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	<title>La Piccola Via</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>SANTI  PIETRO  E  PAOLO &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:21:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>

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		<description><![CDATA[SANTI  PIETRO  E  PAOLO Apostoli At 12, 1-11; Sal 33; 2 Tm 4, 6-8. 17-18; Mt 16, 13-19 &#160; “Voi chi dite che io sia?” &#160; I nomi di Pietro e di Paolo, dunque gli uomini che essi indicano, sono un segno tra i più grandi che Dio ci abbia dato della sua provvidenza verso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SANTI  PIETRO  E  PAOLO</p>
<p>Apostoli</p>
<p>At 12, 1-11; Sal 33; 2 Tm 4, 6-8. 17-18; Mt 16, 13-19</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Voi chi dite che io sia?</em>”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I nomi di Pietro e di Paolo, dunque gli uomini che essi indicano, sono un segno tra i più grandi che Dio ci abbia dato della sua provvidenza verso l’uomo e la sua storia, per la salvezza grazie alla Chiesa. Perché dire così? Ecco, ne ricordiamo oggi con gioia almeno quattro fondate ragioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In loro Dio ha mostrato, prima di tutto, la sua ammirevole</strong> <strong>fedeltà</strong>. E’ il Dio dei padri, Abramo, Isacco, Giacobbe, che eleggendoli dal suo Popolo ha manifestato ancora una volta a tale Popolo il suo attaccamento tenero e forte. Ebrei in tutto il loro sangue e in tutta la loro fede, essi non hanno il compito di segnare rottura anche se le scelte umane drammaticamente la provocheranno. Come Gesù stesso, fioriscono nella speranza di Israele, ne evocano la memoria storica, cercano la continuità di una storia di amore divino che dovrà ad ogni modo, nel mistero dei tempi, essere ricostituita.</p>
<p>Pietro è figlio della Sinagoga, Paolo ancora di più. L’amore alla Legge e ai Profeti ha formato le loro personalità, essi sono cresciuti sforzandosi di “<em>amare il Signore Dio con tutta l’anima, il cuore, la mente</em>”: dinanzi a Gesù poi, cedendo con gioia alla sua conquista, nulla hanno rinnegato di essenziale nella loro fedeltà, anzi sono entrati con Lui in una storia ancora più salvata, secondo il sogno ebraico delle origini. Il Dio fedele è dunque quello che li ha segnati nel proprio cuore e li ha scelti, fior fiore di un Popolo sul quale il Figlio non si è vergognato di piangere lacrime di rammarico e rimpianto. E questa scelta di Dio già deve ammaestrarci, noi che siamo tanto propensi alla rinnovazione &#8211; quella religiosa compresa -  attraverso lacerazioni e conflitti che inondano di sangue tanta storia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In secondo luogo Dio ha fatto rifulgere in loro, a consolazione di tutti gli uomini, <strong>la sua dolce</strong> <strong>misericordia</strong>. Sia veramente benedetto per questo!</p>
<p>Riflettiamo su una sola cosa: noi non abbiamo conosciuto i peccati di Giovanni, Andrea, Giacomo e tutti gli altri prescelti. Abbiamo conosciuto quello di Giuda, sì, ma egli giustamente &#8211; secondo la nostra logica &#8211; dal suo peccato è stato distrutto, e un altro ha preso il suo posto. Invece di Pietro e di Paolo abbiamo conosciuto chiaramente il peccato, la Bibbia lo ha consegnato alla Chiesa per i secoli, e senza attenuazioni: ripetuto rinnegamento nei confronti di un Maestro come Gesù; ostinata e feroce persecuzione contro i suoi primi discepoli.</p>
<p>Pietro e Paolo, peccatori come tutti gli uomini, hanno mostrato di esserlo con tutta evidenza, divenendo persone che un capo terreno non avrebbe più scelte, per incaricarle del suo progetto supremo. Invece Gesù lo ha fatto, con quello che può sembrare un eccesso di condiscendenza, ed è stato in realtà la dismisura del suo vincente amore.</p>
<p>Proprio Paolo lo avrebbe scritto poi, che dove abbonda il peccato “<em>sovrabbonda la misericordia</em>”, nella logica di Dio. Questo segnare di perdono i due uomini che a ragione la Chiesa guarda come le due “colonne” dell’origine è veramente un dono in più che Dio ci ha fatto, con realismo superiore a tutte le nostre attese.</p>
<p>Se Pietro ha rinnegato, ed è stato confermato primo papa; se Paolo aveva perseguitato, ed è stato eletto massimo apostolo; allora il cristianesimo è veramente stato pensato con divino affetto a misura d’uomo, come soltanto Dio poteva fare. Noi avremmo abbellito le cose, nascoste le colpe, eluso la verità. Pietro e Paolo incarnano invece una delle affermazioni più consolanti della Bibbia, ripetuta proprio da Pietro: “<em>E’ agli umili che Dio dà grazia</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La terza ragione di gioia per noi, a causa di Pietro e Paolo, è che in essi Dio ha composto in modo eccellente, e proprio grazie alla loro diversità,<strong> i due elementi di cui la Chiesa aveva bisogno per sussistere nella storia:</strong> <strong>saldezza nell’istituzione,</strong> <strong>mobilità </strong> <strong>nell’annuncio</strong>.     Che Pietro sia stato chiamato <em>“Roccia”</em> da Gesù è più che significativo: il Maestro era Via, Verità e Vita, tre costanti immutabili nel variare continuo della vicenda umana.</p>
<p>Egli dunque ha cercato l’uomo che fosse fondamento e lo ha costituito per i secoli. Da allora sono stati 263 dopo Pietro i successori, santi e non santi, ed il miracolo divino sta proprio nella misteriosa continuità di questo compito sovrumano. Continuare Gesù Cristo! Una vicarietà vertiginosa, a ben pensarci; e appunto insidiata da tutti gli ostacoli possibili e immaginabili in una vicenda anche umana. Ma la saldezza della verità, la garanzia del magistero, la norma della moralità sono rimaste e rimangono, realizzando la promessa di Gesù fatta a Pietro: “<em>Su di te edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa</em>”.</p>
<p>Paolo, a sua volta, ha impersonato in modo insuperabile ciò che la Chiesa deve poi sempre continuamente essere, per non ridursi a pura istituzione: slancio di missione fino a sempre nuovi confini del mondo, primavera intrattenibile dello Spirito.</p>
<p>Lo chiamiamo <em>l’Apostolo</em>, senza possibilità di confusioni. E ciò non soltanto per il suo dinamismo eccezionale, carico di coraggio indomabile pur nella debolezza dell’uomo; non soltanto per i suoi viaggi continui, le sue fondazioni grandiose; ma anche perché egli ha continuato a imparare la sua dottrina dalla profondità della contemplazione, nel dono dello Spirito, donandoci una volta per sempre una rivelazione su Gesù Cristo che noi non cessiamo di studiare, approfondire e a nostra volta predicare. Dio ha fatto davvero di lui l’inventore della missione che non ha confini, il mistico edificatore<strong> </strong>delle prime comunità sante.</p>
<p>Saldezza e mobilità, due caratteristiche della stessa Chiesa: per questo essa ricorda e celebra insieme questi suoi umili eroi dell’inizio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, quarta ragione di gratitudine, e di commozione profonda, Dio ha unito Pietro e Paolo nel <strong>comune destino di</strong> <strong>morire per Gesù sommamente amato</strong>. Gli anni di Roma sono stati gli ultimi per tutti e due. Prima l’uno, poi l’altro, essi hanno versato il sangue “<em>in libagione</em>”, secondo il dire di Paolo, e sono morti dando la stessa testimonianza data dal Maestro. Neppure questo è casuale, evidentemente!</p>
<p>La Chiesa può infatti guardare i due grandi santi in un solo sacrificio, e imparare da loro qual è la misura perfetta della carità verso il Signore. La domanda posta da Gesù a Pietro vicino a Cesarea di Filippo: “<em>Voi chi dite che io sia?</em>” ha avuto anche per loro risposta progressiva.</p>
<p>“Tu sei quello per cui si predica”, “Tu sei quello per cui si vive”, “Tu sei quello per cui si soffre”, “Tu sei quello per cui si muore”. Fin qui sono appunto giunti Pietro e Paolo, dopo il lungo cammino. E se qualcosa di meno definitivo li congiungesse nella nostra venerazione forse, confessiamolo, non saremmo del tutto soddisfatti. La sublimità del morire per Gesù è infatti incomparabile.</p>
<p>Così noi li guardiamo oggi con tutta la Chiesa, così li preghiamo chiedendo loro che ci aiutino fino al martirio, se così piacesse a Dio, a confessare che Gesù è il Signore.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Corpo e Sangue di Cristo]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17 &#160; “Fate questo in memoria di me” Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO</p>
<p>Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il Signore che ha dato del pane alla gente che aveva fame. Esiste forse un gesto più umano?</p>
<p>Ecco chi è Dio: Colui che crea l’uomo e gli mette in cuore molti desideri, ma sopra tutti il desiderio di Lui stesso, Dio, e lo crea così perché si prepara a saziarlo per sempre.</p>
<p>Oh, se avessimo di Dio un’idea così chiara e affascinante! Se non lo sentissimo troppo alto, troppo immobile, impassibile, un Dio che guarda senza intervenire nel mondo. Non è così, ma molte idee della nostra cultura senza fede tendono ad allontanarlo ancor sempre  dall’uomo, come se Egli non fosse il Dio che ama. Ed ecco, la storia di Gesù è invece quella  di Dio che ha assunto forma umana, per immettere nelle nostre piccole misure la totalità del suo amore.</p>
