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	<title>La Piccola Via &#187; Amore</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>Vi do un comandamento nuovo</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 07:07:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
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		<description><![CDATA[V DOMENICA  DI  PASQUA At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5a; Gv 13, 31-33a. 34-35 “Vi do un comandamento nuovo” Ecco oggi nel Vangelo due affermazioni di Gesù destinate a molto impressionarci:“Vi do un comandamento nuovo” e “tutti sapranno che siete miei discepoli”. Di fronte all’estrema semplicità e chiarezza di questa volontà di Dio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>V DOMENICA  DI  PASQUA</h2>
<p>At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5a; Gv 13, 31-33a. 34-35</p>
<p><em>“Vi do un comandamento nuovo”</em></p>
<p>Ecco oggi nel Vangelo due affermazioni di Gesù destinate a molto impressionarci:<em>“Vi do un comandamento nuovo”</em> e <em>“tutti sapranno che siete miei discepoli”</em>. Di fronte all’estrema semplicità e chiarezza di questa volontà di Dio, tutto il Popolo di Dio è imputato, tutto il Popolo di Dio deve arrossire. Si tratta di <strong>amare come Gesù ha amato</strong>, mettendosi a disposizione degli altri fino al dono della propria vita. Ed è comando non di un uomo, ma di Dio.</p>
<p>“Voi amerete”. Come? “Amerete come vi ho amato io e allora vi riconosceranno per miei discepoli”. Dobbiamo con umiltà ammettere che non c’è mai stato tempo nella Chiesa in cui gli altri abbiano potuto dire di noi semplicemente: “Sono cristiani: si vede da come si amano”. La Chiesa santa ha sempre conservato in sé una storia di carità, ma dall’avere questo amore evidente   nei migliori, ad essere tutta riconoscibile perché ama, c’è ancora un passo da fare. Ed è il passo a cui siamo chiamati in questo terzo millennio, nel nostro futuro di Popolo di Dio: “Ti riconosceranno perché obbedisci al mio comando: non sarai più un Popolo poco obbediente o addirittura disobbediente”.</p>
<p>Questo è il punto a cui il Vangelo ci porta, se vogliamo dare un senso alle parole del Signore senza cercare, come spesso tentiamo di fare, di attenuarne il realismo o di riservarlo a qualcun altro.</p>
<p>Questo magnifico comando esprime anche la certezza che Dio non è un fantasma dentro la storia, la quale continuerebbe ad essere forgiata da noi, con i nostri mezzi e le nostre risorse; Egli è l’Onnipotente che penetra in essa ed ha il potere di trasformarla. Anzi, è venuto apposta per far sì che tale storia sofferente, piena di lamento, di affanno e di morte, diventi ‘una storia salvata’, grazie alla carità.</p>
<p>Gesù dunque esprime <strong>la possibilità che l’amore diventi storia vissuta</strong>, che muta le cose, che dà gioia, che rende la vita vivibile. Egli non ci dà nell’amore soltanto un segno di riconoscimento (a che cosa servirebbe?), ma un principio di potenza che non si manifesterà attraverso armi e violenze, ma passerà direttamente dal suo cuore al nostro, e ci renderà fortissimi operatori di benefici prodigi umani. E’ questa la vera storia umana, dove ogni persona è finalmente trattata secondo la sua dignità, ed è amata come si aspetta di esserlo secondo Dio.</p>
<p>Oggi è un giorno particolarmente adatto per accogliere questa Parola, perché siamo chiamati a una responsabilità politica*, cioè un momento di decisione di ciascuno verso tutti, con l’obiettivo di una vita d’insieme che sia “buona”, ossia conservi o arricchisca dei beni, non moltiplichi i mali, cerchi di fare un passo avanti nell’intuizione, che tutti abbiamo in noi, della distanza che c’è ancora tra il come siamo e il come dovremmo essere. E’ una grande, nobile speranza, e le giornate politiche sono particolarmente significative proprio per questo.</p>
