviamo dinanzi ad un grandissimo dono del Signore. Destinato proprio a consolarci. Ed è bene che chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>O Dio che illumini con la luce dello Spirito Santo la mente dei tuoi fedeli concedi anche a noi nella stessa luce di conoscere la verità e di esserne consolati </em></p>
<p>Abbiamo chiesto la consolazione dello Spirito perché ci troviamo dinanzi ad un grandissimo dono del Signore. Destinato proprio a consolarci. Ed è bene che chi vuol essere oggi un cristiano consapevole sappia apprezzare grandemente, il che vuol vivere questo dono.  Uno dei richiami che il Papa ci fa nella sua  esortazione è proprio quella di tornare al sacramento della riconciliazione. E dico tornare perché qui si tratta di un punto critico della nostra vita di cattolici, all’inizio del terzo millennio, e si può dire che malgrado il Giubileo, il popolo di Dio non ha ricuperata la ricchezza della riconciliazione sacramentale. Siamo ancora nella deriva di una lunga crisi che si è sviluppata rapidamente, ossia nel giro di trenta o quarant’anni; si è dimostrata grave come se questo edificio dell’abitudine sacramentale avesse le fondamenta piuttosto deboli.</p>
<p>La confessione come sacramento ha resistito laddove c’era la vera convinzione; dove c’era un’ abitudine meno convinta si è rapidamente sbriciolata. Questa crisi non è ancora cessata. Siamo dunque tutti davanti al grande grido di Paolo <em>“</em> <em>vi supplichiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.”</em> Questa cosa merita di essere compresa. Sembra che sia Paolo a supplicare. In realtà è Cristo che supplica con la bocca di Paolo. Lui è stato il Grande Riconciliatore. Egli dopo averci riconciliati con il suo sangue ci supplica di non sprecare questo sangue della riconciliazione o di non lasciare che si coaguli là, in mezzo alla strada.. e che continui ad essere, per altro indispensabile, il mezzo di riconciliazione. Supplicati da Cristo con molta umiltà lasciatevi riconciliare.</p>
<p>L’Onnipotente, qui, non ha certamente il tono del comando. Però ci esprime una nostra  necessità, così grande, così drammatica perché è in gioco tutto. Una epoca del popolo di Dio nella quale sia forte la stima del sacramento della riconciliazione è a sua volta, un’epoca forte. Una civiltà abitata dal perdono di Dio è una civiltà che potrà avere i suoi mali, ma è sempre capace di risanarsi. Il che non è di quest’epoca. Quando non c’è più questo aiuto è molto rapido il disfacimento (una specie di AIDS spirituale) e tutto cede. Non c’è più alcuna possibilità di resistere al male. Non è cessata nel popolo di Dio questa malattia mortale, la quale era già stata messa in luce da  Paolo  VI, da Pio XII. Questi sono i Papi che hanno cominciato ad avvertirne il rischio<em>. Non si tratta più</em> &#8211; essi dicevano &#8211; <em>di temere il peccato, perché chi teme il peccato comunque lo teme, ha il senso del peccato.</em> Sul quale si può lavorare per impiantare la riconciliazione. Ma se è in crisi il senso del peccato. Se il vero peccato è l’impenitenza <em>- non mi pento più dei miei peccati</em> -, voi capite che tutto è annullato. Non ha più alcun senso un sacramento che rimette i peccati per un popolo che non sente più i peccati.</p>
<p>Qui viene toccato l’essenziale della vita cristiana. Il Papa ci richiama ad un’estrema serietà per ciò che riguarda il sacramento che Dio continua ad offrirci, semplicemente per  riprenderci nel suo abbraccio paterno. Merita rendersi conto di che cosa significa questa serietà nella confessione. Ci sono almeno due  aspetti: uno è più di carattere teologico : capire questo sacramento. Perché è un sacramento! Secondo: viverlo, utilizzarlo, farlo diventare personalmente vita. Dal punto di vista della comprensione teologica, questo modo di riconciliarsi a se, nasce tutto e soltanto dall’ardente volontà di Dio di salvarci, dal grandissimo desiderio che Dio ha di noi. Se avete qualche volta provato, proprio perché amavate, il desiderio quasi insopportabile di ritrovare una persona, di riaccostarla a voi, di ricuperarla, sentendone la mancanza profonda, allora avete una vaga idea di quello che è il punto di partenza di questo sacramento: un sacramento che nasce da un rimpianto da parte di Dio e da un rimpianto molto importante. Quando è Dio che ti rimpiange, non qualcun altro. Siamo all’origine che è la infinità carità di Dio che ci ha fatti per amarci e non vuole perderci. Meriterebbe riflettere su questo punto come uno dei temi fondamentali della nostra vita cristiana, della religione cristiana.. Tutto provocato da questo inesauribile amore, che ha un’ insistenza che supera tutte le nostre immaginazioni, che aspetta tutta una vita di un’uomo per raccoglierlo nel suo palmo negli ultimi cinque minuti. Che non si arrende mai.</p>
