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	<title>La Piccola Via &#187; don Pollano</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Corpo e Sangue di Cristo]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17 &#160; “Fate questo in memoria di me” Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO</p>
<p>Gen 14, 18-20; Sal 109; 1 Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Chi è il nostro Dio, chi è questo Gesù che preghiamo e che amiamo di giorno in giorno sempre di più? È l’Uomo che quel giorno fece il grande segno: il Signore che ha dato del pane alla gente che aveva fame. Esiste forse un gesto più umano?</p>
<p>Ecco chi è Dio: Colui che crea l’uomo e gli mette in cuore molti desideri, ma sopra tutti il desiderio di Lui stesso, Dio, e lo crea così perché si prepara a saziarlo per sempre.</p>
<p>Oh, se avessimo di Dio un’idea così chiara e affascinante! Se non lo sentissimo troppo alto, troppo immobile, impassibile, un Dio che guarda senza intervenire nel mondo. Non è così, ma molte idee della nostra cultura senza fede tendono ad allontanarlo ancor sempre  dall’uomo, come se Egli non fosse il Dio che ama. Ed ecco, la storia di Gesù è invece quella  di Dio che ha assunto forma umana, per immettere nelle nostre piccole misure la totalità del suo amore.</p>
<p><em>“Dategli voi stessi da mangiare”</em>: quando celebriamo l’Eucaristia è perché ci troviamo davanti non a questa scena evangelica, che fu soltanto un annuncio, ma al compimento di essa; e la celebriamo con la fede che ci consente di coglierne la grandezza, di sciogliere il cuore nella gratitudine, e di conseguenza di rispondere a Gesù con tutto l’impegno della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo risentito nella seconda Lettura la narrazione che Paolo ci ha fatto di quella beata, ultima cena, quando Gesù prese il pane e il vino, e lo Spirito privò il pane e il vino della loro esistenza materiale, ed essi esistettero soltanto più come Corpo e Sangue di Cristo. Fu la prima volta. Abbiamo sentito la narrazione, e la gratitudine già potrebbe orientare la nostra riflessione di fede, ma molto più grande è la beatitudine, perché quella sera Gesù aggiunse le  poche, prodigiose parole: <em>“Fate questo in memoria di me”</em>.</p>
<p>Se la narrazione evocasse soltanto il ricordo di un fatto lontano, ci aggrapperemmo all’immaginario per credere in Lui. Ma questa non è soltanto memoria, come fatto psichico, è qualcosa di infinitamente più grande: è ciò che la Chiesa chiama <strong>il <em>memoriale</em>, che significa, ‘rifare vero’, adesso, proprio come allora, questo straordinario momento</strong>. Infatti ora io ripeterò le parole, ma non più come narrazione: di nuovo verrà lo Spirito che avrò invocato, di nuovo priverà di esistenza materiale il pane e il vino, e farà essere soltanto il Corpo e il Sangue del Signore. Allora saremo di fronte a questo abbagliante prodigio. Non ci sarà luce fisica, ma luce nei cuori sì, splendore di gioia. Che la Messa sia quotidiana, sia così semplice, facile, non toglie nulla alla sua immensa grandezza, e già di questo dobbiamo rendere grazie.</p>
<p><em>“Fate questo in memoria di me”</em>. E perché ancora, Signore?</p>
<p>E il Signore, richiamando la scena dei pani moltiplicati, potrebbe dirci: “Perché il pane che moltiplicai quella volta non vi basterebbe per vivere e non vi basterebbe per morire. Se fosse sufficiente il pane, avrei riempito di esso le vostre case, ma non è sufficiente. Né vi basta che siano saziati tutti i vostri desideri, per quanto buoni essi siano”. La verità, la gioia, gli affetti, una giusta riuscita nella vita, le cose come devono essere: tutti questi sono santi desideri, ma quando avessimo tutto questo e non avessimo Dio, non avremmo ancora avuto nulla.</p>
<p>Così, da quei pani moltiplicati Gesù è arrivato all’ultima, definitiva mensa, conservando il pane e il vino come segno di quel donarsi di sé; <em>il mio corpo </em>vuol dire “io”, <em>il mio sangue</em> vuol dire “la mia vita”: la comunione perfetta che fin da principio aveva programmata per noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è comunione l’Eucaristia: è Dio che ti ha creato per averti e perché tu lo avessi, Dio che ti è amico molto di più di quanto tu non pensi, è Dio che ti rivuole, che intende vivere la tua vita e che tu viva la sua. E quale tua vita? La vita quotidiana. Nella cultura ebraica, come in tante altre, pane e vino erano il segno della quotidianità dell’esistenza, non erano cibo di re o  di sacerdoti, ma della gente comune. Sicché pane e vino &#8211; ecco il richiamo all’episodio di Abramo nell’Antico Testamento &#8211; significano fortemente il vissuto di ogni giorno.</p>
<p><strong>È la nostra quotidianità che Gesù vuole rendere divina</strong>, non sono i pochi momenti soltanto in cui andiamo da Lui e lo incontriamo. Se l’Eucaristia diventasse un gesto sacrale, nascosto, spiritualissimo, distante dalla vita di ogni giorno, ciò vorrebbe dire che non l’abbiamo capita. È quando lavoriamo, quando fatichiamo, quando facciamo le cose, quando muoviamo le mani per agire, è nel nostro essere noi stessi che Gesù vuole entrare per portarci con Sé nel suo Regno. Se avessimo sempre presente questo, che pur crediamo per fede, non finiremmo mai di desiderare questo cibo e questa bevanda.</p>