<p>Non è per nulla difficile inserire questa aspirazione verso una “società buona” &#8211; il termine può sembrare banale, ma non lo è &#8211; nel comando del Signore. Infatti la dimensione politica va vissuta, non disattesa, in questo la Chiesa è molto chiara. Il Concilio ha ribadito che la nostra vocazione primaria è “politica”, nel senso che dobbiamo spenderci per il bene di tutti.</p>
<p>*Questa omelia fu tenuta il 13 maggio 2001, giornata elettorale per il rinnovo del Parlamento.</p>
<p>Va da sé però che questo spendersi per il bene di tutti nulla ha a che fare con semplici giochi di potere. Anche la politica, per non diventare rovinosa, richiede un’anima di carità.</p>
<p>La vita sociale, infatti, non è altro che una rete di relazioni, che dovrebbero essere di benevolenza…Ma qui  sta la malattia: qualunque cosa pensiamo, decidiamo e facciamo di bene, non siamo capaci, oltre che per pochissimi passi, di vivere in un’autentica relazione tra noi. “Le mie azioni per il tuo bene”: non è forse vero che questa strada finisce presto? “Le tue azioni per il mio bene”: è invece un’autostrada che non finisce mai. <strong>È la relazione umana la grande malata di oggi</strong>, e di una malattia mortale. Sicché, quand’anche avessimo un paradiso di istituzioni tutte sante, esse funzionerebbero nell’esatta misura in cui noi riusciamo a interessarci davvero degli altri. Abbiamo non poche, ottime leggi disattese, perché sprofondano nella palude dell’indifferenza generale.</p>
<p>Il comando, che Gesù oggi ci dà, è veramente l’anima per costruire l’altra storia, che non è disincarnata o adatta solo a certi settori dell’esistenza, ma entra proprio lì dove, nel rapporto continuo con gli altri, nella rete di vita sociale, siamo messi alla prova; e questo non secondo la misura delle giuste leggi che ci possono essere, o che dobbiamo fare, ma <strong>secondo la misura del nostro cuore</strong>.</p>
<p>Allora l’implorazione profonda, che noi credenti rivolgiamo a Dio, è che l’odierno tentativo di dare una utile spinta alla difficile convivenza umana sia fecondato da Lui con un dono di molto maggiore amore.</p>
<p>E’ come se dalla Parola di oggi salisse a ciascuno di noi un monito solenne, decisivo: “Riempiti il cuore dell’amore di Dio, abituati ad obbedire a questa carità: che tu sia papa, vescovo, parroco, semplice cristiano, non c’è differenza. <strong>Abituati ad obbedire al tuo Signore</strong>, non fare tante parole. Obbedisci al suo comando: <em>“…come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”</em>, cominciando da<em> </em>dove puoi. Oggi, a casa tua, forse puoi obbedire un po’ di più; se, invece, sei così bravo da poter dire che nella tua famiglia si vive già questo amore, allora fa’ un passo avanti, va’ a cercare qualcun altro. In ogni caso il cammino del tuo cuore può crescere”.</p>
<p>Se si obbedisce nel piccolo, infatti si obbedirà anche nel grande, perché l’amore al prossimo è un divino sentimento che ad un certo punto dà uno stile di vita. Nessuno può fermare la persona caritatevole, perché l’amore, che Gesù ha vissuto, è stato anche intriso di un estremo coraggio. Chi ama è coraggioso, perché si mette in gioco. Il nostro amore, invece, non si raffredda subito quando vengono toccati il nostro tempo, i nostri denari, i nostri pensieri? E’ questo ossessivo ‘mio-nostro’ che rovina l’anima. Ma se sapremo metterci in gioco ne saremo coinvolti e sperimenteremo che è un gran bel gioco, anche se è insanguinato come la croce del Signore; anzi lo è proprio per questo.</p>