<p><em>“Dategli voi stessi da mangiare”</em>: quando celebriamo l’Eucaristia è perché ci troviamo davanti non a questa scena evangelica, che fu soltanto un annuncio, ma al compimento di essa; e la celebriamo con la fede che ci consente di coglierne la grandezza, di sciogliere il cuore nella gratitudine, e di conseguenza di rispondere a Gesù con tutto l’impegno della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo risentito nella seconda Lettura la narrazione che Paolo ci ha fatto di quella beata, ultima cena, quando Gesù prese il pane e il vino, e lo Spirito privò il pane e il vino della loro esistenza materiale, ed essi esistettero soltanto più come Corpo e Sangue di Cristo. Fu la prima volta. Abbiamo sentito la narrazione, e la gratitudine già potrebbe orientare la nostra riflessione di fede, ma molto più grande è la beatitudine, perché quella sera Gesù aggiunse le  poche, prodigiose parole: <em>“Fate questo in memoria di me”</em>.</p>
<p>Se la narrazione evocasse soltanto il ricordo di un fatto lontano, ci aggrapperemmo all’immaginario per credere in Lui. Ma questa non è soltanto memoria, come fatto psichico, è qualcosa di infinitamente più grande: è ciò che la Chiesa chiama <strong>il <em>memoriale</em>, che significa, ‘rifare vero’, adesso, proprio come allora, questo straordinario momento</strong>. Infatti ora io ripeterò le parole, ma non più come narrazione: di nuovo verrà lo Spirito che avrò invocato, di nuovo priverà di esistenza materiale il pane e il vino, e farà essere soltanto il Corpo e il Sangue del Signore. Allora saremo di fronte a questo abbagliante prodigio. Non ci sarà luce fisica, ma luce nei cuori sì, splendore di gioia. Che la Messa sia quotidiana, sia così semplice, facile, non toglie nulla alla sua immensa grandezza, e già di questo dobbiamo rendere grazie.</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em>. E perché ancora, Signore?</p>
<p>E il Signore, richiamando la scena dei pani moltiplicati, potrebbe dirci: “Perché il pane che moltiplicai quella volta non vi basterebbe per vivere e non vi basterebbe per morire. Se fosse sufficiente il pane, avrei riempito di esso le vostre case, ma non è sufficiente. Né vi basta che siano saziati tutti i vostri desideri, per quanto buoni essi siano”. La verità, la gioia, gli affetti, una giusta riuscita nella vita, le cose come devono essere: tutti questi sono santi desideri, ma quando avessimo tutto questo e non avessimo Dio, non avremmo ancora avuto nulla.</p>
<p>Così, da quei pani moltiplicati Gesù è arrivato all’ultima, definitiva mensa, conservando il pane e il vino come segno di quel donarsi di sé; <em>il mio corpo </em>vuol dire “io”, <em>il mio sangue</em> vuol dire “la mia vita”: la comunione perfetta che fin da principio aveva programmata per noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è comunione l’Eucaristia: è Dio che ti ha creato per averti e perché tu lo avessi, Dio che ti è amico molto di più di quanto tu non pensi, è Dio che ti rivuole, che intende vivere la tua vita e che tu viva la sua. E quale tua vita? La vita quotidiana. Nella cultura ebraica, come in tante altre, pane e vino erano il segno della quotidianità dell’esistenza, non erano cibo di re o  di sacerdoti, ma della gente comune. Sicché pane e vino &#8211; ecco il richiamo all’episodio di Abramo nell’Antico Testamento &#8211; significano fortemente il vissuto di ogni giorno.</p>
<p><strong>È la nostra quotidianità che Gesù vuole rendere divina</strong>, non sono i pochi momenti soltanto in cui andiamo da Lui e lo incontriamo. Se l’Eucaristia diventasse un gesto sacrale, nascosto, spiritualissimo, distante dalla vita di ogni giorno, ciò vorrebbe dire che non l’abbiamo capita. È quando lavoriamo, quando fatichiamo, quando facciamo le cose, quando muoviamo le mani per agire, è nel nostro essere noi stessi che Gesù vuole entrare per portarci con Sé nel suo Regno. Se avessimo sempre presente questo, che pur crediamo per fede, non finiremmo mai di desiderare questo cibo e questa bevanda.</p>
<p>E’ vero che potremmo sempre dirgli: “Signore, dici bene, ma non oso presentarti la mia vita quotidiana così com’è, non mi sento degno”. Ma Gesù ha la risposta anche per questo: “Tu vedi che ho preso pane e vino per farti capire che io voglio il tuo vissuto; ricorda però che questi non sono più pane e vino, ma sono Io, sacrificato per te. Il mio sangue ti ha lavato, il mio corpo ti rende puro. So che la tua vita quotidiana può diventare fango e miseria, so che sei peccatore, ma per questo sono venuto; e il mio cibo, quando tu vieni a me, perdonato ancor sempre da me, diventa la sorgente di una vita pura e santa, quella per cui sei stato creato. Vieni, dammi la tua vita quotidiana, so anch’io che tutti i giorni dovrà essere purificata, riscattata, sollevata: è la strada della santificazione; ma vieni poiché Io sono il tuo pane”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il supremo dono. Quando tra poco avrò ripetuto in maniera efficace, sacerdotale, le parole del Vangelo, ed Egli sarà con noi, noi dovremo essere colmi della sua gioia, lasciare che i nostri cuori esultino. Bisogna almeno qualche volta esprimere a Gesù la nostra profonda allegrezza, perché Egli ha fatto tutto questo per noi che siamo meno che niente, eppure, così amati da Lui, diventiamo il suo tutto.</p>
<p>Questo Signore che viene in noi per dimorare in noi, che viene in noi per condurci al Padre, per accompagnarci oltre la morte a sconfinare nell’eterna gioia, questo Signore,  assumendo la nostra misura, ci dice: “Dammi la tua voce, altrimenti non potrò dire parole belle e giuste, dammi i tuoi gesti, dammi il tuo cuore, la tua libertà, la tua capacità d’agire, la tua intraprendenza, il tuo coraggio, la tua presenza nel mondo,… di te ho bisogno”.</p>
<p>Noi siamo il corpo di Cristo. La Bibbia è chiara con il cristiano, e gli assicura: se tu ricevi il Corpo di Cristo,  diventi Corpo di Cristo, così che, <strong>dovunque tu sia, porti Lui, mentre sei portato da Lui</strong>.</p>
<p>Sono certo che nella misura in cui siete ‘eucaristici’, molta gente si è accorta che portate in voi quel <em>qualcuno</em>, che è Lui: da come siete, da come agite, da come decidete. E poiché Egli ha detto: <em>“Io sono la luce”</em>, ecco anche voi, umilmente, siete luce nei luoghi dove vivete accanto a molti altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riconsegnatevi dunque oggi più che mai a Gesù Eucaristia, riandate al giorno della vostra prima Comunione &#8211; quando eravate piccoli, semplici, ma il cuore era già capace di ricevere il Signore -, rivivete quel giorno, pur nel carico delle vostre esperienze, delle vostre consapevolezze, delle vostre crescite nel bene, ma anche dei vostri dolori, dei vostri sbagli; rivivetelo: rifate alleanza eucaristica.</p>
<p>Riandate in questo momento al tempo in cui Maria, dopo che Gesù tornò al Padre, visse ancora su questa terra. Ricordate che Gesù l’affidò a Giovanni ed egli la prese nella sua casa. Non c’è dubbio che l’apostolo celebrasse l’Eucaristia, la <em>frazione del pane</em>: potete credere che Maria non fosse tra coloro che si nutrivano del Corpo del Signore? Provate a pensare alle comunioni di Maria, che, avendo dato al mondo il Salvatore, lo riceveva insieme ai suoi discepoli.</p>
<p>Entriamo in questo misterioso cerchio di grazia, che è pur tanto semplice e familiare. Sollevate i cuori, date a Gesù la gioia di uscire di qui ancor più motivati ad essere cristiani: “Signore, ti ricevo, perché altri sappiano”. Ecco l’umile, grande missione che la Chiesa vi affida e che lo Spirito si prepara a compiere in voi nella misura della vostra buona volontà.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>FESTA DELLA MADONNA CONSOLATA TORINO   20.06.99 ORE 23.30 Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Consolata]]></category>
		<category><![CDATA[consolazione]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Risentendo questo Inno della Consolazione, il grande Inno della Consolazione che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel cuore di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria. Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore. Perché siamo venuti qui tanto numerosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Risentendo questo <em>Inno della Consolazione</em>, il grande <em>Inno della Consolazione</em> che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel <em>cuore </em>di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria.</p>
<p>Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore.</p>
<p>Perché siamo venuti qui tanto numerosi oggi? Certamente per essere aiutati e consolati da Lei, ma sarebbe poco dirlo.</p>
<p>È più giusto dire che non siamo qui per le nostre consolazioni, ma siamo qui a condividere insieme un grande sentimento profondo che ci unisce. Siamo qui a percepire davanti a Dio, semplicemente come è <em>consolante </em>che ci sia Lei.</p>
<p>E infatti, nella storia umana, l’evento più <em>consolante</em> prima della venuta di Cristo è stato proprio <em>Lei.</em></p>
<p>C’è lo siamo detti, non ce lo diciamo, ma lo sentiamo nel cuore: <em>com’è consolante che la Madonna ci sia!</em> E non che ci sia solo oggi, ma che ci sia ‘sempre!’. Com’è consolante che Dio l’abbia pensata, per Sé e per noi.</p>
<p>È questo che ci attira oggi, al di là di tutte le ulteriori consolazioni personali che possiamo avere chieste e ottenere. E perché siamo qui a sentire, insieme, com’è <em>consolante</em> che la Madonna ci sia.</p>
<p>L’Inno di consolazione della Madonna ci fa entrare in un grande mistero. Una Ave Maria sono capaci di dirla tutti, grazie a Dio!, ma quanto mistero…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La troviamo consolante Maria perché in Lei, Dio, che può tutto, ha finalmente realizzato il sogno che tutti, da quando siamo uomini e donne sulla terra, portiamo in cuore.</p>