<p>E’ vero che potremmo sempre dirgli: “Signore, dici bene, ma non oso presentarti la mia vita quotidiana così com’è, non mi sento degno”. Ma Gesù ha la risposta anche per questo: “Tu vedi che ho preso pane e vino per farti capire che io voglio il tuo vissuto; ricorda però che questi non sono più pane e vino, ma sono Io, sacrificato per te. Il mio sangue ti ha lavato, il mio corpo ti rende puro. So che la tua vita quotidiana può diventare fango e miseria, so che sei peccatore, ma per questo sono venuto; e il mio cibo, quando tu vieni a me, perdonato ancor sempre da me, diventa la sorgente di una vita pura e santa, quella per cui sei stato creato. Vieni, dammi la tua vita quotidiana, so anch’io che tutti i giorni dovrà essere purificata, riscattata, sollevata: è la strada della santificazione; ma vieni poiché Io sono il tuo pane”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo è il supremo dono. Quando tra poco avrò ripetuto in maniera efficace, sacerdotale, le parole del Vangelo, ed Egli sarà con noi, noi dovremo essere colmi della sua gioia, lasciare che i nostri cuori esultino. Bisogna almeno qualche volta esprimere a Gesù la nostra profonda allegrezza, perché Egli ha fatto tutto questo per noi che siamo meno che niente, eppure, così amati da Lui, diventiamo il suo tutto.</p>
<p>Questo Signore che viene in noi per dimorare in noi, che viene in noi per condurci al Padre, per accompagnarci oltre la morte a sconfinare nell’eterna gioia, questo Signore,  assumendo la nostra misura, ci dice: “Dammi la tua voce, altrimenti non potrò dire parole belle e giuste, dammi i tuoi gesti, dammi il tuo cuore, la tua libertà, la tua capacità d’agire, la tua intraprendenza, il tuo coraggio, la tua presenza nel mondo,… di te ho bisogno”.</p>
<p>Noi siamo il corpo di Cristo. La Bibbia è chiara con il cristiano, e gli assicura: se tu ricevi il Corpo di Cristo,  diventi Corpo di Cristo, così che, <strong>dovunque tu sia, porti Lui, mentre sei portato da Lui</strong>.</p>
<p>Sono certo che nella misura in cui siete ‘eucaristici’, molta gente si è accorta che portate in voi quel <em>qualcuno</em>, che è Lui: da come siete, da come agite, da come decidete. E poiché Egli ha detto: <em>“Io sono la luce”</em>, ecco anche voi, umilmente, siete luce nei luoghi dove vivete accanto a molti altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riconsegnatevi dunque oggi più che mai a Gesù Eucaristia, riandate al giorno della vostra prima Comunione &#8211; quando eravate piccoli, semplici, ma il cuore era già capace di ricevere il Signore -, rivivete quel giorno, pur nel carico delle vostre esperienze, delle vostre consapevolezze, delle vostre crescite nel bene, ma anche dei vostri dolori, dei vostri sbagli; rivivetelo: rifate alleanza eucaristica.</p>
<p>Riandate in questo momento al tempo in cui Maria, dopo che Gesù tornò al Padre, visse ancora su questa terra. Ricordate che Gesù l’affidò a Giovanni ed egli la prese nella sua casa. Non c’è dubbio che l’apostolo celebrasse l’Eucaristia, la <em>frazione del pane</em>: potete credere che Maria non fosse tra coloro che si nutrivano del Corpo del Signore? Provate a pensare alle comunioni di Maria, che, avendo dato al mondo il Salvatore, lo riceveva insieme ai suoi discepoli.</p>
<p>Entriamo in questo misterioso cerchio di grazia, che è pur tanto semplice e familiare. Sollevate i cuori, date a Gesù la gioia di uscire di qui ancor più motivati ad essere cristiani: “Signore, ti ricevo, perché altri sappiano”. Ecco l’umile, grande missione che la Chiesa vi affida e che lo Spirito si prepara a compiere in voi nella misura della vostra buona volontà.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>FESTA DELLA MADONNA CONSOLATA TORINO   20.06.99 ORE 23.30 Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 07:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Consolata]]></category>
		<category><![CDATA[consolazione]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Risentendo questo Inno della Consolazione, il grande Inno della Consolazione che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel cuore di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria. Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore. Perché siamo venuti qui tanto numerosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Risentendo questo <em>Inno della Consolazione</em>, il grande <em>Inno della Consolazione</em> che sia mai stato detto sulla faccia della terra, noi, fratelli e sorelle, siamo entrati nel <em>cuore </em>di Colei che lo ha cantato. Siamo entrati nel cuore di Maria.</p>
<p>Siamo entrati questa sera per capire il nostro stesso cuore.</p>
<p>Perché siamo venuti qui tanto numerosi oggi? Certamente per essere aiutati e consolati da Lei, ma sarebbe poco dirlo.</p>
<p>È più giusto dire che non siamo qui per le nostre consolazioni, ma siamo qui a condividere insieme un grande sentimento profondo che ci unisce. Siamo qui a percepire davanti a Dio, semplicemente come è <em>consolante </em>che ci sia Lei.</p>
<p>E infatti, nella storia umana, l’evento più <em>consolante</em> prima della venuta di Cristo è stato proprio <em>Lei.</em></p>
<p>C’è lo siamo detti, non ce lo diciamo, ma lo sentiamo nel cuore: <em>com’è consolante che la Madonna ci sia!</em> E non che ci sia solo oggi, ma che ci sia ‘sempre!’. Com’è consolante che Dio l’abbia pensata, per Sé e per noi.</p>
<p>È questo che ci attira oggi, al di là di tutte le ulteriori consolazioni personali che possiamo avere chieste e ottenere. E perché siamo qui a sentire, insieme, com’è <em>consolante</em> che la Madonna ci sia.</p>
<p>L’Inno di consolazione della Madonna ci fa entrare in un grande mistero. Una Ave Maria sono capaci di dirla tutti, grazie a Dio!, ma quanto mistero…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La troviamo consolante Maria perché in Lei, Dio, che può tutto, ha finalmente realizzato il sogno che tutti, da quando siamo uomini e donne sulla terra, portiamo in cuore.</p>
<p>E il sogno è <em>superare l’abisso tra noi e Dio</em>. Questa è una condizione umana a cui ‘nessuno’ può sottrarsi: la puoi risolvere col pensiero, con la filosofia, con la disperazione, con il non pensarci, ma in ogni caso c’è un <em>abisso,</em> tra noi e Dio, che ci tormenta in fondo. Ed ecco com’è consolante che ci sia Lei. Proprio in Lei l’abisso è stato superato.</p>