<p>Questa è l’economia in cui nasce il sacramento. E’ molto vivace, molto dinamica, molto forte. E’ per questo che l’Amore di Dio non si accontenta di chiamarci a se ma inventa il modo di farlo. In effetti la riconciliazione sacramentale non è l’unico modo di riconciliarsi con Dio. Sappiamo bene che un profondo atto d’amore di Dio ci rimette nella sua Grazia subito e spesso non si ha altro che questo. Se fossimo in quella situazione dove ci sentiamo in peccato e non c’è un ministro della riconciliazione, e oggi la vita ci mette in moltissime di queste situazioni,  allora ecco che l’Amore, l’Amore da solo riconcilia con Dio. Basta. Ma Dio non l’ha ritenuto sufficiente per noi, Ha voluto rassicurarci molto di più.</p>
<p>Un’atto d’amore può essere molto sincero ma possiamo anche dubitarne, perché rimane una cosa tutta nostra. L’incontro con il suo Cuore giusto e misericordioso lo ha fatto diventare un sacramento, uno di quei pochi elementi della vita cristiana, cattolica, che hanno un suggello  oggettivo di garanzia. Ossia che non si appoggia soltanto su delle certezze psicologiche. <em>“Mi sento perdonato”</em>, che può essere molto sincero, ma si appoggia a dei fatti oggettivi e perciò chiari. Il sacramento esige sempre un segno, di per se. E’ un segno. Vario secondo il tipo di sacramento, ma è sempre un fatto che è lì  davanti a me, posto il quale, in un determinato contesto, accade certamente ciò che il sacramento mi dice. Così è per ogni sacramento. Il battesimo ha il segno dell’acqua, <em>non si battezza senza l’acqua</em>, è solo un segno, ma Dio vuole un segno perché quello c’è, è verificabile, rassicurante … E così per tutto gli altri. Il segno di questo sacramento è il fatto che il ministro della riconciliazione dice: <em>“ti assolvo”.</em> E dunque il fatto del perdono attraverso l’assoluzione dove, come nell’Eucarestia, il sacerdote, in persona di Cristo, si appropria di parole che in realtà solo Cristo può dire. Chi può perdonare i peccati se non Dio? E proprio questa l’obiezione che facevano i giudei a Gesù<em>. Tu ti fai Dio !</em> Eh era Dio. Anche il sacerdote si fa Dio, è Dio, nel momento in cui con parole che solo Dio può dire e con potere d’Amore che solo Dio possiede dichiara questa riconciliazione.  Il segno della dichiarazione del perdono è essenziale per il sacramento della  riconciliazione. E’ un segno molto rassicurante  perché può essere detto al rovescio: <em>non ti posso perdonare!</em> Dunque un segno che conta. Il fatto che il sacramento abbia un segno, non è soltanto a livello di messaggio,  è un segno che produce, che da certamente la Grazia. A differenza di tutte quelle pratiche utili e belle che si chiamano <em>i sacramentali</em>, cioè che assomigliano ai sacramenti, ma non lo sono, il sacramento dà  certamente un grazia, perché Dio la dà. A prescindere dalle nostre disposizioni, la grazia è data. Mentre nei sacramentali, ad esempio, una preghiera molto fervorosa, una pratica qualunque di pietà, un pellegrinaggio, ci vuole sempre una carica intenzionale,  quella che proporziona il senso del pellegrinaggio, ma rimane molto aleatoria, molto soggettiva.</p>
<p>Nel sacramento non accade così. Tu hai sempre da Dio l’amore che ti avvicina a se. Poi ne farai quello che vuoi. E’ molto bello che questo capiti sempre, essendo questo sacramento iterabile infinite volte. Non c’è alcuna limitazione all’uso di questo sacramento. Tu ricevi grazia, e la ricevi in modo sicuro e così sei in pace. Occorre questo segno straordinario, perché è un segno fatto apposta per i peccatori: i non peccatori non ne hanno alcun bisogno. Occorre collocarlo teologicamente dentro la vita, metterlo nella mia struttura di vita cristiana, come un elemento indispensabile.</p>
<p>Molte altre cose che noi facciamo nella vita cristiana non sono affatto così indispensabili. Non che siano importanti o quasi necessarie, ma non sono così indispensabili. Nel senso che, se non ci sono, la vita cristiana non funziona. Non si può sostituirle con qualche altra cosa. Questo va capito molto bene perché il diradarsi della pratica di questo sacramento o deriva da una grossolana concezione delle cose, una coscienza addormentata per cui la persona si ritiene innocente, <em>non so di che cosa dovrei chiedere perdono…</em> e qui c’è uno strato notevole di insensibilità; oppure deriva dal fatto che si pensa di sostituire il sacramento in qualche altro modo qualsiasi , non fosse altro che con un aspetto soggettivo<em>: Signore perdonami</em>. Una formula che corre molto facilmente: chiedo direttamente perdono a Dio. Questo è un grave modo di ridurre la potenza del sacramento, anche perché è sempre un po’ miscelato  con l’amor proprio.</p>
<p>Colloco il sacramento della riconciliazione nelle strutture portanti della mia vitalità cristiana. C’è la preghiera, qualunque poi sia la sua formulazione ed interpretazione, c’è l’Eucarestia e c’è il sacramento della riconciliazione. Di per se è più necessario il sacramento della riconciliazione che l’Eucarestia quotidiana. Non dico che sia più prezioso. Dico più necessario. Un abitudine invalsa proprio per la crisi di questo sacramento è di comunicarsi per un anno intero senza mai confessarsi: è un’abitudine negativa, dal punto di vista di una vera struttura cristiana. Perché che cosa c’è di più facile di ricevere l’Eucarestia in un certo  contesto, di liturgia, d’abitudine, di suggerimenti non sempre esatti che posso venire anche da sacerdoti&#8230; Ebbene ci si abitua e si perde il senso profondo del rapporto umile con Dio. E’ necessario, come è necessaria l’Eucarestia nel giorno del Signore.</p>