<p>Dobbiamo dunque implorare che ci sia come una nuova alleanza tra lo sforzo umano di una serena convivenza, lo sforzo politico della società umana e il dono di Dio che si chiama <em>l’amore</em>. Dobbiamo pregare per credere, noi per primi, che sia possibile questa misteriosa coniugazione. Anche se ci sarà sempre chi sceglie l’odio &#8211; questa è una storia di libertà: non siamo ancora nel Regno concluso, evocato oggi dall’Apocalisse -, vivere da cristiani si può, anzi è la nostra scelta: “Noi, Signore, non odieremo mai (forse questo non è neanche tanto difficile), noi non ce ne laveremo mai le mani: non agiremo né come Giuda né come Pilato, ci comporteremo da tuoi discepoli”. È un dono che chiediamo per tutti, per l’Italia oggi, ma non meno per il mondo intero.</p>
<p><em>“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”</em>: noi, eredi delusi degli ultimi due secoli, di decine di piccole o grandi rivoluzioni che hanno sempre manifestato lo sforzo di realizzare tutto da sé e in fretta, vogliamo che Gesù attraverso di noi ‘faccia nuove’ le cose senza che sia premuto il grilletto di nessun’arma, ma con l’amore.</p>
<p>Tra poco è l’anniversario del giorno di Fatima. Saremo saggi se a questa Madonna singolare &#8211; che Dio ha mandato a fare rivelazioni sulle nazioni, sulle guerre, su questioni di cui in genere non si parla in apparizioni sacre &#8211; affideremo le sorti umane</p>
<p><em>Don Giuseppe Pollano</em></p>
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		<title>Vivere alla presenza di Gesù</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 04:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
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		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
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		<description><![CDATA[III DOMENICA  DI  PASQUA At 5, 27b-32. 40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19 Vivere alla presenza di Gesù Eccoci di fronte a una stupenda scena di Vangelo, nella quale dobbiamo immergerci per capire sempre di più il nostro essere cristiani. Essa infatti ci permette di affrontare uno dei problemi più acuti della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>III DOMENICA  DI  PASQUA</h2>
<p>At 5, 27b-32. 40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19</p>
<p><em>Vivere alla presenza di Gesù</em></p>
<p>Eccoci di fronte a una stupenda scena di Vangelo, nella quale dobbiamo immergerci per capire sempre di più il nostro essere cristiani. Essa infatti ci permette di affrontare uno dei problemi più acuti della nostra esistenza di credenti: come Gesù, nella vita, talora ci sia e talora non ci sia, almeno secondo quanto a noi pare.</p>
<p>È singolare la situazione di Pietro e dei suoi amici. Già due volte ormai hanno visto Gesù, non hanno più dubbi sulla sua risurrezione, ma, nonostante tutto questo, Pietro, tornato in Galilea, riprende una scelta di vita normale:<strong><em> “Io vado a pescare”</em></strong>, e gli altri con lui. Ed ecco che, dopo una notte spesa in una fatica inutile, Gesù compare, ma essi non si accorgono che è Lui. Questo parrebbe strano, dal momento che l’hanno già rivisto. Ma, a rifletterci meglio, non è così sorprendente: è qui descritto infatti quello stato psichico per cui può accaderci di essere lontani da una realtà pur evidente, e non per farlo apposta, ma per nostra limitatezza.  Esempio: entra in questo santuario un gruppo di turisti, i quali lo visitano in quanto è un monumento. Guardano, ammirano, ma possono farlo senza neppure avvertire che c’è un tabernacolo con Gesù presente; da quel gruppo uno o due si staccano, s’inginocchiano un  momento e pregano. Essi si sono ricordati. Che differenza, tra gli uni e gli altri! Questi ultimi, evidentemente, hanno l’abitudine di vivere più uniti a Gesù, perciò Egli non è così facilmente dimenticabile; gli altri, invece, meno abituati e, in veste di turisti che si sentono pienamente tali, non hanno ravvisato il mistero.</p>