<p>Proprio in Lei, la divina Persona dello Spirito, in Lei – piccola persona umana – ha potuto regalare alla storia quel personaggio che è una Persona divina con una natura umana, nostro Signore Gesù Cristo: l’abisso è superato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora tu esisti, ma non esisti più per morire, come esisti adesso; esisti per vivere perché l’abisso tra la tua povera esistenza mortale e la vita di Dio è stato superato.</p>
<p>Ora tu esisti ragionando, ma non per brancolare nel tuo difficile scetticismo, ma per conoscere la Verità. Perché tra la tua ragione e la Verità, l’abisso è stato superato.</p>
<p>Ora tu vivi, ma non vivi in preda al tuo cuore oggi buono, domani cattivo e capace di cose ‘<em>terribili</em>’. Ora vivi e il tuo cuore può essere colmo della ‘<em>assoluta</em>’ bontà di Dio. L’abisso è stato superato.</p>
<p>Sono parole che si dicono con facilità queste, ma in realtà lasciatele entrare nella vita. Lasciate che la vostra paura e angoscia di morire si consoli della vita <em>eterna </em>che già possedete.</p>
<p>Lasciate che le vostre incertezze e i vostri dubbi siano dominati dalla <em>Verità</em> che già possedete.</p>
<p>Lasciate che il vostro cuore vacillante sia colmo della Bontà di Dio che già possedete, allora diventa la vita vissuta giorno per giorno.</p>
<p>E Lei è stata il luogo umano dove questo congiungimento si è avverato. Senza Maria nussun Cristo, e senza Cristo nessun Cristiano e nessuna Salvezza.</p>
<p>Ecco cosa ci lega questa sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo profondamente felici, lo ripeto: perché Lei c’è!.</p>
<p>E se questo sentimento ci accompagna nella quotidianità, questa pace profonda, questa sicurezza misteriosa riesce a vincere tutto.</p>
<p>Consolazione diciamo: consolazione non è la gioia, è qualcosa di diverso. La gioia è qualcosa vivibile, semplice, ‘un bel mattino sereno’; ma la consolazione presume uno sfondo di dolore, ‘il mattino sereno dopo una bella burrasca’. La consolazione è un termine molto umano, profondamente nostro.</p>
<p>Noi quando abbiamo dei guai cerchiamo di evadere, di stordirci, di non pensarci, di far altro. Guardate che dono di Dio invece poter venire qui a portarci i nostri guai. Non abbiamo bisogno di bere sui nostri guai, non abbiamo bisogno di cercare di dimenticare. All’opposto, poiché l’abisso è stato superato, possiamo – in Dio – addirittura dolore crocifisso per noi, deporre tutta la nostra tragedia umana. Siamo davvero <em>principi</em>.</p>
<p>E l’Inno di consolazione oltre che ricordarci il perché siamo degni questa sera, e possiamo esserlo tutti i giorni della vita, ci dice anche il come.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Maria, subito, con chiarezza ci svela il segreto. “<em>Dio ha guardata la mia umiltà</em></p>
<p>Vuoi che Dio ti guardi? Sii umile. Vuoi che Dio distolga da te i suoi occhi? Sii superbo.</p>
<p>Nessuno vuole che Dio distolga da lui il suo cuore. E allora non dire mai di no a Dio, ecco, non dire mai di no. Purtroppo dei no gli abbiamo detti tutti, forse ne diremo ancora, ma lasciamoci questa sera aiutare.</p>
<p>Ha guardato l’umiltà non solo della sua schiava, d’élite; ma la mia, la tua, la sua. Guarda l’umiltà di tutti. State certi perché Dio benedirà il mondo in maniera ‘straordinaria’ nella misura della umiltà che potrà trovare. Non c’è nessun altro modo di ottenere la grazia di Dio. Tre volte la Bibbia dice chiaro: “Dio dà la grazia a chiunque” e aggiunge, “e resiste ai superbi”. Abbiamo dunque un grande strumento in mano.</p>
<p>Non dite mai a Dio, fratelli e sorelle, “no”; anche se dire “sì” vi sanguina, ditelo lo stesso. Gesù l’ha fatto prima di noi.</p>
<p>Vi verrà in cuore allora una grande certezza, quella che Lei esprime nel suo Inno di consolazione: la sicurezza che Dio vince. La sicurezza che non siamo dei condannati ad un ergastolo duro, dove, checché se ne dica, solo i superbi con i loro pensieri; solo i ricchi, solo i potenti avranno sempre la meglio e la ‘poltiglia’ degli umili, degli schiacciati, non finirà mai. Se fosse così, avremmo tutti i diritti, prima di processare Dio, secondo di cadere nella disperazione più nera.</p>
<p>Ma, per Dio “<em>mille anni sono un giorno</em>”. Ma Dio è “<em>l’Onnipotente Signore della storia</em>”; Maria parla molto chiaro. Parla molto chiaro questa fanciulla di Nazareth che non sa di politica, si direbbe, parla molto chiaro!.</p>
<p>Qualunque capo di oggi, qualunque prepotente di oggi, qualunque ricco egoista di oggi, se sotto gli occhi, su queste tracce di Maria, ha di che tremare!. C’è proprio da dire: “tremate fratelli, trematevi, se Lei ha detto questo”. Perché tutto passa, ma queste parole ispirate da Dio, no!, non passeranno, anzi, si avverranno.</p>
<p>L’Inno della Consolazione di Maria è una grande pagina; se ogni giorno avessimo il tempo di, non dico di redigerlo, ma riviverlo un momento: la grandezza di questo dono – l’abisso è superato, posso sperare; posso essere nella Verità e nella Bontà; posso proprio, ed è così che sono cristiano. E so cosa fare, basta che cerchi di non dire: “no” a Dio e cioè, lo spirito diabolico della rivolta. E so, che le speranze umane saranno compiute e, perché no?!, anche attraverso la mia buona opera in ‘questa’ storia e in ‘questa’ mia vita, ecco perché sono qui. Se ho un cuore così, so perché vivo e farò qualche cosa in questo mondo a vantaggio di tutti.</p>
<p>Stupenda pagina di questo Inno di Maria. Ecco le offriamo stasera la nostra grande gioia che LEI CI SIA.</p>
<p>“Sei Tu”, “Sei Tu” così consolante.</p>