<p>La Chiesa obbliga con molta delicatezza e rimane a tutt’oggi l’obbligo di accostarsi a questo sacramento almeno nel tempo del Pasqua, per celebrare il mistero della Pasquale, ma questo obbligo è molto tenue, perché se c’è un sacramento affidato alla libertà de cristiano è proprio questo. Qui o il cristiano è consapevole, adulto, maturo, e liberamente va da Dio come peccatore o è inutile portalo, tirandolo per il collo. Si falsa tutto. La collocazione teologica è molto importate. <em>Ti vedo Signore, dal tuo amore sgorga questo tuo ardente desiderio</em> <em>, oserei quasi dire bisogno di me, visto che mi hai creato, ora mi vuoi. Apprezzo senza limiti il modo che tu hai inventato per me, perché attraverso il sangue, sempre riproposto di Cristo, quindi il suo amore straziato sulla croce, io continuo ad essere perdonato</em> e con quel modo pratico di accedere a un modo in quel modo.</p>
<p>Questo sacramento, per la natura delle cose, ha anche delle difficoltà di carattere diverso. La teologia è però molto forte, molto pulita, molto bella. Bisogna vedere come inserirlo nella vita cristiana e come si utilizza personalmente questo dono di Dio. Questo è il punto importante. Perché ciascuno è se stesso, perché qui possono nascere le difficoltà, perché qui ci sono delle componenti che non ci sono in nessun altro sacramento. Qui la mediazione del ministro della riconciliazione è più significativa o almeno sembra a noi. In realtà la sacramentalità del segno è esattamente la stessa dovunque perché è sempre  Cristo che perdona, ma mentre per altri sacramenti siamo più indifferenti al ministro, qui lo siamo di meno perché siamo direttamente implicati in una forma di rapporto di coscienza profondo, di confidenze della vita che richiede anche le sue delicatezze</p>
<p>Il sacramento della riconciliazione non si improvvisa. Non si improvvisa perché ho qualche occasione per farlo. Non si improvvisa neppure quando inspiegabilmente, ed è dono di Dio, ci sentiamo attratti alla confessione. Capita ed è un dono di Dio. E con ciò non è ancora il modo migliore di arrivarci. Il sacramento della riconciliazione va, in qualche maniera, tenuto vivo &#8211; come un fiore in una serra &#8211; nel sentimento della riconciliazione, che è un’altra cosa. E’ più abituale il senso di Dio, il bisogno di essere in pace con Dio, il desiderio di non allontanarsi da Lui, la sensibilità nei momenti in cui non siamo stati buoni, ecco un sentimento di fondo di riconciliazione. Come si ha quando, amando una persona, si ha sempre il bisogno di essere per lei, in qualche maniera, anche se non si attualizza in tutti i momenti.</p>
<p>E’ difficile staccare il sacramento dal sentimento della riconciliazione ed è questo primo che va coltivato. Lo si coltiva nella preghiera, nell’incontro con Dio, nella coscienza del Signore, insomma è una intimità con Dio. E perciò è importante ricordarlo perché quando ci troviamo inspiegabilmente demotivati per la confessione, come la si usa chiamare, quando andiamo ma strisciando un po’ i piedi, dobbiamo domandarci: non sto vivendo questo sacramento un po’ troppo così, all’improvviso, senza che sia in realtà l’espressione di un mio bisogno di Dio che ho dal mattino alla sera. Ecco perché si inserisce dentro una vita cristiana, un contesto che è un humus vitalizzante. La preparazione remota è questa. Guarda un po’, come tu, nel tuo rapporto con Dio, senza paure, però coltivi il bisogno di Lui, un buon rapporto con Lui. Che è adorazione, gratitudine, tenerezza, fiducia.. tutto questo insieme di cose. Allora sarai sensibile e allora ci sarà la preparazione immediata. Questa sera vado a confessarmi …  allora questa è una cosa immediata… che quando si ha acquisita un’abitudine è anche molto facile, però ci vuole sempre. Anche in queste dimensioni più piccole, il sacramento non si improvvisa. La preparazione immediata significa almeno queste cose.  Prima di tutto bisogna andare da Gesù avendo <em>la contrizione del cuore</em>. Cosa vuol dire? Vuol dire che non è a confessione dei peccati il primo elemento. Il primo è il bisogno di riconciliarci che è un bisogno d’amore. E questo è stato opportunamente messo in luce quando dopo il Concilio, rifacendo un po’ tutta la ritualità dei sacramenti, è stato ricordato che è proprio questo che ci spinge a Gesù. Cambiando quella certa abitudine che si era un po’ stabilita di vedere la confessione prima di tutto come il racconto dei propri peccati, la confessione vera e propria. Che ci vuole, che è un’elemento importante, ma che può essere in fondo più intellettuale che amoroso. Perché è un resoconto, è un riferire. <em>Prima di tutto prepara il cuore, quando vai da Gesù. Egli ti sta aspettando con il suo Cuore</em>.</p>