<p>E il sogno è <em>superare l’abisso tra noi e Dio</em>. Questa è una condizione umana a cui ‘nessuno’ può sottrarsi: la puoi risolvere col pensiero, con la filosofia, con la disperazione, con il non pensarci, ma in ogni caso c’è un <em>abisso,</em> tra noi e Dio, che ci tormenta in fondo. Ed ecco com’è consolante che ci sia Lei. Proprio in Lei l’abisso è stato superato.</p>
<p>Proprio in Lei, la divina Persona dello Spirito, in Lei – piccola persona umana – ha potuto regalare alla storia quel personaggio che è una Persona divina con una natura umana, nostro Signore Gesù Cristo: l’abisso è superato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora tu esisti, ma non esisti più per morire, come esisti adesso; esisti per vivere perché l’abisso tra la tua povera esistenza mortale e la vita di Dio è stato superato.</p>
<p>Ora tu esisti ragionando, ma non per brancolare nel tuo difficile scetticismo, ma per conoscere la Verità. Perché tra la tua ragione e la Verità, l’abisso è stato superato.</p>
<p>Ora tu vivi, ma non vivi in preda al tuo cuore oggi buono, domani cattivo e capace di cose ‘<em>terribili</em>’. Ora vivi e il tuo cuore può essere colmo della ‘<em>assoluta</em>’ bontà di Dio. L’abisso è stato superato.</p>
<p>Sono parole che si dicono con facilità queste, ma in realtà lasciatele entrare nella vita. Lasciate che la vostra paura e angoscia di morire si consoli della vita <em>eterna </em>che già possedete.</p>
<p>Lasciate che le vostre incertezze e i vostri dubbi siano dominati dalla <em>Verità</em> che già possedete.</p>
<p>Lasciate che il vostro cuore vacillante sia colmo della Bontà di Dio che già possedete, allora diventa la vita vissuta giorno per giorno.</p>
<p>E Lei è stata il luogo umano dove questo congiungimento si è avverato. Senza Maria nussun Cristo, e senza Cristo nessun Cristiano e nessuna Salvezza.</p>
<p>Ecco cosa ci lega questa sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo profondamente felici, lo ripeto: perché Lei c’è!.</p>
<p>E se questo sentimento ci accompagna nella quotidianità, questa pace profonda, questa sicurezza misteriosa riesce a vincere tutto.</p>
<p>Consolazione diciamo: consolazione non è la gioia, è qualcosa di diverso. La gioia è qualcosa vivibile, semplice, ‘un bel mattino sereno’; ma la consolazione presume uno sfondo di dolore, ‘il mattino sereno dopo una bella burrasca’. La consolazione è un termine molto umano, profondamente nostro.</p>
<p>Noi quando abbiamo dei guai cerchiamo di evadere, di stordirci, di non pensarci, di far altro. Guardate che dono di Dio invece poter venire qui a portarci i nostri guai. Non abbiamo bisogno di bere sui nostri guai, non abbiamo bisogno di cercare di dimenticare. All’opposto, poiché l’abisso è stato superato, possiamo – in Dio – addirittura dolore crocifisso per noi, deporre tutta la nostra tragedia umana. Siamo davvero <em>principi</em>.</p>
<p>E l’Inno di consolazione oltre che ricordarci il perché siamo degni questa sera, e possiamo esserlo tutti i giorni della vita, ci dice anche il come.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Maria, subito, con chiarezza ci svela il segreto. “<em>Dio ha guardata la mia umiltà</em></p>
<p>Vuoi che Dio ti guardi? Sii umile. Vuoi che Dio distolga da te i suoi occhi? Sii superbo.</p>
<p>Nessuno vuole che Dio distolga da lui il suo cuore. E allora non dire mai di no a Dio, ecco, non dire mai di no. Purtroppo dei no gli abbiamo detti tutti, forse ne diremo ancora, ma lasciamoci questa sera aiutare.</p>
<p>Ha guardato l’umiltà non solo della sua schiava, d’élite; ma la mia, la tua, la sua. Guarda l’umiltà di tutti. State certi perché Dio benedirà il mondo in maniera ‘straordinaria’ nella misura della umiltà che potrà trovare. Non c’è nessun altro modo di ottenere la grazia di Dio. Tre volte la Bibbia dice chiaro: “Dio dà la grazia a chiunque” e aggiunge, “e resiste ai superbi”. Abbiamo dunque un grande strumento in mano.</p>
<p>Non dite mai a Dio, fratelli e sorelle, “no”; anche se dire “sì” vi sanguina, ditelo lo stesso. Gesù l’ha fatto prima di noi.</p>
<p>Vi verrà in cuore allora una grande certezza, quella che Lei esprime nel suo Inno di consolazione: la sicurezza che Dio vince. La sicurezza che non siamo dei condannati ad un ergastolo duro, dove, checché se ne dica, solo i superbi con i loro pensieri; solo i ricchi, solo i potenti avranno sempre la meglio e la ‘poltiglia’ degli umili, degli schiacciati, non finirà mai. Se fosse così, avremmo tutti i diritti, prima di processare Dio, secondo di cadere nella disperazione più nera.</p>
<p>Ma, per Dio “<em>mille anni sono un giorno</em>”. Ma Dio è “<em>l’Onnipotente Signore della storia</em>”; Maria parla molto chiaro. Parla molto chiaro questa fanciulla di Nazareth che non sa di politica, si direbbe, parla molto chiaro!.</p>
<p>Qualunque capo di oggi, qualunque prepotente di oggi, qualunque ricco egoista di oggi, se sotto gli occhi, su queste tracce di Maria, ha di che tremare!. C’è proprio da dire: “tremate fratelli, trematevi, se Lei ha detto questo”. Perché tutto passa, ma queste parole ispirate da Dio, no!, non passeranno, anzi, si avverranno.</p>
<p>L’Inno della Consolazione di Maria è una grande pagina; se ogni giorno avessimo il tempo di, non dico di redigerlo, ma riviverlo un momento: la grandezza di questo dono – l’abisso è superato, posso sperare; posso essere nella Verità e nella Bontà; posso proprio, ed è così che sono cristiano. E so cosa fare, basta che cerchi di non dire: “no” a Dio e cioè, lo spirito diabolico della rivolta. E so, che le speranze umane saranno compiute e, perché no?!, anche attraverso la mia buona opera in ‘questa’ storia e in ‘questa’ mia vita, ecco perché sono qui. Se ho un cuore così, so perché vivo e farò qualche cosa in questo mondo a vantaggio di tutti.</p>
<p>Stupenda pagina di questo Inno di Maria. Ecco le offriamo stasera la nostra grande gioia che LEI CI SIA.</p>
<p>“Sei Tu”, “Sei Tu” così consolante.</p>
<p>Penseremo ogni giorno, ne incontreremo di facce belle e di facce brutte, ma la <em>Tua faccia</em> non la dimenticheremo. Il Tuo cuore, materno, vivo, che non tradisce “mai”; non sa neppure cosa sia la parola ‘tradire’. Cuore tuo sarà il nostro amico di ogni giorno.</p>
<p>Date questa pregnanza, questa ricchezza alla “Ave Maria, piena di grazia”. La sappiamo dire con tanta facilità, e ogni volta una goccia di pace entrerà nel vostro cuore, credete.</p>
<p>Una stilla di luce, un richiamo interiore, un brivido di gioia. I santi facevano così, non avevano grandi mezzi a disposizione, come diremmo noi oggi, avevano la disposizione di supremi mezzi di Dio che sono proprio questi.</p>
<p>Ecco allora la nostra festa ci conduce avanti, oggi è stato un giorno, come dire, festivo, ma voi sapete che vi sono sempre i giorni ‘festosi’. Se il tuo cuore è dono il tuo giorno è festoso. Anche se il pomeriggio è il più monotono del mondo.</p>
<p>È questo che ci auguriamo, perché molta gente ci incontrerà e vi dirà: “ah tu, ieri, sei andato alla Consolata”, “sì ci sono andato”, “ah, me ne accorgo!”.</p>
<p>Ah!, fatevelo dire: “me ne accorgo…”; fatevelo dire. Che vedano nei vostri occhi, nel vostro sorriso, nella vostra limpidezza che ci siete venuti; e che ci siete venuti, è proprio questo, statene certi, che la Vergine attende da voi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Santissima Trinità &#8211; omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 06:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[SANTISSIMA TRINITA’ Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15 « Gesù, il Padre, lo Spirito » Più che in tutti gli altri giorni oggi ci conviene dire a Gesù il nostro: “Grazie, Signore!”, perché il mistero che celebriamo, la Trinità santissima, è stato il segreto più intimo e prezioso di tutti quelli che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SANTISSIMA  TRINITA’</p>
<p>Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15</p>
<p>« Gesù, il Padre, lo Spirito »</p>
<p>Più che in tutti gli altri giorni oggi ci conviene dire a Gesù il nostro: “Grazie, Signore!”, perché il mistero che celebriamo, la Trinità santissima, è stato il segreto più intimo e prezioso di tutti quelli che ci ha rivelato. 	La comparsa dei Tre che sono Dio è stata come un abbagliamento per la Chiesa, un dono di luce eterna che le causa sicurezza e consolazione, e la sostiene nel tempo, per la storia della Salvezza. E’ dunque ben giusto che noi celebriamo oggi con fede solenne il nome e la realtà di Dio com’è, nella sua gloria e nella sua verità: è teologia alta, ma tutt’altro che astratta e lontana da noi; anzi, essa ci solleva in sé per insegnarci a vivere nel migliore dei modi possibili, qui nell’esistenza terrena.  Il discorso di Gesù nel Vangelo odierno è indicativo in proposito. 	Esso ci svela qualche cosa a cui non siamo abituati quaggiù, cioè un vivere ben distinto dei tre che Gesù nomina in modo esplicito &#8211; lo Spirito, Se stesso e il Padre &#8211; che nello stesso tempo è un vivere completamente unitario, in un passaggio di verità e vita che ci risulta misterioso.   	Che cosa significa per noi che lo Spirito “prenderà” ciò che è di Gesù, ma con ciò stesso prenderà dal Padre, perché tutto ciò che è del Padre è di Gesù stesso? Non siamo certo di fronte a un indovinello, ma a una rivelazione: Gesù intende farci scrutare per un momento la vita che Egli vive, e ci mette perciò sulla via di comprendere un mistero altissimo di comunione. I termini sono espliciti: una sola verità esiste in Dio, ma vissuta in modo tale che il Padre ne fa dono al Figlio, e lo Spirito l’accoglie in sé come loro unica effusione; un modo di essere dunque che trova il suo segreto nel dono dato e ricevuto per fare comunione. Una verità la cui sostanza, realizzandosi in tale piena elargizione, è allora amore. 	