<p>Pietro e i suoi in questo momento non sono uniti a Gesù. Credono nella sua risurrezione, ma nello stesso tempo Egli è come lontano, ed essi si sentono vivi nella vita di tutti i giorni: si è creato uno stacco di coscienza; perciò, quando Gesù compare, non sono preparati.</p>
<p>Provate a prendere in mano la Bibbia e ad aprirla, dopo aver appena spento il televisore: vi ritroverete un po’ come loro, non riuscirete ad entrare ‘dentro la situazione’, essa vi rimarrà estranea, non la riconoscerete. Occorrerà allora mettersi tranquilli, recuperare un’altra dimensione, per essere in sintonia. La realtà ha delle profondità diverse: questo accade nella vita, ma ancor più quando la realtà sfonda la vita quotidiana e diventa presenza di Dio.</p>
<p>Ecco la lezione di oggi: cercare di avanzare in questa consapevolezza, in questa memoria di Gesù, quando non siamo direttamente nella condizione di ricordarci di Lui, come adesso,  nella celebrazione eucaristica. Qui la fede è in atto. Ma che cosa vi dice l’esperienza? Usciti di qui, tornati a casa, nella quotidianità della vita, sembra che Gesù sia svanito. Non lo si dimentica apposta, ma non si valuta più la reale unione con Lui.</p>
<p>Invece il cristiano è propriamente quello che si chiama <em>il seguace</em>:  colui che vive una sequela, che va dietro a Gesù. E anche Gesù va dietro al cristiano: questa pagina è molto commovente se la leggiamo dal punto di vista di Gesù, il quale compare, cerca i suoi, si fa riconoscere. È meraviglioso questo tornare a loro che non stanno pensando a Lui, ed Egli lo fa continuamente. Nella nostra vita quotidiana c’è un punto in cui scatta la distanza, ma, nella misura in cui siamo seguaci, questo non capita più, e, a poco a poco, nelle situazioni, diventiamo capaci di rimanere fedeli a questa Presenza.</p>
<p>“Vado a pescare, vado a lavorare, vado a casa mia…”: credi che in queste scelte l’essere alla sequela di Cristo non debba portare nessun cambiamento? “Sì, credo che debba portare qualche cambiamento”. E credi di essere capace di viverlo? “Sì, lo credo”. E desideri che questo accada? “Sì, lo desidero”. Quando il cristiano risponde così a queste tre domande è proprio un cristiano. Non riuscirà sempre a vivere una fedeltà perfetta, ma ha capito la sequela.</p>
<p>È singolare. Ci sono molti non credenti, che riconoscono l’esistenza storica di Gesù-uomo, lo ammirano, ma non credono in Gesù-Dio. Noi, invece, non abbiamo dubbi su Gesù-Dio, ma <strong>dobbiamo credere di più in Gesù-uomo</strong>, che è entrato dentro la vita com’è: non solo il Gesù della Chiesa, della celebrazione, ma Gesù in tutto simile a noi, fuorché nel peccato.</p>
<p>Se lasciamo che questo Gesù-uomo entri a poco a poco nella nostra vita, ci ricordiamo di Lui, la fede ci influenza ed Egli non è più il personaggio che non siamo in grado di riconoscere. C’è un vuoto da riempire e non finiremo mai di migliorare in questa vicinanza continua. Il Vangelo di oggi ci dice anche come si fa.</p>
<p>È vero infatti che Pietro si è buttato subito a nuoto per arrivare prima, ma chi ha detto a Pietro: <em>“E’ il Signore!”</em>? Giovanni, colui che da sempre era con il Maestro in <strong>un rapporto di maggiore sensibilità d’amore</strong>. Gesù amava questo discepolo, ed è evidente che il discepolo lo ricambiava. Di conseguenza, ecco avvenire anche qui il fatto soave che, se amiamo qualcuno, non possiamo dimenticarci di lui, la sua presenza ci segue dappertutto e ci influenza di continuo. Non c’è un legame teorico tra noi e Gesù, ma un rapporto in questi termini di amore.</p>