<p>I peccati li conosce il Signore. Aspetta invece da noi la novità del cuore che lo cerca, quel movimento  d’amicizia che soltanto il nostro cuore sa inventare, se vuole. La contrizione si alimenta  in un contesto di affettuosità verso Gesù. Intendendo il senso del peccato non solo come offesa, sebbene sia sempre un termine che si può usare, ma proprio come delusione che abbiamo dato a Dio nella linea tipica di Gesù, del far sorridere il Padre, del farLo contento<em>. Il mio pane è fare la volontà di mio Padre</em>. E’ una frase d’amore questa. Come si vede non c’è alcun senso di obbligatorietà. Eppure questa frase ha reso Gesù obbediente fino allo spasmo, fino alla morte, ma non per un comando se non altro che fosse l’obbligo del suo stesso cuore. Ecco il desiderio profondo di farti contento, e Gesù tra l’altro ha detto che chi lo riceve vive per Lui come Egli vive per il Padre. Ossia anche noi che riceviamo il Signore siamo mossi dal desiderio di compiacere Gesù e dal dispiacere di non averlo fatto. Perché non è solamente un’offesa; un’offesa è qualche cosa di molto più esterno, di più molto secco, di molto più freddo. Anche se è importante, ma sarebbe troppo poco pensare le cose così. E non viene diminuita la oggettività di un peccato. Ma dà al peccato tutto un altro significato<em>. Si sentirono trafiggere il cuore</em> : ricordate l’espressione famosa degli Atti del Apostoli, ecco la <em>trafittura del cuore</em>, che non sarà sempre alle lacrime, ma appartiene all’ordine dell’ Amore. Tutti noi conosciamo questo tipo di sentimento quando abbiamo offeso qualcuno, lo abbiamo fatto soffrire e ci dispiace molto.  Tanto è vero che non basta neppure che l’altro ci dica: <em>non ci pensiamo più, sei molto buono, non ci pensiamo più,</em> ma il cuore soffre lo stesso, perché intanto l’ho fatto.</p>
<p>Con Dio è ancora diverso perché con Dio possiamo anche consolarci pensando che lui dimentica davvero.  Dolore e detestazione del peccato &#8211; s’imparano al catechismo -, ma per amore. In fondo se i peccati non si fanno è per amore. Anche qui ci è stata una specie di prova del nove. I peccati non si fanno se non per le ragioni dell’Amore e se anche una parte notevole della struttura morale si è sfasciata è perché ci siamo accorti che i peccati non si fanno è  anche per altre ragioni che non erano l’amore. Cadute queste ragioni è rimasto l’amore che c’era. Se c’era c’era; se non c’era subito domandi: <em>chi me lo fa fare</em>. La legge ad esempio, l’osservanza della legge, la deontologia della vita. Una società e per tanto delle famiglie ….</p>
<p>Il fare le cose perché si devono fare può anche trovare la sua audience, ma in realtà è sempre più debole, perché lo è il senso del dovere , il quale non si àncora più a nulla e lo stesso rapporto di doverosità con Dio non entusiasma nessuno, perché il senso di Dio e della sua grandezza non c’è più. E’ vero che dobbiamo a Dio tutto. Il dovere non è svanito ma è mescolato all’amore. Invece, in questi casi, non è più così. Allora il dovere non tiene più, tanto meno tengono quelle forme un po’ così di controllo sociale, <em>“ non si fa perché se no la gente che cosa dice..” </em>che tenevano insieme all’apparenza delle strutture. Guardate voi il matrimonio che sfascio ha incontrato perché i controlli sociali ne sono andati. Tenevano ed aiutavano, erano degli aiuti, nella sostanza. O ami, e vai dunque portando la tua contrizione e se pare di non sentirla, chiedila: <em>donami Signore il dolore semplice dei miei peccati. </em>Cosa c’è di più facile? Allora si c’è la <em>confessione come secondo  elemento</em>.</p>
<p>La confessione che nasce da una vera conoscenza di se. Non è affatto detto che noi ci conosciamo abbastanza. Se Dio non ci illumina ci conosciamo poco. E neanche il migliore psicologo ci aiuta su questa strada. Il discernimento, il conoscimento di se, come diceva Teresa d’Avila, è un dono che scende da Dio. Sai chi sei se Dio ti illumina, sai come sei se Dio ti illumina; e che sorprese qualche volta. Cose che ritenevamo virtù adesso le vediamo come deficienze. Cose che non vedevamo affatto ora le vediamo. Cose che non consideravamo virtù adesso vediamo quanto valgono agli occhi di Dio. Tutto si rovescia. Dunque il conoscimento di se, che in questo caso è dove Signore io non ti piaccio, io che voglio piacerti, dove non ti piaccio?</p>
<p>La domanda non è piccola. Sulle prime si può rispondere: <em>mah non so neanche io, forse qui, forse là, </em>vado un po’ nell’incerto. A poco a poco Dio ci  illumina e ci fa sempre meglio capire dove ci gradirebbe ancora diversi. E’ il paragone , comune ai santi: solo nel raggio di sole che entra nella finestra si vede il pulviscolo, altrimenti l’aria sembra pulita e invece è piena di pulviscolo. Ma ci vuole la luce. Così di te stessa/o capisci chi sei, nel bene e nel male, man mano che la luce ti illumina. Prima di tutto la confessione è questo dirsi, è questo ammettersi, ed è umile, non informiamo mica Dio, informiamo il confessore, il quale non essendo Dio deve sapere, deve conoscere, per dare un giudizio, perché è il suo compito, su quella che è la nostra reale posizione nei confronti di Dio.  Questo è l’aspetto, come dire, giudiziale, critico del sacramento da parte del sacerdote, perché devo capire, di fronte a un fatto oggettivo, che di per se potrebbe essere nulla o grave, devo ancora capire come soggettivamente lo ha vissuto quella persona, &#8211; se no come faccio a dare un giudizio &#8211; per quanto possibile, equo, misericordioso e giusto sul vero rapporto di questa persona con Dio, visto che sono lì per dire: <em>ti perdono</em>.</p>