<p>Penseremo ogni giorno, ne incontreremo di facce belle e di facce brutte, ma la <em>Tua faccia</em> non la dimenticheremo. Il Tuo cuore, materno, vivo, che non tradisce “mai”; non sa neppure cosa sia la parola ‘tradire’. Cuore tuo sarà il nostro amico di ogni giorno.</p>
<p>Date questa pregnanza, questa ricchezza alla “Ave Maria, piena di grazia”. La sappiamo dire con tanta facilità, e ogni volta una goccia di pace entrerà nel vostro cuore, credete.</p>
<p>Una stilla di luce, un richiamo interiore, un brivido di gioia. I santi facevano così, non avevano grandi mezzi a disposizione, come diremmo noi oggi, avevano la disposizione di supremi mezzi di Dio che sono proprio questi.</p>
<p>Ecco allora la nostra festa ci conduce avanti, oggi è stato un giorno, come dire, festivo, ma voi sapete che vi sono sempre i giorni ‘festosi’. Se il tuo cuore è dono il tuo giorno è festoso. Anche se il pomeriggio è il più monotono del mondo.</p>
<p>È questo che ci auguriamo, perché molta gente ci incontrerà e vi dirà: “ah tu, ieri, sei andato alla Consolata”, “sì ci sono andato”, “ah, me ne accorgo!”.</p>
<p>Ah!, fatevelo dire: “me ne accorgo…”; fatevelo dire. Che vedano nei vostri occhi, nel vostro sorriso, nella vostra limpidezza che ci siete venuti; e che ci siete venuti, è proprio questo, statene certi, che la Vergine attende da voi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La nostra gioia è in Dio</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 17:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[beatitudini]]></category>
		<category><![CDATA[discorso della monttagna]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[gioia]]></category>

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		<description><![CDATA[La nostra gioia è in Dio 4 Domenica tempo ordinario Anno A Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro. Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>La nostra gioia è in Dio</h1>
<p>4 Domenica tempo ordinario Anno A</p>
<p>Sof 2,3; 3, 12-13; Sal 145; 1 Cor 1, 26-31; Mt 5,1-12a</p>
<p>La liturgia ci ripresenta la grande pagina delle Beatitudini: la vogliamo ricomprendere per diventare più discepoli di un tale Maestro.</p>
<p>Queste parole prima di tutto vanno collocate nella situazione storica, nel momento della vita di Gesù a cui si riferiscono. Matteo inizia con questa pagina i tre capitoli del suo Vangelo, il quinto, il sesto e il settimo, chiamati «Il discorso della montagna»; essi co­stituiscono quella che potrebbe dirsi la divina Costituzione: come deve vivere il popolo di Dio, l&#8217;insieme di norme che reggono il suo ordinamento morale. Gesù non ha predicato i Comandamen­ti, li ha semplicemente presupposti, ma ci ha indicato questa nuo­vissima maniera di vivere, che soltanto grazie a Lui diventava rea­lizzabile, e che era la rivelazione della possibilità di un mondo rinnovato.</p>
<p><span id="more-1138"></span>Le parole, che precedono questo discorso: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buo­na novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo», ci dicono che Gesù sta attraversando un momento straor­dinariamente favorevole del suo ministero cominciato da poco. Egli attira a sé gente sempre più numerosa, diventa veramente l&#8217;uomo più famoso, ma la sua fama non è ancora legata alla sua dottrina, bensì ai suoi meravigliosi prodigi: “ .. .la sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati”.</p>
<p>Matteo moltiplica i termini per dire che erano proprio le perso­ne sofferenti ad accorrere da Gesù: «i malati, tormentati da varie ma­lattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici»; questo mondo di sof­ferenza si raccoglieva attorno a Gesù, ed Egli semplicemente li guariva. Perciò grandi folle cominciarono a seguirlo, e Matteo ci dà un&#8217;ulteriore informazione indicando le regioni di provenienza: Ga­lilea, Decàpoli, Gerusalemme, Giudea e i territori oltre il Giordano. Non si tratta tanto di una descrizione geografica, quanto, secondo l&#8217;intendimento dei suoi primi ascoltatori, della descrizione della Palestina felice, della terra promessa da Dio, quella «dove scorre lat­te e miele»: è quindi anche un&#8217;indicazione mistica e spirituale.</p>
<p>Gesù si trova di fronte a questa immensa folla che cresce e che è senza dubbio entusiasta di Lui. «Vedendo le folle, ecco l&#8217;altra reazione di Gesù dopo averle guarite -Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, &#8230; prendendo allora la parola, li ammaestrava». Anche questa è una formula molto solenne, perché per gli Ebrei la mon­tagna non era solo luogo fisico, ma il monte di Mosè, il luogo del­l&#8217;alleanza, il Sinai. Gesù quindi è presentato da Matteo come il nuovo Mosè, quello che definirà, una volta per tutte, la comunio­ne tra Dio e il suo popolo.</p>
<p>La montagna non è una specie di pulpito più alto, ma il luogo da cui Dio parla perché la sua sapienza si effonda su tutti quelli che ascoltano. E anche tra loro Matteo stabilisce una distinzione: « &#8230;gli si avvicinarono i suoi discepoli», mentre attorno c&#8217;era la marea della gente.</p>
<p>Quanti di questa folla diventeranno discepoli? Non si sa, certo non tutti. A queste persone entusiaste di Lui Gesù propone il con­fronto non più con la sua capacità di guarire -l&#8217;hanno accettata pienamente -, ma con la sua capacità di salvare evangelizzando. Egli vuole che si confrontino con la sua dottrina, con la sua inter­pretazione autentica della vita umana. È un grande momento, un fondamentale salto di qualità! Se infatti Gesù avesse cominciato il suo discorso dicendo: «Beati &#8230; » e avesse continuato domandando:</p>
<p>«Chi sono i beati?», non c&#8217;è dubbio che tutti coloro che erano gua­riti e felici avrebbero risposto: «Noi!». A questa gente felice, già guarita o che si aspettava di diventarlo, Gesù propone dunque il discorso giusto, ma con un colpo d&#8217;ala che cambia tutto: «Vi ho re­si felici ma, se v&#8217;interrogassi sulle ragioni della vostra felicità, mi rispondereste soltanto che siete felici perché vi ho guariti. Invece vi devo dire altre cose sulla felicità».</p>