Che l’amore si faccia dono, ci era già ben noto; ma che Dio fosse tutto amore che dona, unisce ed eternizza così la propria vita, questo non lo sapevamo affatto. Il discorso di Gesù acquista subito, di conseguenza, indicibile fascino. 	Qui non c’è altezza intellettuale, elucubrazione adatta a pochi; mistero sì, c’è, ma al quale tutti possono accedere grazie alla fede. E tale mistero ci conforta al massimo, perché dice Dio in modo tale che per intenderlo noi possiamo e dobbiamo fare appello all’esperienza del nostro stesso cuore.  Con le dovute proporzioni, si intende. Ma il segreto è uguale. 	Un essere che ama, per cominciare: Egli è per natura sua, ossia non potendo mai non esserlo, Padre. E questo nome evoca forza buona, vita che si dona, persona che esiste per fare esistere. Tutto ciò che è suo, lo è per generare il Figlio, l’essere amato e prediletto, l’Unico. Con l’intimo reciproco respiro dell’amore totale, lo Spirito che compie l’unità divina. Non ci sono ignote queste profondità della vita. 	Anche noi sappiamo e vogliamo amare donando, ed essere a nostra volta amati così. 	Anche noi sappiamo che cos’è un amore che unisce, che non è nessuno dei due eppure è tutti e due, e crea momenti di comunione inebriante. 	Solo che per noi si tratta di momenti, appunto; momenti frammischiati a molti altri ben diversi, dunque frammenti di una luce che non ci appartiene come vorremmo: non si può in terra disgiungere amore da dolore, indifferenza, noia, ostilità. Invece in Dio sì, accade: Dio è la perfezione di ciò che in noi brilla, ma in Lui è fuoco e vita. 	  La Trinità che è carità eterna, le Persone che la vivono e vogliono anzi farne parte anche a noi.       E’ il brano di Paolo nella Lettera ai Romani a illuminarci ancora di più su questa straordinaria partecipazione. Lì è detto infatti che noi grazie a Gesù benedetto siamo in pace con il Padre, dunque all’interno della loro vita amica; ma non solo: noi siamo anche divinamente resi vivi dallo Spirito &#8211; il loro Spirito &#8211; che ci è stato dato. Rasenta l’incredibile, per la sua magnificenza, questa verità certissima. Lo Spirito di Dio, proprio il suo e Dio Egli stesso, è ora anche nostro. Noi siamo cioè capaci di amare come Egli ama, con tutto ciò che consegue a questo amore che non è sentimento e passione nostri ma forza vitale creatrice, capace di fare tutto ciò che di bello, buono e giusto può essere fatto nella storia.       I santi e le sante della Chiesa sono di tale energia benefica testimonianza mai interrotta.  	Paolo dunque ci ricorda con chiarezza che il Dio Trinità non è lassù ma quaggiù, impegnato con noi e in noi a realizzare una vicenda umana benedetta e buona. E ciò significa che la Trinità non si accontenta con noi di essere creduta: essa, donandosi come si dona al popolo di Dio, esige di essere vissuta. 	Quale distanza dalle formulazioni del catechismo, ovviamente esatte ma ancora così “mentali” e scolastiche! La Trinità che Gesù ci svela e ci dona è Egli stesso mandato dal Padre e fatto dallo Spirito in Maria, la vergine di Nazaret. La Trinità è ancora il mistero pasquale dove il Padre chiede al suo Prediletto di donargli la vita in obbedienza, per annullare in tanta oblazione la nostra disobbedienza e consentire il dono della Pentecoste. La Trinità è nell’anima e nella vita di tutti i battezzati, e si rivela in loro facendoli sempre più umili e piccoli davanti al Padre, puri e generosi nel Figlio, ardenti e audaci nella testimonianza grazie allo Spirito. La Trinità infine è nella beatitudine del Regno, dove tutta l’economia della Salvezza splende chiara e compiuta, e i beati non cessano di glorificarla.  E questa Trinità, prossima a noi e continuamente con noi, è quella a cui di fatto noi ci rivolgiamo ogni giorno, nominandola mentre facciamo il segno di Croce: anche qui, si tratta di una familiarità vertiginosa, che rischia la più totale banalizzazione dell’abitudine, e va invece salvaguardata con fine avvertenza. 	“Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”, diciamo. Padroni del segreto di Dio che Egli ci ha consegnato con generosità assoluta, ma appunto non perché soltanto “sapessimo” bensì perché ci sentissimo &#8211; e volessimo essere &#8211; coinvolti. E’ quasi paradossale che proprio la Trinità, suprema realtà che sembra perdersi così in alto, abbia scelto di diventare per noi una sorte di “esercizio quotidiano”. 	Perché la formula biblica “nel nome di…” ha un significato preciso, e forte. 	Nel linguaggio scritturale il “nome” è Dio stesso. Significa dunque, per chi lo dice consapevolmente: “nella presenza di…per l’azione di…con la forza di…”: tutte formule di grande potenza, che investono la piccola personalità dell’uomo e lo impegnano davanti a Dio, ovviamente con tutto il suo aiuto. 	“Nel nome del Padre” essere veramente figli; “nel nome del Figlio” farci veramente redenti; “nel nome dello Spirito” agire veramente da santi. La triplice invocazione nasconde un programma che non potremo rievocare tutto ogni volta, ma che non dobbiamo lasciar affondare nella inconsapevolezza. Non possiamo, conoscendo l’amore con il quale la Trinità si è donata e si dona a noi, assuefarci al suo nome come non ci ricordasse più nulla, e allora ripeterlo invano. Da una breve formula a uno sconfinato mistero, la nostra fede ci mantiene dunque a un alto livello di vita; non possiamo più, da veri cristiani, ‘credere’ vagamente in Dio, ‘ammettere’ che un Dio c’è, e fermarci lì. 	La divina verità come un sole ci entra negli occhi, e seguendo l’invito di Gesù noi dobbiamo oggi lasciarcene consolare e stimolare, perché la fede che professiamo con le labbra provenga in realtà dal nostro cuore e divenga vissutissima vita.</p>
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		<title>San Giuseppe Moscati &#8211; Biografia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 07:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Moscati (1880-1927) laico Giuseppe Moscati nacque il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo tra i nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio 1880. Nel 1881 la famiglia Moscati si trasferí ad Ancona e poi a Napoli, ove Giuseppe fece la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #663300; font-family: Times; font-size: small;">Giuseppe Moscati (1880-1927)<br />
<em>laico </em></span></strong></p>
<p>Giuseppe Moscati nacque il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo tra i nove figli del magistrato Francesco Moscati e di Rosa De Luca, dei marchesi di Roseto. Fu battezzato il 31 luglio 1880.</p>
<p>Nel 1881 la famiglia Moscati si trasferí ad Ancona e poi a Napoli, ove Giuseppe fece la sua prima comunione nella festa dell&#8217;Immacolata del 1888. Dal 1889 al 1894 Giuseppe compì i suoi studi ginnasiali e poi quelli liceali al &#8221; Vittorio Emanuele &#8220;, conseguendovi con voti brillanti la licenza liceale nel 1897, all&#8217;etá di appena 17 anni. Pochi mesi dopo, cominciò gli studi universitari presso la facoltà di medicina dell&#8217;Ateneo partenopeo.</p>
<p>E&#8217; possibile che la decisione di scegliere la professione medica sia stata in parte influenzata dal fatto che negli anni dell&#8217;adolescenza Giuseppe si era confrontato, in modo diretto e personale, con il dramma della sofferenza umana. Nel 1893, infatti, suo fratello Alberto, tenente di artiglieria, fu portato a casa dopo aver subito un trauma inguaribile in seguito ad una caduta da cavallo. Per anni Giuseppe prodigò le sue cure premurose al fratello tanto amato, e allora dovette sperimentare la relativa impotenza dei rimedi umani e l&#8217;efficacia dei conforti religiosi, che soli possono darci la vera pace e serenità. È comunque un fatto che, fin dalla più giovane età, Giuseppe Moscati dimostra una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui; ma il suo sguardo non si ferma ad esse: penetra fino agli ultimi recessi del cuore umano. Vuole guarire o lenire le piaghe del corpo, ma è, al tempo stesso, profondamente convinto che anima e corpo sono tutt&#8217;uno e desidera ardentemente di preparare i suoi fratelli sofferenti all&#8217;opera salvifica del Medico Divino.</p>
<p>Il 4 agosto 1903, Giuseppe Moscati conseguì la laurea in medicina con pieni voti e diritto alla stampa, coronando così in modo degno il &#8221; curriculum &#8221; dei suoi studi universitari. A distanza di cinque mesi dalla laurea, il dottor Moscati prende parte al concorso pubblico indetto per l&#8217;ufficio di assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli; quasi contemporaneamente sostiene un altro concorso per coadiutore straordinario negli stessi ospedali, a base di prove e titoli. Nel primo dei concorsi, su ventun classificati, riesce secondo; nell&#8217;altro riesce primo assoluto, e ciò in modo così trionfale che &#8211; come si legge in un giudizio qualificato &#8211; &#8221; fece sbalordire esaminatori e compagni &#8220;.</p>
<p>Dal 1904 il Moscati presta servizio di coadiutore all&#8217;ospedale degl&#8217;Incurabili, a Napoli, e fra l&#8217;altro organizza l&#8217;ospedalizzazione dei colpiti di rabbia e, mediante un intervento personale molto coraggioso, salva i ricoverati nell&#8217;ospedale di Torre del Greco, durante l&#8217;eruzione del Vesuvio nel 1906.</p>