<p>Un’ adulterio può essere gravissimo per una persona, e bere un bicchiere d’acqua per un’altra. Ora è chiaro che l’adulterio è sempre quello, ma devo rendermi conto come lo ha vissuto, come lo interpreta questa persona, per correggerla, e nel caso educarla, farglielo capire, ma nello stesso tempo non farle gravare addosso oggettivamente un giudizio che soggettivamente per la sua impreparazione non merita, perché allora non avrei la misericordia di capire e soprattutto di aiutare a far maturare meglio una coscienza che evidentemente è molto disinformata; a dir poco, grossolanamente impostata; spesso è così perché è così che cultura la educano. La confessione  significa: <em>Io dico</em>, proprio nel senso di confesso, lo dico, svelo ammetto ciò che vorrei non aver fatto, là dove non ho amato abbastanza. E’ importante, non lo dico a te confessore, lo dico a te perché tu devi saperlo per dare un giudizio equo. Ma in realtà io mi sottopongo al giudizio di Dio perché <em>chi si accusa Dio lo scusa</em>, si usa dire. Io so che Dio è il mio giudice, so che Egli è Santo, so che devo adeguarmi a Lui<em>: Siate santi perché  Io sono Santo”. </em>allora  io mi sottopongo al tuo giudizio, sono qua Signore, sono qua, e poi con le grandi parole del salmo posso anche dire: <em>Signore Se tu mi giudichi, io cosa posso fare. Però io mi affido a te</em>. Paolo diceva<em>: Io  in questo momento non mi rendo conto di nulla come peccato, ma non mi ritengo giusto per questo, mi consegno a Dio</em>. E’ molto bello questo consegnarsi alla giustizia, alla giustizia, badate, non alla misericordia. Non stacchiamo troppo le due cose, ma alla limpidezza, alla verità di Dio. Perché  lì io nella verità mi lavo, mi purifico. Spesso da me mi giustifico, mi racconto un po’ delle storie, mi dico che si faccio così, ma tutti me lo dicono<em>: non preoccuparti</em>. Adesso mi lavo nella verità. Quindi accusarsi e pur molto semplice ma è molto bello.</p>
<p>E’ molto liberante, specialmente in quest’epoca in cui è difficile veramente portare alla luce la nostra anima. Quando ci sono questo desiderio grande di Dio e questo bisogno di dirsi a Lui. Dirsi e darsi sono molto vicini, in realtà. Gesù non aspetta altro. Nel Vangelo troviamo grandi perdoni che non hanno neppure la confessione … di per sé. Tanto Gesù anticipa tutto, si capisce. Però è questo l’importante : il tuo atteggiamento mi dice tutto. Qualche volte ci sono penitenti che non sanno neanche parlare, perché  sono molto emozionati del fatto che sono davanti a Dio. E’ inutile strappargli così, con le pinze delle parole, dicono tutto per come sono.</p>
<p>E poi c’è un aspetto che noi abbiamo un po’ minimizzato, che è la soddisfazione, cioè<em>: non hai amato ? Allora ti rimane un debito: pagalo…</em> Le nostre piccole penitenze, come usiamo dare, sono una piccola cosa, ma occorre recuperare nella vita il fatto che non abbiamo amato. Insomma se ha un certo punto rompi un vetro, il padrone dice: <em>non preoccuparti, non preoccuparti, sei perdonato</em>. Con tutto ciò è meglio che tu metta a posto il vetro. Una cosa è la colpa che è completamente rimessa e l’altra è il fatto che rimane qualcosa da  riparare. Debito d’amore. Come pagherai questo debito d’amore che ti sei fatto con Dio? E allora sì pregherò con più amore, ad esempio, ecco, la preghiera ha un grandissimo significato. Ma laddove il debito d’amore lo hai contratto con  altri, allora devi anche pagare della stessa moneta. Per cui se offendo una persona, tu andrai a donarle un po’ di amore in più. E come è difficile.. Se io dicessi a chi ha offeso una persona<em>: dirai un rosario</em>. Benissimo volentieri. <em>Dirai un rosario per quella persona</em>, sì lo dirò…. Invece .. <em>Non dirò nessun rosario, andrò da quella persona e farò un sorriso sincero.</em> Qui viene il difficile. D’altronde la riparazione è questa, perché che ne sa quella persona del vostro rosario. Continuerà a pensare che c’è l’avete con lei. E’ molto concreto, molto elementare il ragionamento, però è vero. Cose che facciamo nella vita, tra l’altro. Dio non ha inventato un sistema diverso. Occorre soltanto, appunto, adottare la stessa moneta. Il concetto di debito e di credito è importante in questo caso. Sempre per amore. Tutto questo non rende complessa la faccenda. Il sacramento rimane semplice.</p>