<p>Oggi la scienza comparata delle religioni ci consente di sfo­gliare tutti i testi delle letterature religiose del mondo di ogni epo­ca. Ebbene, non esiste una pagina comparabile a questa, dove, po­nendo Dio al centro -perché è Dio al centro di questo discorso -si affronta il tema della nostra gioia, ma in una maniera del tutto im­prevedibile, che metterà alla prova la fede di chi ascolta. E anche a noi oggi è chiesto di confrontarci con questa pagina. Non è det­to che l&#8217;abbiamo già accettata tutta, non teoricamente certo, ma nel vissuto di ogni giorno.</p>
<p>Il Signore ha dunque reso contenti i suoi ascoltatori e, appena compiuto quest&#8217; opera, «sposta» la gioia da ciò che l&#8217;ha causata, cioè le guarigioni, a Colui che le guarigioni ha compiute: «Non sarete mai felici se non metterete praticamente al centro della vita Dio, e solo Lui». E poteva permettersi di fare questa affer­mazione, perché li aveva resi felici, quindi era del tutto credibile. Ciò non toglie che il salto sia notevole. Il discorso è tutto centrato su Dio. Egli è nominato spesso in queste Beatitudini e in tutte le pagine che seguono, qualche volta in modo esplicito: «i puri di cuo­re &#8230; vedranno Dio» oppure «gli operatori di pace &#8230; saranno chiamati</p>
<p>figli di Dio» o ancora, con un&#8217; espressione equivalente, « &#8230; di essi è il regno dei cieli», cioè Dio, la sua presenza, la sua gioia.</p>
<p>Tu, cristiano, ti stupisci perché non sei felice, ma quanta impor­tanza hai dato a questo discorso che ti diceva che la tua gioia è in Dio? L&#8217;hai invece cercata nell&#8217;oggetto che ti piaceva, nel primo in­namoramento, nella tua vita anche ben organizzata, nel lavoro, nel matrimonio, nella famiglia &#8230; Avevi ragione a cercarla, ma ti sba­gliavi a farlo ovunque: avresti dovuto subito cominciare da Dio.</p>
<p>E Lui, che ti vuole bene ed è paziente, ti ha guardato cammi­nare, sbagliare, soffrire e, a poco a poco, ti ha condotto ad accor­gertene e a dire finalmente: «Ora so che Tu, Signore, sei la mia gioia, e ne sono convinto non solo perché ho riflettuto, ma perché lo sento nel cuore. La mia gioia la trovo quando sto con Te, quan­do t&#8217;incontro nel silenzio della mia preghiera, quando rileggo una pagina di Vangelo, quando incontro gli altri nella carità che Tu hai insegnato. Ora so, Signore, che avevi ragione».</p>
<p>Quel giorno Gesù aveva già ragione evidentemente, ma lan­ciava un messaggio che doveva fare una lunga strada nel cuore delle generazioni, e ora è offerto a noi: «Vi ho guariti, sÌ, ma non fermatevi a questo, non ingannatevi. La gioia che vi ho data non è la gioia: fate un passo oltre, guardate Dio». E a questo punto c&#8217;è un&#8217;altra sorpresa: per Gesù la gioia non è soltanto un sentimen­to felice di qualche attimo, ma è una maniera di vivere. Non sol­tanto Egli ci dice che la gioia viene da Dio, ma ci indica anche la strada per raggiungerla.</p>
<p>Le Beatitudini hanno sempre meravigliato tutti, perché sono cosÌ lontane dal comune pensare e cosÌ misteriosamente attraenti, e dunque ci intimidiscono, eppure ancora di più ci attirano in tut­te le loro maniere di presentare la stessa strada: i poveri, gli afflit­ti, i miti, gli affamati di giustizia di Dio sono persone in cui ci ri­conosciamo, e siamo convinti che è il modo giusto per arrivare a Dio, non quello della facilità e di tutto ciò che essa, fin che può, ci procura.</p>
<p>«Il discorso della montagna» non è molto lungo: sono tre capi­toli che vi consiglio di continuare a leggere, mese per mese, ripren­dendo sempre da capo. Non importa che li sappiate a memoria, sa­ranno sempre per il vostro cuore un nutrimento stupendo. Impa­rerete il Vangelo una volta di più e, mentre lo leggerete, lo Spirito vi suggerirà la situazione nuova dove non l&#8217;avevate ancora applicato, e invece lo farete. Il Vangelo s&#8217;impara cosÌ. Queste sono le pagine che dovremmo insegnare ai piccoli in famiglia; nella nostra infan­zia in genere non ce le hanno fatte conoscere; impariamole bene al­meno da adulti, come se fossimo noi stessi dei piccoli.</p>
<p>La verità profondissima, che Gesù, nuovo e definitivo Mosè, ci annuncia -Dio al centro, la nostra gioia possibile attraverso queste strade -, presume, però, da parte nostra un particolare at­teggiamento. La pagina di Paolo è molto forte nell&#8217;indicarcelo: bi­sogna che noi non andiamo da Gesù come se fossimo già dei sa­pienti, persone che sanno tutto e vanno a vedere che cosa dice questo Maestro di Nazaret, per giudicare della sua dottrina. È tra il folle ed il ridicolo questa posizione, anche se è piuttosto diffusa perché siamo in genere arroganti e presuntuosi.</p>
<p>Paolo ci dice che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto» e ci esorta a essere umili di fronte a Lui: «Signore, davanti a Te io non so niente, però Tu ci sei e mi illumini. Non solo non capisco nien­te, ma sono capace anche di ragionare in modo sbagliato: mi co­struisco le mie teorie sulla vita, do i miei giudizi, e non so niente. Vengo da Te, Signore, come un povero ignorante: mi istruisci?». Il discepolo comincia da questa profonda umiltà.</p>
<p>Allora la mia povera sapienza è confusa: ero anch&#8217;io un inso­lente, un arrivista &#8230; , e Lui mi dice: «Beato te, se sarai mite e pove­ro». Tutta la mia presunzione se ne va in un attimo: «Signore del­la Vita, sono vissuto tanti anni senza capire niente. Che grazia averti incontrato! Adesso comincio a vedere, a comprendere qual­che cosa. Non mi spaventa più la mia debolezza, non invidio i for­ti che premono un pulsante e fanno muovere diecimila persone, non desidero affatto essere come loro. Sono debole, Signore, sono anche ignobile e disprezzato qualche volta dai sapienti, perché credo in Te. Ebbene, io scelgo di essere nulla perché Tu, nel mio nulla, &#8220;riduci a nulla&#8221; le cose che ritengono di valere».</p>