<p>Negli anni successivi Giuseppe Moscati consegue l&#8217;idoneità, in un concorso per esami, al servizio di laboratorio presso l&#8217;ospedale di malattie infettive &#8221; Domenico Cotugno &#8220;. Nel 1911 prende parte al concorso pubblico per sei posti di aiuto ordinario negli Ospedali Riuniti e lo vince in modo clamoroso. Si succedono le nomine a coadiutore ordinario, negli ospedali e poi, in seguito al concorso per medico ordinario, la nomina a direttore di sala, cioè a primario. Durante la prima guerra mondiale è direttore dei reparti militari negli Ospedali Riuniti. A questo &#8221; curriculum &#8221; ospedaliero si affiancano le diverse tappe di quello universitario e scientifico: dagli anni universitari fino al 1908, il Moscati è assistente volontario nel laboratorio di fisiologia; dal 1908 in poi è assistente ordinario nell&#8217;Istituto di Chimica fisiologica. Consegue per concorso un posto di studio nella stazione zoologica. In seguito a concorso viene nominato preparatore volontario della III Clinica Medica, e preposto al reparto chimico fino al 1911. Contemporaneamente, percorre i diversi gradi dell&#8217;insegnamento.</p>
<p>Nel 1911 ottiene, per titoli, la Libera Docenza in Chimica fisiologica; ha l&#8217;incarico di guidare le ricerche scientifiche e sperimentali nell&#8217;Istituto di Chimica biologica. Dal 1911 insegna, senza interruzioni, &#8221; Indagini di laboratorio applicate alla clinica &#8221; e &#8221; Chimica applicata alla medicina &#8220;, con esercitazioni e dimostrazioni pratiche. A titolo privato, durante alcuni anni scolastici, insegna a numerosi laureati e studenti semeiologia e casuistica ospedaliera, clinica e anatomo-patologica. Per vari anni accademici espleta la supplenza nei corsi ufficiali di Chimica fisiologica e Fisiologia. Nel 1922, consegue la Libera Docenza in Clinica Medica generale, con dispensa dalla lezione o dalla prova pratica ad unanimità di voti della commissione.</p>
<p>Celebre e ricercatissimo nell&#8217;ambiente partenopeo quando è ancora giovanissimo, il professor Moscati conquista ben presto una fama di portata nazionale ed internazionale per le sue ricerche originali, i risultati delle quali vengono da lui pubblicati in varie riviste scientifiche italiane ed estere. Queste ricerche di pioniere, che si concentrano specialmente sul glicogeno ed argomenti collegati, assicurano al Moscati un posto d&#8217;onore fra i medici ricercatori della prima metà del nostro secolo.</p>
<p>Non sono tuttavia unicamente e neppure principalmente le doti geniali ed i successi clamorosi del Moscati &#8211; la sua sicura metodologia innovatrice nel campo della ricerca scientifica, il suo colpo d&#8217;occhio diagnostico fuori del comune &#8211; che suscitano la meraviglia di chi lo avvicina. Più di ogni altra cosa è la sua stessa personalità che lascia un&#8217;impressione profonda in coloro che lo incontrano, la sua vita limpida e coerente, tutta impregnata di fede e di carità verso Dio e verso gli uomini. Il Moscati è uno scienziato di prim&#8217;ordine; ma per lui non esistono contrasti tra la fede e la scienza: come ricercatore è al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato. L&#8217;accettazione della Parola di Dio non è, d&#8217;altronde, per il Moscati un semplice atto intellettuale, astratto e teorico: per lui la fede è, invece, la sorgente di tutta la sua vita, l&#8217;accettazione incondizionata, calda ed entusiasta della realtà del Dio personale e dei nostri rapporti con lui. Il Moscati vede nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo ama e lo serve in essi. È questo slancio di amore generoso che lo spinge a prodigarsi senza sosta per chi soffre, a non attendere che i malati vadano a lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i suoi propri guadagni. E tutti, ma in modo speciale coloro che vivono nella miseria, intuiscono ammirati la forza divina che anima il loro benefattore. Così il Moscati diventa l&#8217;apostolo di Gesù: senza mai predicare, annuncia, con la sua carità e con il modo in cui vive la sua professione di medico, il Divino Pastore e conduce a lui gli uomini oppressi e assetati di verità e di bontà. Mentre gli anni progrediscono, il fuoco dell&#8217;amore sembra divorare Giuseppe Moscati. L&#8217;attività esterna cresce costantemente, ma si prolungano pure le sue ore di preghiera e si interiorizzano progressivamente i suoi incontri con Gesù sacramentato.</p>
<p>Quando, il 12 aprile 1927, il Moscati muore improvvisamente, stroncato in piena attività, a soli 46 anni, la notizia del suo decesso viene annunciata e propagata di bocca in bocca con le parole: &#8221; È morto il medico santo &#8220;. Queste parole, che riassumono tutta la vita del Moscati, ricevono oggi il suggello ufficiale della Chiesa.</p>
<p>Il Prof. Giuseppe Moscati è stato beatificato da S. S. Paolo VI nel corso dell&#8217;Anno Santo, il 16 novembre 1975.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 07:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<description><![CDATA[S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati Due grandi santi del nostro tempo Giuseppe Samà s.j. S.Teresa di Lisieux (1873-1897) &#160; &#8220;Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità&#8220;. La mente era incalzata da questa affermazione di Giovanni Paolo II, mentre il treno ci portava, nel giugno scorso, in pellegrinaggio a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati</strong></p>
<p><strong><em>Due grandi santi del nostro tempo</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong>Giuseppe Samà s.j.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>S.Teresa di Lisieux (1873-1897)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi, che dobbiamo implorare da Dio con assiduità&#8220;. La mente era incalzata da questa affermazione di Giovanni Paolo II, mentre il treno ci portava, nel giugno scorso, in pellegrinaggio a <strong>Lisieux</strong>: un piccolo gruppo di religiosi e di laici, devoti di <strong>S.Teresa del Bambino Gesù</strong>, e desiderosi di approfondire la sua via dell’ &#8220;infanzia spirituale&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lisieux è una cittadina della Normandia, che appare, vorremmo dire, non inquinata dal turbinio dei grossi centri commerciali: quasi un’oasi di silenzio e di compostezza psicologica, che sollecita lo spirito a scegliere soste di riflessione e di preghiera, la cui urgenza è tanto più avvertita quanto più ossessiva è &#8211; oggi &#8211; l’esaltazione dell’attivismo e dell’efficientismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla Basilica di S.Teresa, che domina le verdi colline della Normandia, alla chiesa del Carmelo e alla cappella dell’<em>Ermitage S.te Thérèse </em>(dove eravamo ospitati e dove si sono svolti i nostri incontri di preghiera e di adorazione eucaristica), abbiamo avuto modo di assimilare esistenzialmente l’itinerario della santità di Teresa, nelle sue varie tappe di crescita interiore, e di rispondenza alla voce dello Spirito, nelle prove di un Getsemani nascosto, da lei vissuto con una generosità non comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla scuola di S.Teresa, definita da <strong>Pio XI</strong> &#8220;Parola di Dio&#8221;, abbiamo riscoperto il fascino dell’infanzia spirituale, radicata nelle paradossali parole di Gesù: &#8220;Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli&#8221; (<em>Mt</em> 18,3). Diventare &#8220;piccoli&#8221; per essere &#8220;grandi&#8221; nel Regno dei Cieli: &#8220;Nulla di puerile e di affettato &#8211; come disse <strong>Paolo VI</strong> &#8211; in questa via insegnata da S.Teresa: è la via della confidenza e dell’abbandono in Dio, o &#8211; come scrive la stessa Teresa &#8211; <em>&#8220;un dormire nelle braccia di Dio nostro Padre&#8221;,</em> che veglia con amore paterno su di noi &#8220;che siamo chiamati e siamo veramente figli di Dio&#8221;" (<em>1 Gv</em> 3,1).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ una vita che, aliena da ogni forma di quietismo e di mediocrità, richiede una fede coraggiosa, un amore incondizionato, una collaborazione perseverante con Cristo Signore, al quale si devono <em>&#8220;gettare i fiori dei piccoli sacrifici&#8221;. </em>E’ una via sicura, che porta alla santità, perché il Signore ci vuole santi. E’ Lui l’artefice della nostra santità, anzi Lui stesso è la nostra santità, come si esprime Teresa nell’<em>Atto di Offerta all’Amore misericordioso:&#8221;Desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e vi domando, mio Dio, di essere voi stesso la mia santità&#8220;. </em>Teresa domanda a Dio di essere Colui che ama in lei, perché è con l’amore di Dio stesso che siamo invitati ad amare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’amore di Teresa per Cristo così si manifesta nelle piccole cose del quotidiano: <em>&#8220;Canterò anche quando dovrò cogliere i miei fiori tra le spine, e il mio canto sarà tanto più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti&#8221; </em>(<em>Manoscritto B,</em> n.258).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La Chiesa del Carmelo a Lisieux</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’amore di Dio, spinto fino all’eroismo, ispira alla nostra Santa &#8211; quindici mesi dopo l’<em>Atto di Offerta</em> &#8211; quello che Laurentin (nel suo libro &#8220;Iniziazione alla vera Teresa di Lisieux&#8221;) ha definito il suo &#8220;manifesto&#8221;, vibrante di accenti mistici, scritto sotto forma di lettera alla sorella Maria (<em>Manoscritto B,</em> nn.250-254). Nell’animo di Teresa tumultuano desideri e sogni irrealizzabili, contrastanti tra loro, sembra che il Carmelo non basti più al suo cuore tormentato da tante vocazioni: <em>&#8220;Sento &#8211; </em>così si esprime &#8211; <em>la vocazione del sacerdote, dell’apostolo, del dottore, del martire&#8230; [...] Gesù mio, che cosa risponderai a tutte le mie follie?