<p>Il Cafasso che è stato un grande confessore, quando insegnava ai giovani preti a confessare, la morale era più attenta, più minuziosa, quindi facevano i casi teorici: vi era un tale che comincia a dire questo poi questo. Costruivano i casi complicati. Ed egli diceva: <em>guardate spesso i grandi peccatori si assolvono benissimo in tre minuti</em>; assommando nel cuore, con l’aiuto dello Spirito, questi elementi, accade proprio così. Tant’è vero che per persone un po’ scrupolose, che non sono mai troppo in pace, perché  la confessione è un problema, <em>ricordare, non ricordare, si, no, il dubbio, la dimenticanza</em>. Il consiglio sempre lo stesso: in questi casi si deve ridurre molto la confessione come preparazione, perché tanto Iddio vede e allora  non deve diventare un tormento. Il sacramento stesso,. In più non farlo per abitudine. Il più è non farlo dicendo al confessore i peccati. Il che non è poi tanto raro che accada. Perché in fondo è utile, dico. Ma non posso dire allora ho fatto così, così così… e raccontano di tutto. No : stai davanti al Signore, e a Lui devi dire<em>: Signore ti chiedo perdono</em>, perché è diverso: sono due soggetti diversi. E dove c’è abitudine ci può essere così una certa consuetudine. Il rischio c’è sempre. Tanto più per voi e per come si vive oggi. perché  siete portate a dire il peccato nel contesto della situazione che l’ha provocato. Potete dire Signore, ti chiedo perdono perché tu mi dici sii mite e io non sono stato mite. Mi dispiace proprio. Basta quello. Normalmente si tende a raccontare il perché  e il per come si è stati miti e quasi sempre si coinvolge anche un altro che ci hanno provocato o provocata. Non sono stata mite perché lui o lei. Invece di dire non sono stata mite perché  non sono stata mite. E tutto lì. E così diventa racconto, meno confessione e più colloquio e diventa anche un ripetere la stessa emozione. Per cui alla fine io mi sono di nuovo arrabbiato pensando a quella cosa là.</p>
<p>Il sacramento ha un suo effetto. Ogni sacramento. Ma per alcuni sacramenti ci è garantita una grazia per l’intera vita. Il Battesimo che ci fa cristiani, ci fa cristiani per sempre. E’ un’inesauribile sorgente. Così la cresima, così il matrimonio finché è matrimonio che esiste. Quando i coniugi ci sono tutti e due, non nella vedovanza, quindi.</p>
<p>Altri sacramenti, che sono dentro questi grandi sacramenti che contengono tutto, continuano nella situazione gli stessi effetti. Il sacramento di cui parliamo continua l’effetto del battesimo. <em>Morire al peccato e nascere alla Grazia</em>. Ma lo continua applicandolo a delle situazioni, a un segmento di vita. Perciò la Grazia in qualche maniera, “si esaurisce”, sarebbe dire una cosa un po’ materiale, ma va rinnovata in sostanza. Perché le situazioni cambiano. Quando vi confessate, con la grazia che ricevete, potete dire: <em>Signore, questo aiuto che tu mi dai, lo voglio applicare alla mia pazienza con..</em> E andrà proprio lì. Perché ne fate ciò che volete. Ma se avete anche un’altra persona o ne compare una terza che prima non c’era ecco tutto va rinnovato.</p>
<p>Allora si rinnova il sacramento. L’esperienza dice che dopo un poco ci  sentiamo meno motivati al bene.  La nostra volontà incomincia ad essere più debole. Se il sacramento ci è dato di partecipare a Cristo, perché è sempre così un sacramento, in quanto Cristo vuole il bene e detesta il male, allora questo effetto mi risveglia per un po’ anch’io voglio di più il bene con lui, poi piano piano, la mia natura si appesantisce. E lo voglio un po’ meno con entusiasmo e comincio di nuovo ad avere un momento di crisi e il momento di rinnovarsi. Questo è così vero che la Chiesa ha sempre disciplinato per la vita sacramentale dei consacrati, quella a livello esemplare &#8211; dovrebbe essere così &#8211; e anche i sacerdoti, questo sacramento. La nostra disciplina indica che dobbiamo, dobbiamo, dico proprio così perché  è disciplina, accostarci a questo sacramento almeno ogni quindici giorni. Ed è già stato un allargamento perché la norma era settimanale.</p>
<p>Poi uno fa come vuole. Proprio nel senso della libertà e nel senso che ci si può accostare di più, non troppo se no si cade nel bisogno di sacramento che diventa un’effetto placebo e non è più così sereno. Dunque periodicamente.</p>
<p>L’esempio più semplice è quello del ponte con tanti pilastri e le arcate. Quando le arcate scendono appoggiale ad un sacramento. Ma questo è intuitivo. Lo si capisce da se.</p>
<p>Oltre un certo punto a confessarsi poco si arriva all’insensibilità al sacramento. Allora bisogna fare qualche cosa che guarisca.</p>
<p>Voi lasciate la confessione per una volta, per due volte. E il Signore continua a dire : <em>Ehi, ehi… Si fa sentire…</em>Alla domanda: <em>Non ha mai pensato prima di oggi di confessarsi,</em> quasi sempre la gente risponde, se il caso, : <em>Sì.</em> Dio si è fatto sentire.</p>
<p>Ma se tu non rispondi, non si fa più sentire. Allora tutto entra in insidiosa pace: <em>non ho problemi, non e sento il bisogno</em> – non penso sia il vostro caso – ma può accadere a tutti.</p>