<p>È molto forte il contrasto prospettato da Paolo: «Tu sei un po­vero, un umiliato, ma con il tuo niente, con la tua preghiera, con la tua sofferenza bene offerta, con la tua testimonianza e il tuo esem­pio, Dio &#8220;confonderà&#8221; coloro che credono di essere qualche cosa».</p>
<p>Le Beatitudini, ben vissute, sono una grande medicina, di cui questo mondo ha molto bisogno, perché i «sapienti secondo la carne» sono numerosi, quelli che -dice Paolo nella Lettera ai Ro­mani -Dio abbandona alla loro intelligenza depravata. Spesso nel­la Bibbia si parla di un concetto che noi, anche noi predicatori, non ricordiamo volentieri: l&#8217;ira di Dio. È un Dio crocifisso, ma nel­l&#8217;Antico e nel Nuovo Testamento si parla anche dell&#8217; ira di Dio, del suo sdegno, del suo amore deluso. Quando c&#8217;è l&#8217;ira di Dio, che co­sa capita? Non capitano i terremoti e i disastri, semplicemente Dio ci lascia fare. «Dio li ha abbandonati in balìa d&#8217;una intelligenza depra­vata»: perché? Perché hanno disprezzato la conoscenza di Lui: «A che cosa ci serve Dio? Ce la caviamo da soli».</p>
<p>La risposta di Dio non è una rivalsa: «Allora fate da soli!». Dio ci lascia semplicemente liberi e sa che, attraverso le nostre infeli­cità, ritroveremo la strada per tornare a Lui. Non ci abbandona a noi stessi, ci permette solo di provare che cosa, da soli, siamo ca­paci di fare. Vediamo anche sui giornali le conseguenze di questo comportamento in coloro che, secondo le parole di Paolo, sono</p>
<p>«colmi di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d&#8217;invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamato­ri, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza miseri­cordia». Sembra eccessiva questa pagina, è invece realistica: ba­stano i mass-media per rendersene conto. Solo che, non avendo fe­de, non comprendiamo che questa è la condizione di gente ab­bandonata alla propria intelligenza depravata.</p>
<p>Allora ecco la medicina del mondo, ecco i piccoli, i poveri che, credendo nel Vangelo, dicono: «Noi, invece, scegliamo l&#8217;altra ma­niera di vivere, la tua, Signore. Riprendiamo &#8220;il discorso della montagna&#8221;, ci confrontiamo con le tue parole, e andiamo avanti». Dovete credere che siete la medicina del mondo, non siate mai rassegnati, sopraffatti dal male. Che errore! Gesù ha vinto la mor­te. Siate invece profondamente evangelici: queste pagine così con­crete le potete vivere a casa vostra, in famiglia, al lavoro, nelle si­tuazioni più importanti, dovunque voi siate. Le Beatitudini si adattano sempre a tutto e a tutti.</p>
<p>Questa è la medicina che silenziosamente risana. Ecco che cosa vuol dire uscire di chiesa più discepoli, più animati, più entusiasti di questo Gesù, come a dirgli: «Lo faremo, Signore: fidati di noi!».</p>
<p>Don Pollano</p>
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		<title>Hai moltiplicato la gioia &#8211; 3 domenica Tempo ordinario anno A &#8211; Omelia don Pollano</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2011 19:45:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo Ordinario]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Hai moltiplicato la gioia Is 8,23b &#8211; 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23 La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Hai moltiplicato la gioia</h1>
<p><span style="font-weight: normal; font-size: 13px;"> <span style="color: #800000;"> </span>Is 8,23b &#8211; 9,3; <span style="color: #800000;">Sal 26; </span>1 Cor 1,10-13. 17<span style="color: #800000;">; </span>Mt 4,12-23</span></p>
<p>La scena evangelica, piena di crescente entusiasmo per il Si­gnore, mostra com&#8217;è cominciata quella che potremmo chiamare la sua rapida, anche tragica, ma soprattutto amorosissima e glo­riosa «carriera» di Salvatore: «Gesù percorreva tutta la Galilea, &#8230; cu­rando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».</p>
<p>Proviamo a immaginare questo personaggio che emerge dal nulla -chi sapeva chi fosse? &#8211; e che, all&#8217;improvviso, si mette con grande benevolenza a compiere queste azioni, a mostrare per tut­ti i sofferenti, per tutti i malati, una pietà sconfinata, accompagna­ta però subito dalla potenza di guarire: «Alzati! Sei guarito, cam­mina!». Che reazione deve avere suscitato nella gente, che fama improvvisa e meravigliosa: «È comparso un uomo che non solo sa guarirci, ma che vuole guarirci. E non lo fa perché noi poi gli andiamo dietro ad applaudirlo: abbiamo capito che vuole semplice­mente guarirci e che &#8211; non sappiamo perché &#8211; ci vuole bene»!</p>
<p>Gesù ha cominciato così e porta avanti così la sua opera: è il Gesù che cammina con noi anche oggi, perciò è un carissimo Ge­sù, con il quale è bene continuare ad incontrarsi per continuare a capirlo. Egli infatti guariva, e allora si comprendeva subito che era un uomo «vantaggioso», benefico, visto che non voleva nes­suna ricompensa. Nello stesso tempo, però, predicava e insegna­va. Non ci voleva molta intelligenza per collegare le due cose: se quest&#8217;uomo è così buono che, senza che glielo chiediamo, ci gua­risce, è evidente che ci vuole contenti; e se quest&#8217;uomo che ci vuo­le contenti ci dà anche degli insegnamenti, è chiaro che la sua in­tenzione è una sola: ci vuole contenti anche per le cose che ci dice, ce le dice proprio perché lo siamo sempre di più.</p>