<p>Noi siamo tutti coloro che Gesù ama. Non dimentichiamo che questa scena del lago è  prima della Pentecoste, prima che lo Spirito trasformi veramente questi uomini, i quali sono ancora ‘in formazione’ come cristiani. Noi no, siamo battezzati, cresimati, ci nutriamo di Eucaristia. Se ci ricordiamo che Egli ci ama, e quanto ci ama, allora, a nostra volta, faremo in modo che questo amore ci influenzi dovunque, non lasceremo più degli spazi dove Gesù sia  estraneo.</p>
<p>Se dunque noi non siamo certo di coloro che dicono: “Anche se Dio non fosse, sarebbe lo stesso per noi”, vigiliamo tuttavia per non essere cristiani che vivono “come se Gesù non fosse”, cioè agendo esattamente come tutti gli altri, senza accorgersi che Lui è sulla riva e di lì chiama a vivere con Lui. Com&#8217;è emblematica quella lunga notte senza frutto!</p>
<p>Che cosa hai tu dunque realizzato, cinquantenne, sessantenne, settantenne? Perché potresti essere una di quelle persone che, pur avendo costruito belle cose, non hanno trovato il senso profondo di tutto. “Chissà se vale la pena aver fatto tutto ciò che ho fatto?”: dubbio che trafigge il cuore.</p>
<p>Invece, quando ci accorgiamo che il Signore c’è e ci accompagna, siamo rinfrancati: la giornata rimane quella, il lavoro rimane quello, la fatica dell’esistenza anche, però tutto ha un altro significato. Sicché dobbiamo augurarci che la presenza di un Gesù vivo riesca a toccare sempre di più le nostre situazioni quotidiane, e le influenzi per la semplice ragione che noi siamo riflesso di Lui.</p>
<p>Pietro e i suoi, dopo la Pentecoste, avranno il coraggio di dire ai capi: &#8220;Noi non possiamo obbedire a voi, noi obbediamo a Dio e, che vi piaccia o no, continueremo a parlare di Gesù. Fustigateci pure, saremo ben contenti di essere stati maltrattati per amor suo&#8221;. E’ ammirevole, ma non riguarda soltanto gli apostoli. Ogni cristiano in realtà fa la stessa cosa: riflette Gesù Cristo. E sarà anche lui fustigato. Se nel vostro ambiente di lavoro, di vita comune, voi porterete onestà, purezza di cuore e di costumi, sarete sicuramente fustigati. Infatti vi gira attorno tutto: la corruzione, il denaro facile, gli affari poco puliti, l’oscenità, il compromesso…, e, se voi rimanete puri, sarete sferzati almeno dall’ironia, e qualche volta anche dall’emarginazione. Per forza, siamo cristiani, ma ci rende lieti il fatto che, poco per volta, possiamo dire: “<strong>Signore, non c’è più un momento della vita in cui tu non sei</strong> <strong>presente</strong>.  Credo in te, Dio fatto uomo in me”. È la bella conclusione di una fede forte.</p>
<p>Ciascuno di noi deve misurarsi su questa verità, pur conoscendo, senza scoraggiamenti, le proprie insufficienze, e programmare questa bella integrazione in Gesù Cristo. Egli ne ha bisogno, perché noi siamo i suoi testimoni, e ci  chiede di andare avanti con la gioia di essere cristiani, e anche con la gioia che qualcun altro ci incontri come tali. Se qualcuno ci fustigherà con l’ironia, non pochi, anche senza venircelo a dire, ringrazieranno con gioia perché hanno incontrato un cristiano, ossia Gesù Cristo.</p>
<p><em>Don Giuseppe Pollano</em></p>
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		<title>Un Giorno Don Pollano&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jan 2010 08:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un giorno Don Pollano ci ha detto : la Luce, l’accoglienza della Luce è il segreto dell’uomo. Parole di un uomo incantato da Dio. E accogliendoLo, riconoscendoLo in sè non ha potuto tenerlo nascosto.<br />
Grazie Don Giuseppe per tutto il condividere la tua esperienza di Dio, aiutandoci ad entrare nel grande mistero dell’Amore donato  e ricevuto.<br />
Una grande scuola di Cuore, con Maria<br />
La gratitudine è la memoria del cuore:il nostro impegno come Famiglia di Therese e tuoi figli a seguire la strada tracciata verso il Cielo<br />
Perché sappiamo che non vivi solo più come in Cielo, ma sei in Cielo.</p>
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