<p>La periodicità è legata alle sue motivazioni. Perché ti confessi? Mi confesso perché voglio riconciliarmi con Dio. Non c’è altra risposta. Siccome ci sono delle concause: mi confesso perché voglio avere la coscienza in pace. Buono, ma non basta. Mi confesso perché insomma devo proprio dirlo questo. Buono ma non basta. Mi confesso perché sono andata a Lourdes tutti insieme e lì ci si confessa. Buono ma non basta. Sono tutte concause che da sola non fanno la causa: L’Amore.  La vera motivazione è quella. Perché  non ti sei confessata/o ? Eh, non c’era il mio confessore. Questa poi è bella. E non rara. E completamente  sbagliato fare così. E come uno che  muore perché  gli manca il medico… Me ne vado tranquillo in paradiso. Ma dico è un sacramento questo. E’ un sacramento . Cosa c’entra il ministro. Dico che non c’entra niente. Voi potete dirmi: <em>E si che c’entra!</em> Non avete torto sotto un altro aspetto, ma dal punto di vista sacramentale avete torto. Perché  chiunque è stato ordinato sacerdote e può dire validamente : <em>Ti assolvo</em>. E’ buono, basta quello. Al punto che se andate in Inghilterra o in Sud Africa, voi non capite niente, lui non capisce niente, è quello che si chiama il defectus idiomatis, in teologia. Sei qui, vuoi il perdono, è chiaro, se no non saresti qua. E io ti assolvo.</p>
<p>Siamo a posto. Quella confessione  non è una confessione  di ricupero, va benissimo così per Gesù. Cosa potreste fare d’altro..</p>
<p><em>“ sono andate sei mesi a fare il volontario in Africa, ma non c’era il mio confessore..”</em> . Queste sono acrobazie che siamo capaci di inventare. Sono proprio sbagliate. No! Il sacramento è quello. Con ciò non dico che con il confessore/ direttore spirituale ci sia anche una maggiore facilità, opportunità, perché  no, di avere anche il confessore. Ma ci sono due ragioni diverse qui. Una perché quel confessore mi va a genio. E’ gentile, è buono, mi tratta bene, non mi sgrida, insomma mi piace.. Tutto è possibile. Certamente è meglio che sia gradevole che sgradevole. Su questo non c’è dubbio, in tutte le cose, anche in questa.</p>
<p>Ma non bisogna indulgere troppo su questi criteri che sono in fondo alquanto umani.</p>
<p>Più importante è l’altra cosa. Quando la confessione è regolare, finisce per diventare, se le circostanze lo consigliano, una guida, una profezia. Allora questo è opportuno. Perché  ci vuole questo lavoro. Uno dei lavori dei sacerdoti, dice il Concilio, è  aiutare ogni cristiano a realizzare la propria strada.  E quindi è un’aiuto, un servizio importante.</p>
<p>Le cose si possono, direi, identificare, ma mai confondere, la confessione e la contrizione rimangono più importanti.</p>
<p>Tant’è vero che spesso conviene non mescolare troppo le cose se no, da un sacramento si passa a una direzione spirituale che è molto di meno.</p>
<p>Credo di farmi capire. Potete avere problemi, ne parlate, umanamente, e  problemi che sottoponete ad un discernimento spirituale. E così. Però è diverso. Alla fin fine chiuso il discorso, dobbiamo recuperare il fatto che siamo lì davanti al Signore per farci perdonare. Insomma un’equilibrio che il sacerdote, perché  tocca spesso a lui, deve sapere… Dal punto di vista vostro, siete perfettamente autorizzati a questo uso del sacramento che ha anche questo aiuto. E anzi è addirittura consigliabile, con il dovuto equilibri.</p>
<p>Perciò che riguarda la revisione di vita e l’esame di coscienza, espressioni che non sono semplicemente sinonimi, l’esame di coscienza è più interiore, più profondo. Però è molto aiutato dalla revisione di vita. Cioè come vivi, come ti comporti? Di fronte a te ma anche di fronte agli altri. Spesso abbiamo dei correttori attorno a noi. Sulle prime possono essere sgradevoli, talvolta si sbagliano. Ma qualche volta non si sbagliano. E se non si sbagliano, io devo accettare questa revisione di vita che mi viene dall’esterno e dalla mia coscienza mi domando: <em>“ Me ne rendevo conto?”</em> Forse no, innocentemente. Sarà meglio che ci pensi, è un richiamo che mi viene.</p>
<p>La vita, come è il  tuo comportamento, come si specchia negli altri, e poi il tuo esame serio di coscienza. La tua coscienza, volte ti fa dire: guarda non preoccuparti, fa lo stesso, vai avanti. Sì, tu sei cristiano, e hai una persona vicina sul lavoro, ovunque siate, appena si  accorge che sei cristiana si imbestialisce. E tu che devi fare. Non essere più cristiana perché non si imbestialisca. No. Devi avere pazienza. Peggio per lui, peggio per lei. La coscienza dice una cosa e.. ma sono casi che si gestiscono. C’è un benefico intreccio tra il vivere comportamentale e la autocritica etica che si fa nel segreto della propria vita. Tenendo conto del fatto che di certi comportamenti, nessuno vi rimprovererà mai, se non pregate chi vi rimprovera. Anzi ti diranno : <em>bravo, così non perdi tempo</em>. Quindi la coscienza evidentemente rimane il punto fondamentale, quel vero punto della verità testimone profondo. Ma si mettono insieme le cose.</p>
<p>Un’esame di coscienza o revisione di vita non è soltanto autobiografico, ma bisogna confrontarsi, e allora la Parola di Dio, Gesù i suoi esempi, i suoi insegnamenti, sono lì, continuamente La preghiera qui torna ad essere un’alimento di verità.</p>