&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il Signore risponde a Teresa attraverso la lettura della I Lettera ai Corinzi (<em>1 Cor</em> 12-13), in cui l’apostolo Paolo, dopo aver paragonato la Chiesa ad un organismo vivente, composto di varie membra con funzioni diverse e complementari, aggiunge che esiste &#8220;una via migliore di tutte&#8221;, senza la quale anche i doni più perfetti sono nulla: l’amore (&#8220;agàpe&#8221;).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Teresa esulta: &#8220;<em>Ho trovato finalmente la mia vocazione! La mia vocazione è l’amore! nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore. Così sarò tutto, e il mio sogno sarà realizzato&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Così la &#8220;piccola Teresa&#8221;, varcando spiritualmente le anguste mura del Carmelo, si è messa &#8220;nel cuore della Chiesa&#8221;, facendone sue le necessità e le angosce. E’ quanto ha voluto confermare <strong>Pio XI</strong>, quando ha proclamato &#8211; nel 1927 &#8211; <strong>S.Teresa di Lisieux Patrona delle Missioni</strong>, sullo stesso piano del più grande missionario dei tempi moderni, <strong>San Francesco Saverio</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * * * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>S. Giuseppe Moscati (1880-1927)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Man mano che le riflessioni teresiane si susseguivano nella cappella dell’<em>Ermitage, </em>non poteva sfuggire alla nostra mente qualche punto di accostamento ideale tra la Santa carmelitana, Teresa di Gesù Bambino, e il nostro <strong>San Giuseppe Moscati</strong>, &#8220;il Medico Santo di Napoli&#8221;, illustre clinico, scienziato e docente universitario, morto nel 1927 all’età di 47 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla corrispondenza del nostro Santo sappiamo che egli fu molto devoto di S.Teresa di Lisieux, della quale teneva esposto, nella sua camera, un grande ritratto, che ora si conserva nelle &#8220;Sale Moscati&#8221; della chiesa del Gesù Nuovo. Il quadro porta la dicitura: &#8220;Beata Teresa del Bambino Gesù&#8243;, perché fu acquistato dopo la Beatificazione, avvenuta a Roma il 29 aprile 1923, per opera di Pio XI.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <strong>18 luglio 1923</strong> &#8211; dunque pochi mesi dopo la beatificazione di Teresa &#8211; Moscati accenna ad una tentazione di scoraggiamento, superata in seguito ad alcune parole di Teresa su questo fenomeno e riportate nella &#8220;Storia di un’Anima&#8221;: &#8220;<em>Pochi giorni innanzi, leggevo nell’autobiografia della </em><strong><em>beata Teresa del Bambino Gesù</em></strong><em> una frase fatta per me: </em>&#8220;Anche lo scoraggiamento, mio Dio, è peccato&#8221;.<em> Sì, è un peccato di superbia, perché mi fa credere che possa aver accettato un’auto-opinione di aver fatto grandi cose! Quando invece si è stati sempre un servo inutile&#8221; </em>(le citazioni delle parole di Moscati sono tratte dal libro di Alfredo Marranzini s.j.: <em>Giuseppe Moscati, modello del laico cristiano di oggi,</em> Roma 1989).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcune sue lettere, scritte da Edimburgo nel <strong>1923</strong>, contengono riferimenti alla &#8220;Beata&#8221; carmelitana. Nella lettera del 24 luglio 1923 alla sorella Nina, Moscati la informa di avere visitato la casa dei gesuiti presso la Lauriston Place, e precisa: <em>&#8220;Entrai e trovai esposta l’immagine della </em><strong><em>beata Teresa del Bambino Gesù</em></strong><em>&#8220;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un’altra lettera &#8211; sempre datata del luglio 1923 &#8211; così scrive alla sorella: <em>&#8220;Ho promesso a Miss Nasmyth di inviarle il testo francese della </em><strong><em>beata Teresa</em></strong><em>. Anzi, Nina, tu potresti inviarglielo a mio nome&#8221;</em>. Questo anche perché Moscati si sentiva obbligato per le tante premure di ospitalità che Miss Nasmyth aveva avuto nei suoi confronti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al ritorno da Edinburgo, il nostro Santo approfitta di una sosta a Parigi per scrivere ai familiari, con questo post-scriptum: &#8220;<em>Qui ho trovato finora terminate le edizioni della </em>&#8220;Vie de la bienheurese Thérèse <em>etc.&#8221;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’altra testimonianza di come la spiritualità di S.Teresa di Gesù Bambino abbia influito sull’animo di S.Giuseppe Moscati, l’abbiamo in una lettera che il Santo scrive il <strong>7 marzo 1924</strong>. Moscati si recava a Lecce quasi ogni mese, e qui, avendo conosciuto la figlia del Notaio De Magistris, le aveva inculcato la devozione verso l’allora Beata Teresa. Avendo avuto notizia della precoce morte di questa ragazza, Moscati scrive al padre queste commoventi parole:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La basilica di S. Teresa a Lisieux</em></p>
<p><em>&#8220;Ho qui sul mio tavolino, tra i primi fiori di primavera, il ritratto di vostra figlia, e mi soffermo, mentre vi scrivo, a meditare sulla caducità delle umane cose!</em></p>
<p><em> Bellezza, ogni incanto della vita passa&#8230;</em></p>
<p><em> Resta solo eterno l’amore, causa di ogni opera buona, che sopravvive a noi, che è speranza e religione, perché l’amore è Dio. Anche l’amore terreno Satana cercò d’inquinare, ma Dio lo purificò attraverso la morte. Grandiosa morte che non è fine, ma è principio del sublime e del divino, al cui cospetto questi fiori e la bellezza son nulla!</em></p>
<p><em> Il vostro angelo, rapito nei suoi verdi anni, come la sua diletta amica, ritrovata negli ultimi giorni, la </em><strong><em>beata Teresa</em></strong><em>, assiste voi e la mamma sua dal cielo&#8221;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste citazioni ci sollecitano a pensare che S.Giuseppe Moscati attingesse dalla devozione a S.Teresa di Lisieux forza e consolazione, per vivere la sua vita interiore impregnata di profonda unione con Dio e di partecipazione eucaristica. I suoi lunghi incontri mattutini con il Signore nella chiesa del Gesù Nuovo, o in quella di S.Chiara, si configuravano come un centro di gravitazione delle sue giornate massacranti di lavoro e di dedizione agli ammalati, nei quali egli serviva ed amava &#8220;la figura di Gesù Cristo&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era lo spirito di Gesù Eucaristico, di cui Moscati si nutriva ogni mattina, che lo spingeva a fare della sua professione &#8220;un sacerdozio dei corpi e delle anime&#8221;. Così egli si esprime in una lettera del 1926: <em>&#8220;Beati noi medici, tanto spesso incapaci di allontanare una malattia, beati noi se ci ricordiamo che oltre ai corpi abbiamo di fronte delle anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi&#8221;</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>S.Giuseppe Moscati non ci ha lasciato documenti scritti, in base ai quali si potesse ricostruire la storia dei suoi rapporti intimi con il Signore. Però un suo biglietto, ritrovato dopo la morte, ci fa capire quanto egli fosse innamorato del Signore Gesù: quasi eco fedelissima dell’&#8221;amore fino alla follia&#8221; di S.Teresa di Lisieux:</p>
<p><em>&#8220;Mio Gesù Amore &#8211; </em>leggiamo in questo biglietto del 5 giugno 1922 &#8211; <em>il vostro amore mi rende sublime; il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature, all’infinita bellezza di tutti gli essere creati a vostra immagine e somiglianza&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Ci sembra di ascoltare la voce ispirata di S.Teresa del Bambino Gesù, la &#8220;Santa dell’amore&#8221;, nel leggere questo pensiero di S.Giuseppe Moscati: <em>&#8220;Esercitiamoci ogni giorno nella carità. Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi ogni momento, offerta delle nostre azioni, compiendo tutto per amore&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Dal nostro Santo emanava un tale ardore di carità evangelica da trasformarsi in una silenziosa germinazione di quelli che Paolo VI chiamò &#8220;i fioretti del Professore Moscati&#8221;. Spesso tra i malati c’era chi trovava una banconota di grosso taglio sotto il proprio cuscino, e non poche volte era lo stesso Moscati a provvedere alle spese delle medicine e a quanto occorreva per gli ammalati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per S.Giuseppe Moscati il Vangelo della carità, testimoniato nel quotidiano, è inscindibile dall’amore e dal servizio alla verità, come si legge in un biglietto da lui scritto il 17 ottobre 1922:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il manoscritto di Moscati</em></p>
<p><em>&#8220;</em><strong><em>Ama la Verità</em></strong><em>, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio&#8221;.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo scritto &#8211; di puro sapore evangelico &#8211; inquadrato nel contesto socioculturale in cui visse e operò S.Giuseppe Moscati, saturo di positivismo e di incredulità, ne delinea l’identità di uomo e di credente: sempre pronto a combattere la &#8220;buona battaglia della fede&#8221;, a camminare nella verità che è Cristo, il quale rende il cristiano libero e vittorioso sulla mentalità del mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricerca e l’amore alla verità, attraverso cui si è plasmata la personalità umana e cristiana di Moscati, ha caratterizzato lo stile di vita personale e comunitaria della &#8220;piccola Teresa&#8221;, che durante la malattia ripeteva: <em>&#8220;Io mi nutro solo della verità&#8221; (Novissima Verba).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Una delle ultime parole di Teresa &#8211; poche ore prima di morire, il 30 settembre 1897 &#8211; sono allo stesso tempo semplici e vere: <em>&#8220;Mi pare di aver cercato sempre la verità sola. Sì, ho capito l’umiltà del cuore&#8221;. </em>Quella &#8220;umiltà &#8211; rileva von Balthasar &#8211; che sta sul filo del rasoio tra l’abisso della verità e quello della menzogna; l’umiltà che non è una virtù, ma la convinzione di non avere virtù, perché tutto viene da Dio&#8221;.</p>