<p>Così la notizia ha cominciato a diventare «la bellissima noti­zia», che andava molto oltre la salute del corpo. È la stessa, sem­plicissima logica che noi dobbiamo avere guardando Gesù: «Ascoltiamo la tua parola, Signore, ed è così chiaro che viene da un cuore che ci vuole bene che, qualunque cosa Tu ci dica, che ci piaccia o no, siamo certi che è per la nostra gioia». Avessimo già una fede così semplice, così giusta!</p>
<p>«Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia»: si realizza l&#8217;an­tica profezia di Isaia riguardo all&#8217; opera di Dio. «Proprio questo sono venuto a fare: -dice Gesù -a moltiplicare la vostra gioia, miei poveri fratelli e sorelle, che ne avete così poca, sono venuto ad aumentare la vostra letizia». Gesù, capito così, si accetta a cuo­re aperto, altrimenti non ci interessa.</p>
<p>Allora il discorso continua, perché appunto Egli guariva e pre­dicava. Abbiamo il diritto di domandargli: «Signore, di gente che ci promette gioie, piccole e grandi, soddisfazioni, felicità &#8230; , ne ab­biamo fin che ne vogliamo attorno a noi, basta uno spot pubblici­tario. E Tu? Che cosa intendi quando affermi che vuoi aumentare la nostra letizia e moltiplicare la nostra gioia? Abbiamo capito che non si tratta solo di tornare ad essere sani, se eravamo malati. Cer­to, già questo è motivo di molta gioia, ma è chiaro che Tu vuoi di più».</p>
<p>L&#8217;altra profezia è molto illuminante: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tene­brosa una luce rifulse». Gesù annuncia: «Fratelli e sorelle, sono ve­nuto perché voi siete un povero popolo che dimora in terra e om­bra di morte, dal momento che la vostra esperienza &#8211; la lunga vi­cenda umana &#8211; vi ha impresso nella mente alcune convinzioni che io voglio infrangere; prima di tutto il credere che si viva e poi si muoia, e basta». E c&#8217;è in più la rassegnazione perché, anche men­tre si vive, muoiono già delle cose: le gioie che tu potevi avere, l&#8217;affetto, l&#8217;amore, la famiglia, il lavoro che ti davano della pace, possono morire prima di te e farti rimanere nella tristezza. Sicché la vita, com&#8217;è stato detto, è diventata un&#8217; «inquietudine di vita».</p>
<p>«Allora», &#8211; continua Gesù &#8211; «pensi che tutto questo non m&#8217;im­pietosisca? Ti vedo desideroso di felicità, e hai ragione ad esserlo, tu ti affatichi così tanto nel cercarla: percorri una strada, poi un&#8217;al­tra; poi compi degli sbagli, arranchi, e spesso sei triste. lo sono ve­nuto perché la tua gioia di essere vivo aumenti».</p>
<p>Di questo abbiamo tutti bisogno, e purtroppo non è il discorso che ci facciamo tutti i giorni. Quello che ci comunichiamo quoti­dianamente è l&#8217;altro versante, sono spesso le nostre tristezze e le nostre fatiche: non abbiamo il coraggio di andare oltre.</p>
<p>Gesù dunque ha cominciato così, mostrandosi buono e «van­taggioso», non soltanto perché guariva i malati, ma perché veniva, a guarirci dalla malattia di vivere come viviamo: che l&#8217;esistenza sia diventata l&#8217;inquietudine di esistere, per quanto sia ormai un fatto ordinario, non è una condizione sana. Egli ce lo dice: «Io vo­glio dare alla vostra vita dei significati in più».</p>
<p>Questa intenzione di Gesù ci coinvolge particolarmente, per­ché anche noi vogliamo dare alla vita dei significati, ed è bellissi­mo che lo facciamo, del tutto dignitoso. Per esempio, ad una crea­tura che è ignorante, noi diamo istruzione, scienza, la educhiamo: da una persona analfabeta ad una persona che sa molto, quanto si­gnificato in più! Noi viviamo in un mondo che tende, purtroppo, per le sue passioni, a molto disordine, a confusione, a tristezze, ed ecco allora lo sforzo umano di dare un significato più elevato. Pensiamo anche ai tentativi di mettere insieme la legalità della vi­ta, il diritto, la sicurezza, l&#8217;equilibrio. In ogni campo si passa dal­l&#8217;improvvisazione alla competenza più fine: noi tendiamo a dare tutto il significato che possiamo alle cose, non possiamo vivere trascurandoci, «vivacchiare» come si dice; ma con tutto questo ­che ci crea già delle severe responsabilità &#8211; non riusciamo ad arri­vare ai significati finali. Sogniamo una società che sia piena di si­gnificati positivi, che sappia vivere, ma, quand&#8217;anche riuscissimo</p>
<p>a realizzare questi obiettivi, ci scontreremmo contro le inesorabi­li barriere del vivere quaggiù.</p>
<p>Il Signore approva che noi diamo senso alla vita, che passiamo dall&#8217;ignoranza alla scienza, dall&#8217;incompetenza alla competenza, dal disordine alla legalità. Gli piace tutto questo, ma aggiunge: «lo sono venuto ad aumentare la vostra gioia, vi do di più, perché posso darvelo: io vengo da altrove. Accettate la vita della grazia? Accettate che la vostra speranza se ne vada tranquilla oltre la mor­te senza né disperazione né paura, anzi con una prospettiva di gioia più vera e per sempre? Accettate che l&#8217;amore, la benevolen­za reciproca possa diventare uno stato di esistenza: sapete che è possibile?».</p>
<p>Il discorso diventa molto concreto. Considerate, per esempio, una famiglia qualsiasi che, da quando esiste o poco meno, si tor­menti per i rapporti difficili, fragili: quanto ci si fa soffrire nel pic­colo e nel grande! Vi piacerebbe vivere come dice Paolo: «unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra di voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d&#8217;intenti»? Sareste contenti di vivere così, voi, mariti e mogli che non andate d&#8217;accordo, genitori e figli che non v&#8217;incontrate più e che spesso vi parlate solo per litigare? «Sì, ma è un sogno», sarebbe la risposta più probabile.</p>