<p>Questo è quello che in breve si può dire di cose di cui si potrebbe parlare molto di più. In sostanza il punto è lì.</p>
<p>Crisi, valutazione, che potete anche apostolicamente ricordare a qualche vostra amica/o nei guai spirituali, aiutandoli a superare il disagio – quasi sempre – di accostarsi alla confessione, proprio in quanto tale.</p>
<p>Il senso teologico profondo di grandissima riconoscenza. Bisogna sempre dire grazie dopo che ci si è confessati. Grazie a Dio, che una  volta di più ci ha mostrato come si vuole bene, ci aspettava, ci è fedele.</p>
<p>E poi questi aspetti di cui ho detto.</p>
<p>Dopo di che non mi rimane che augurarvi di essere o diventare sempre migliori penitenti, come soggetto del sacramento dalla parte di chi chiede il perdono, perché e sempre un dialogo questo.</p>
<p>Nei casi più difficili, ricordatevi che la Madonna è rifugio dei peccatori, e quindi ci va proprio bene.</p>
<p>Parlando dell’esame di coscienza bisogna notare i differenti aspetti. Abbiamo qui parlavo di quello della confessione. L’esame di coscienza della sera non si improvvisa.  Assomma, riferisce un po’ quel certo controllo quotidiano della nostra vita, soprattutto sui punti più ripetitivi. Tal’ora ci colpisce uno scatto che ho avuto, ma che grazie a Dio, si tratta di un episodio, poi non si ripete. Ci impressiona di meno il difetto a cui siamo abituati. Non c’è ne accorgiamo neppure. Il mormorare un po’, il criticare un po’ e… quelle cose lì. Ecco bisogna stare attenti. Identificare il difetto più che non il peccato e sul difetto, misurarsi, perché questo è un sacramento di crescita. Questo si chiama anche strettamente di santificazione. Chi non ha peccati gravi, grazie a Dio, non è che vada lì a un ritmo sempre uguale. Si cresce, e proprio per farci crescere.</p>
<p>Un difetto preso di mira è vincibilissimo. Non c’è nessun difetto invincibile. Nessuno. Però bisogna andare alle abitudine, che spesso preparano la frana. Se un marito viene a dirmi: sono andato con una donna. -non so come mai, mi dispiace -, è certo un peccato. Eppure mi preoccupa di meno delle sue abitudini normali. Perché  sono le abitudini normali che hanno creato quello slittamento. Come ragiona, cosa legge, come parla, che barzellette dice, cosa vede alla televisione, che pensieri ha per la testa. Tutte robette sembrerebbero. Cose della vita.  Invece indeboliscono e poi arriva il momento in cui in questo come in tutti gli altri peccati l’abitudine genera il collasso. Quindi l’esame di coscienza quotidiano serve molto, soprattutto se uno vuole far diverso.</p>
<p><em>Le parole di Gesù: “Vegliate e pregate” possono riferire a questo.</em> La veglia è questo: stare un po’ attenti. Istintivamente lo facciamo, poi lo facciamo in tutte le altre circostanze. Guardate, quando siamo in un’ambiente che richiede un po’ più di contegno, ci controlliamo di continuo. E’ normale. Qui ci autocontrolliamo nel senso di questo piacere a Dio che ci sta a cuore. E normale fare così. Non è difficile. E’ anche bello perché ci rende delicati. Ci rende fini con Dio. Dio apprezza la finezza.</p>
<p>Lo slogan di molti santi: Dio ti guarda ( nel Cottolengo sta scritto sui muri), Dio ti guarda non è poliziesco. Dio ti guarda come uno che ti vuole bene, come uno che ti ammira. Che ti guarda perché Gli piaci. La cosa diventa un po’ diversa. Di fronte ad uno che mi guarda mi ravvivo, sto più attendo in piccole cose. Tutti facciamo così. E’ normale. Dio ti guarda così, perché ti vorrebbe sempre compiacersi di te, esattamente come ha fatto con Gesù; Il suo scopo è sempre buono. E lo ricordiamo ci lusinga, ci incoraggia, perché è bello far piacere a Dio. <em>Ti son piaciuta oggi</em>. <em>Sì</em>, <em>oh che bella cosa. E questa è una bella giornata</em>. <em>Non tanto in quello. Beh mi dispiace, domani ci riprovo.</em> E’ così in una vita di famiglia. E’ un sentimento che ci è abbastanza facile, secondo me. Soprattutto con Gesù. Sotto questo punto di vista deve vederne delle belle. Bisogna anche che possa riposarsi un po’ gli occhi. Povero Gesù. Su qualcuno che cerca di piacergli. Perché Dio è capace di aver i suoi occhi che si incantano in un’anima bella, come diceva Schelling, in un’anima buona, in un’innocenza in una rettitudine. Dio è capace, Dio ammira, ha creato un mondo bellissimo Ha il senso della bellezza. E’ bello ricordare questo.</p>
<p>La confessione diventa una specie di maquillage misterioso e profondo, farsi belli per Dio. L’aspetto estetico del Cristianesimo non è un romanticismo. È così, saremo bellissimi anche sotto  il profilo etico e risorto quando saremo nel Regno. E questa  ambizione dobbiamo averla…</p>
<p><em>Catechesi di Mons. Giuseppe Pollano tenuta il 28-5-2002 &#8211; Torino </em></p>
<p><em>Trascrizione non rivista dall’autore e adattata in forma scritta.</em></p>
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</em></span></div>
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