<div id="attachment_1204" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/05/Giuseppe_Moscati.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1204" title="Giuseppe_Moscati" src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/05/Giuseppe_Moscati-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">S. Giuseppe Moscati</p></div>
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<p><strong><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/index.php/2011/05/17/san-giuseppe-moscati-biografia/">Biografia</a></strong></p>
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		<title>Lo rifarei oggi per ciascuno di voi &#8211; Domenica delle Palme &#8211; Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 07:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Domenica delle Palme]]></category>
		<category><![CDATA[Settimana Santa]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMENICA  DELLE  PALME &#160; &#160; “Lo rifarei oggi per ciascuno di voi” &#160; Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>DOMENICA  DELLE  PALME</h1>
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<h2>“Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il racconto delle ultime ore di Gesù risveglierà in noi sentimenti giusti e ci toccherà il cuore, noi non potremo comportarci come gente che ha ascoltato la storia di un evento passato. Possiamo forse dimenticare che questo Gesù è risorto ed è vivo? Ne consegue &#8211; se è risorto e vivo qui &#8211; che siamo obbligati a passare da un racconto in terza persona, “questo gli accadde”, a un dialogo a tu per Tu.<strong> </strong>Non si può rileggere la Passione senza poi alzare gli occhi al Signore per qualche pensiero. O forse solo per qualche grande palpito del cuore: “Signore, ti siamo immensamente riconoscenti. Signore, siamo stupiti di questa tua storia che nessuno di noi ti aveva chiesto. Siamo anche un po’ confusi, perché essa  ci rivela  quanto ci hai amati, e forse non stiamo comprendendo e contraccambiando l’amore come Tu ti aspetteresti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Gesù a sua volta  non cambia, ed è ancora Lui che ci conforta. Prima di tutto, vivo e risorto, ci conferma che per noi ricomincerebbe da capo: “Non rimpiango nulla della mia passione e  morte. Lo rifarei oggi per ciascuno di voi”.</p>
<p>Questo è Dio. <strong>Il suo amore non cambia</strong> e, proprio perché è un amore che attende una risposta, chiede a ciascuno di noi se vogliamo fare un passo avanti verso di lui: “Volete? Avendo risentito la storia del mio amore per voi che io rivivrei, volete provare a ricambiarlo meglio?”.</p>
<p>Lo chiede a chi di noi è più vicino a lui, a chi di noi è più lontano, non importa: “Provate ad amarmi!”. Questo invito ha molti significati: “Io ci sono, il mio Tabernacolo è per voi, venite! Io ci sono, il mio  perdono è per voi, accettatelo! Io ci sono, la mia parola è per voi, ascoltatela! Io  sono nei fratelli più poveri, venite a cercarmi!”.</p>
<p>La Passione deve concludersi in un dialogo, che è attuale quanto mai e ha il grande pregio &#8211; poiché <strong>Gesù è vivo</strong> &#8211; di continuare nei giorni. Un racconto si dimentica, non possiamo ricordarlo come lo abbiamo ascoltato, ma un colloquio non si dimentica, se deve diventare vita.</p>
<p>Allora guardiamo questo Gesù che ci guarda, e facciamo in modo che la nostra professione di fede non sia una formula recitata, ma la voce del cuore: nelle parole, che sono giustamente quelle, Gesù sentirà che gli stiamo rispondendo il nostro “Sì”.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; Conferenza del 11 aprile 2011 &#8211; Santuario della Consolata Torino</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 15:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Angolo della Mistica]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino. Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente. qui di seguito  vogliate trovare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1198" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1198" title="In Gesù Cristo salvati dal finito" src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/Schermata-2011-04-12-a-17.21.52-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">In Gesù Cristo salvati dal finito</p></div>
<p>Si è tenuta ieri l&#8217;attesa conferenza di presentazione dell&#8217;ultimo libro di  Don Giuseppe Pollano  - In Gesù Cristo salvati dal finito &#8211; nel Santuario della Consolata a Torino.</p>
<p>Moltissime persone hanno reso omaggio al pensiero e la parola di Mons. Pollano che ha accompagnato la nostra  vita così santamente.</p>
<p style="text-align: left;">qui di seguito  vogliate trovare la registrazione degli interventi  di Don Dario Berruto, Prof. Rinaldo Bertolino e Prof. Riconda</p>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.01%20Voice%20Memo.m4a">Prima Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2011/04/11_04_11%2021.51%20Voice%20Memo.m4a">Seconda Parte Conferenza sul libro In Gesù Cristo salvati dal finito di Don Pollano</a></p>
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		<title>Il Papa: santa Teresa di Lisieux, una meravigliosa storia d&#8217;Amore</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 06:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Angolo della Piccola Via]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa di Lisieux]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle sante più conosciute e amate. La &#8220;piccola Teresa&#8221; non ha mai smesso di aiutare le anime più semplici, i piccoli, i poveri e i sofferenti che la pregano, ma ha anche illuminato tutta la Chiesa con la sua profonda dottrina spirituale, a tal punto che il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, nel 1997, ha voluto darle il titolo di Dottore della Chiesa, in aggiunta a quello di Patrona delle Missioni, già attribuitole da Pio XI nel 1939. Il mio amato Predecessore la definì &#8220;esperta della <em>scientia amoris</em>&#8221; (<em>Novo Millennio ineunte, </em>27). Questa <em>scienza</em>, che vede risplendere nell&#8217;amore tutta la verità della fede, Teresa la esprime principalmente nel <em>racconto della sua vita</em>, pubblicato un anno dopo la sua morte sotto il titolo di <em>Storia di un&#8217;anima.</em> E’ un libro che ebbe subito un enorme successo, fu tradotto in molte lingue e diffuso in tutto il mondo. Vorrei invitarvi a riscoprire questo piccolo-grande tesoro, questo luminoso commento del Vangelo pienamente vissuto! La <em>Storia di un&#8217;anima</em>, infatti, è una meravigliosa <em>storia d&#8217;Amore,</em> raccontata con una tale autenticità, semplicità e freschezza che il lettore non può non rimanerne affascinato! Ma qual è questo Amore che ha riempito tutta la vita di Teresa, dall’infanzia fino alla morte? Cari amici, questo Amore ha un Volto, ha un Nome, è Gesù! La Santa parla continuamente di Gesù. Vogliamo ripercorrere, allora, le grandi tappe della sua vita, per entrare nel cuore della sua dottrina.</p>
<p>Teresa nasce il 2 gennaio 1873 ad Alençon, una città della Normandia, in Francia. E&#8217; l&#8217;ultima figlia di Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, beatificati insieme il 19 ottobre 2008. Ebbero nove figli; di essi quattro morirono in tenera età. Rimasero le cinque figlie, che diventarono tutte religiose. Teresa, a 4 anni, rimase profondamente ferita dalla morte della madre (Ms A, 13r). Il padre con le figlie si trasferì allora nella città di Lisieux, dove si svolgerà tutta la vita della Santa. Più tardi Teresa, colpita da una grave malattia nervosa, guarì per una grazia divina, che lei stessa definisce il &#8220;sorriso della Madonna&#8221; (<em>ibid.</em>, 29v-30v). Ricevette poi la Prima Comunione, intensamente vissuta (<em>ibid.</em>, 35r), e mise Gesù Eucaristia al centro della sua esistenza.</p>
<p>La &#8220;Grazia di Natale&#8221; del 1886 segna la grande svolta, da lei chiamata la sua &#8220;completa conversione&#8221; (<em>ibid.</em>, 44v-45r). Guarisce, infatti, totalmente dalla sua ipersensibilità infantile e inizia una &#8220;corsa da gigante&#8221;. All&#8217;età di 14 anni, Teresa si avvicina sempre più, con grande fede, a Gesù Crocifisso, e si prende a cuore il caso, apparentemente disperato, di un criminale condannato a morte e impenitente (<em>ibid.</em>, 45v-46v). &#8220;Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell&#8217;inferno&#8221;, scrive la Santa, con la certezza che la sua preghiera lo avrebbe messo a contatto con il Sangue redentore di Gesù. E&#8217; la sua prima e fondamentale esperienza di <em>maternità spirituale</em>: &#8220;Tanta fiducia avevo nella Misericordia Infinita di Gesù&#8243;, scrive. Con Maria Santissima, la giovane Teresa ama, crede e spera con &#8220;un cuore di madre&#8221; (cfr PR 6/10r).</p>
<p>Nel novembre del 1887, Teresa si reca in pellegrinaggio a Roma insieme al padre e alla sorella Celina (<em>ibid.</em>, 55v-67r). Per lei, il momento culminante è l&#8217;Udienza del Papa Leone XIII, al quale domanda il permesso di entrare, appena quindicenne, nel Carmelo di Lisieux. Un anno dopo, il suo desiderio si realizza: si fa Carmelitana, &#8220;per salvare le anime e pregare per i sacerdoti&#8221; (<em>ibid.</em>, 69v). Contemporaneamente, inizia anche la dolorosa ed umiliante malattia mentale di suo padre. E’ una grande sofferenza che conduce Teresa alla contemplazione del Volto di Gesù nella sua Passione (<em>ibid.</em>, 71rv). Così, il suo nome da Religiosa - <em>suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo </em>- esprime il programma di tutta la sua vita, nella comunione ai Misteri centrali dell&#8217;Incarnazione e della Redenzione. La sua professione religiosa, nella festa della Natività di Maria, l’8 settembre 1890, è per lei un vero matrimonio spirituale nella &#8220;piccolezza&#8221; evangelica, caratterizzata dal simbolo del fiore: &#8220;Che bella festa la Natività di Maria per diventare la sposa di Gesù! &#8211; scrive &#8211; Era la <em>piccola </em>Vergine Santa di un giorno che presentava il suo <em>piccolo </em>fiore al <em>piccolo </em>Gesù&#8243; (<em>ibid.</em>, 77r). Per Teresa essere religiosa significa essere <em>sposa di Gesù e madre delle anime</em> (cfr Ms B, 2v). Lo stesso giorno, la Santa scrive una preghiera che indica tutto l&#8217;orientamento della sua vita: chiede a Gesù il dono del suo Amore infinito, di essere la più piccola, e sopratutto chiede la salvezza di tutti gli uomini: &#8220;Che nessuna anima sia dannata oggi&#8221; (Pr 2). Di grande importanza è la sua <em>Offerta all&#8217;Amore Misericordioso</em>, fatta nella festa della Santissima Trinità del 1895 (Ms A, 83v-84r; Pr 6): un&#8217;offerta che Teresa condivide subito con le sue consorelle, essendo già vice maestra delle novizie.</p>
<p>Dieci anni dopo la &#8220;Grazia di Natale&#8221;, nel 1896, viene la &#8220;Grazia di Pasqua&#8221;, che apre l&#8217;ultimo periodo della vita di Teresa, con l&#8217;inizio della sua passione in unione profonda alla Passione di Gesù; si tratta della passione del corpo, con la malattia che la condurrà alla morte attraverso grandi sofferenze, ma soprattutto si tratta della passione dell&#8217;anima, con una dolorosissima <em>prova della fede</em> (Ms C, 4v-7v). Con Maria accanto alla Croce di Gesù, Teresa vive allora la fede più eroica, come luce nelle tenebre che le invadono l’anima. La Carmelitana ha coscienza di vivere questa grande prova per la salvezza di tutti gli atei del mondo moderno, chiamati da lei &#8220;fratelli&#8221;. Vive allora ancora più intensamente l&#8217;amore fraterno (8r-33v): verso le sorelle della sua comunità, verso i suoi due fratelli spirituali missionari, verso i sacerdoti e tutti gli uomini, specialmente i più lontani. Diventa veramente una &#8220;sorella universale&#8221;! La sua carità amabile e sorridente è l&#8217;espressione della gioia profonda di cui ci rivela il segreto: &#8220;Gesù, la mia gioia è amare Te&#8221; (P 45/7). In questo contesto di sofferenza, vivendo il più grande amore nelle più piccole cose della vita quotidiana, la Santa porta a compimento la sua vocazione di essere l’Amore nel cuore della Chiesa (cfr Ms B, 3v).</p>
<p>Teresa muore la sera del 30 settembre 1897, pronunciando le semplici parole &#8220;Mio Dio, vi amo!&#8221;, guardando il Crocifisso che stringeva nelle sue mani. Queste ultime parole della Santa sono la chiave di tutta la sua dottrina, della sua interpretazione del Vangelo. L&#8217;atto d&#8217;amore, espresso nel suo ultimo soffio, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore. Le semplici parole &#8220;<em>Gesù Ti amo</em>&#8221; sono al centro di tutti i suoi scritti. L&#8217;atto d&#8217;amore a Gesù la immerge nella Santissima Trinità. Ella scrive: &#8220;Ah tu lo sai, Divin Gesù Ti amo, / Lo Spirito d&#8217;Amore m&#8217;infiamma col suo fuoco, / E&#8217; amando Te che io attiro il Padre&#8221; (P 17/2).</p>
<p>Cari amici, anche noi con santa Teresa di Gesù Bambino dovremmo poter ripetere ogni giorno al Signore che vogliamo vivere di amore a Lui e agli altri, imparare alla scuola dei santi ad amare in modo autentico e totale. Teresa è uno dei &#8220;piccoli&#8221; del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l&#8217;umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo. E tale lettura della Bibbia, nutrita dalla <em>scienza dell’amore</em>, non si oppone alla scienza accademica. La <em>scienza dei santi</em>, infatti, di cui lei stessa parla nell&#8217;ultima pagina della <em>Storia di un&#8217;anima</em>, è la scienza più alta &#8220;Tutti i santi l&#8217;hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l&#8217;universo con l&#8217;irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall&#8217;orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d&#8217;Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa <em>scienza divina</em> che affascina i geni più grandi?&#8221; (Ms C, 36r). Inseparabile dal Vangelo, l&#8217;Eucaristia è per Teresa il Sacramento dell&#8217;Amore Divino che si abbassa all&#8217;estremo per innalzarci fino a Lui. Nella sua ultima <em>Lettera</em>, su un&#8217;immagine che rappresenta Gesù Bambino nell&#8217;Ostia consacrata, la Santa scrive queste semplici parole: &#8220;Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (&#8230;) Io Lo amo! Infatti, Egli non è che Amore e Misericordia!&#8221; (LT 266).</p>
<p>Nel Vangelo, Teresa scopre soprattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: &#8220;A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (&#8230;) Allora tutte mi paiono raggianti d&#8217;amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivestita d&#8217;amore&#8221; (Ms A, 84r). Così si esprime anche nelle ultime righe della <em>Storia di un&#8217;anima</em>: &#8220;Appena do un&#8217;occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre&#8230; Non è al primo posto, ma all&#8217;ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui&#8221; (Ms C, 36v-37r). &#8220;Fiducia e Amore&#8221; sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua &#8220;piccola via di fiducia e di amore&#8221;, dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fiducia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inseparabile dall&#8217;impegno forte, radicale del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre, come dice la Santa contemplando Maria: &#8220;Amare è dare tutto, e dare se stesso&#8221; (<em>Perché ti amo, o Maria</em>, P 54/22). Così Teresa indica a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all&#8217;Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri.</p>
<p>S.S. Benedetto XVI</p>
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		<title>Le reliquie di Santa Teresina di Lisieux in Terra Santa</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 09:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h5>Le reliquie di Santa Teresina di Lisieux a Gerusalemme</h5>
<h6>2.000 persone festeggiano il loro arrivo nella Città Santa</h6>
<div>
<p>GERUSALEMME, venerdì, 18 marzo 2011 (ZENIT.org).- Una moltitudine in festa ha accolto questo mercoledì l&#8217;arrivo solenne, per la prima volta nella storia, delle reliquie di Santa Teresina di Lisieux nella Città Santa di Gerusalemme.</p>
<p>La visita in Terra Santa è diventata un grande evento per le comunità cristiane, che la attendevano dal 1977.</p>
<p>Secondo quanto ha sottolineato la Custodia di Terra Santa, il reliquiario con i resti della Santa è stato accolto con grande calore e affetto dai cristiani locali. Non è un caso, ricordano gli organizzatori, che la stessa Santa abbia paragonato il suo ingresso nel Carmelo con quello di Cristo a Gerusalemme.</p>
<p>Una processione animata dagli scout ha ricevuto la Santa alla porta di Jaffa, che dà accesso al Quartiere Cristiano della Città Vecchia, e l&#8217;ha accompagnata alla Chiesa patriarcale, dove il reliquiario è stato esposto per tutto il giorno alla venerazione dei fedeli.</p>
<p>“La più grande Santa dei tempi moderni ci viene oggi incontro”, ha affermato il Patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, al termine della processione e della recita dei Vespri nella Chiesa patriarcale.</p>
<p>“Invochiamo la Grazia per l&#8217;unità di noi Cristiani e anche per l&#8217;unità con i nostri fratelli ebrei e musulmani&#8230; e chiediamo la grazia per l&#8217;attuazione delle disposizioni del recente Sinodo”, ha aggiunto.<br />
<strong><br />
Visita di due mesi</strong></p>
<p>Santa Teresina di Lisieux resterà in Terra Santa per due mesi. Le sue reliquie sono arrivate lunedì in aereo. Una delegazione guidata dal Nunzio Apostolico, monsignor Antonio Franco, e dai rappresentanti dell&#8217;Associazione dei Carmelitani di Terra Santa le ha accolte con emozione all&#8217;aeroporto Ben Gurion.</p>
<p>“E&#8217; una grande grazia per la Chiesa locale&#8230; Ella viene a parlarci&#8230; la Chiesa desidera essere attenta al suo messaggio, al suo amore per Cristo e al suo totale abbandono al Padre&#8230; Al di sopra di tutto,Teresa parlerà alle anime di coloro che apriranno il cuore”, ha affermato monsignor Franco durante il benvenuto.</p>
<p>La permanenza durerà fino al 31 maggio prossimo. Il reliquiario si trova questa settimana a Haifa,  e nella prossima visiterà, tra gli altri luoghi, Nazareth e Tiberiade. Il 4 aprile sarà alla Domus Galilaeae, e la Domenica delle Palme con i Carmelitani di Nazareth.</p>
<p>Per la Settimana Santa, il reliquiario si recherà a Gerusalemme e Betlemme, con le monache carmelitane delle due città. Quasi al termine del suo percorso, sarà portato a Ramallah, Gerico e Gaza.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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