<p>Gesù invece è venuto a dirci che non è un sogno, che, se accet­tiamo il suo Spirito di carità, possiamo vivere amandoci: ecco do­ve si aumenta la letizia, dove si moltiplica la gioia. A volte delle persone vengono a dire al sacerdote: «Speriamo che duri, sono tre mesi che non litighiamo: è un mezzo miracolo». Ma tre mesi sono pochi, perché il Signore è capace di darvi pace fin che vivete, se volete. Portate tutti in voi affanni, fastidi, speranze e paure, tanta fatica del cuore. Chi può affermare: «Grazie, Signore, mi basta la gioia che ho, sono a posto»?</p>
<p>Accogliete allora l&#8217;invito di Gesù: scegliete il momento diffici­le della vita e mettetelo sull&#8217;altare. Ditegli: «Anche noi siamo un poco nell&#8217; ombra della morte, abbiamo i nostri pensieri neri, i no­stri momenti tenebrosi. Ci rivolgiamo a Te, Signore, perché sei quello che guarisce, che solleva, che ci porta oltre».</p>
<p>Si spiega allora perché l&#8217;entusiasmo della situazione eccezio­nale descritta da Matteo affascinò molti. Gesù passa, dice a due pescatori: «Seguitemi&#8230; », ed essi lo seguono subito. È stato un en­tusiasmo straordinario, perché hanno capito che Lui li conduceva oltre, infatti essere pescatori di uomini, attrarre a Dio altri è l&#8217;im­presa più bella del mondo. È il «lavoro» del prete: incontri una persona che è ferita dalla vita, che non sa più che cosa fare, e puoi dirle: «Guarda che la tua gioia può risorgere ed essere moltipli­cata; c&#8217;è Chi sa farlo ed io ho il bene di comunicartelo». È un ma­gnifico compito, non solo dei preti, ma di ogni cristiano, perché tutti siamo battezzati nel sacerdozio di Gesù.</p>
<p>È molto bello tutto questo, è veramente tale che allarga il cuo­re alla gratitudine: «Come sei buono, Signore, come sei grande! Ci incarichi di passare in mezzo agli altri con parole di bontà, di fi­ducia, con apertura di cuore, con stile d&#8217;incoraggiamento, di ac­compagnamento, di profezia, portando qualcuno a Te».</p>
<p>Non dite che non sapete chi accompagnare: tutti, se volete, po­tete condurre qualcuno a Gesù Cristo. Se vi pare che non sia così, domandate al Signore qual è la persona che dovete accompagna­re ed Egli ve la metterà sulla strada, subito. Siamo profeti, popolo di profeti: chiediamolo. E, offrendo al Padre questo stesso Gesù nel momento culminante del suo dono -« . . .il mio corpo, il mio sangue dati per voi» -, esprimiamo la nostra infinita riconoscen­za, e anche un grande desiderio che il suo invito a seguirlo diven­ti una voce affascinante, irresistibile per molti, giovani o non gio­vani. «Seguitemi»: tanti si alzeranno e lo seguiranno.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>Anniversario Don Pollano</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 18:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari Amici, riprendo i vostri indirizzi mail in occasione del 1° anniversario della scomparsa di Mons. Pollano. Infatti penso vi sia gradito conoscere come viene ricordato, anzitutto nella preghiera. La Santa Messa “con Lui e per Lui” verrà celebrata domenica 2 gennaio alle ore 11,30 alla Consolata da Mons. Marino Basso, Rettore del Santuario. Inoltre, in questi giorni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari Amici,</p>
<p>riprendo i vostri indirizzi mail in occasione del 1° anniversario della scomparsa di Mons. Pollano.</p>
<p>Infatti penso vi sia gradito conoscere come viene ricordato, anzitutto nella preghiera.</p>
<p>La Santa Messa “con Lui e per Lui” verrà celebrata <strong>domenica 2 gennaio alle ore 11,30 alla Consolata </strong>da Mons. Marino Basso, Rettore del Santuario.</p>
<p>Inoltre, in questi giorni è uscito per le Edizioni Studium l’ultimo testo scritto da Mons. Pollano, dal titolo:</p>
<p>«<strong>IN GESÙ CRISTO SALVATI DAL FINITO</strong>».</p>
<p>Alcune copie di questo libro potranno essere ritirate domenica 2 gennaio alla Consolata, dopo la celebrazione eucaristica.</p>
<p>Nelle librerie che già l’hanno richiesto giungerà probabilmente soltanto nelle prime settimane di gennaio.</p>
<p>Maria Luisa Mathis</p>
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		<title>Maria madre di Dio &#8211; Omelia Don Pollano</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 18:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Madre di Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Maria]]></category>

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		<description><![CDATA[MARIA SS. MADRE DI DIO Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21 “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>MARIA SS. MADRE DI DIO</h4>
<p>Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21</p>
<p>“<em>Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore</em>”</p>
<p>Se avessimo dovuto descrivere noi questa scena presentata da Luca, colma di entusiasmo e di lode, è probabile che avremmo scelto, riguardo a Maria, le parole che l&#8217;evangelista utilizza in un’altra occasione: “<em>Tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano e Maria da parte sua disse:- L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore</em>”. Infatti avremmo percepito molto più armonico, in una pagina di gioia, un grido di gioia. Troviamo, invece, nel versetto 19 del capitolo secondo di Luca, ora letto, che Maria fa tutto l’opposto: da parte sua, tace, tace meditando raccolta. È proprio qui che ci attende il Vangelo oggi, per capire con Lei perché tace, e tacere un poco con Lei. Non è strano che si taccia quando si vuole riflettere e comprendere meglio, lo facciamo sempre tutti. E già questo è interessante.</p>
<p>Mentre i pastori, come molti, come noi stessi qualche volta, riducono ciò che hanno visto al loro sentimento, alla loro emozione, Maria sente che di fronte a quel bambino, che giace nella mangiatoia, non deve limitarsi a una gioia umana, deve, invece, elevarsi Lei per capirlo. Perciò sta tacendo, per non perdere la grandezza dell’evento appena cominciato e del momento presente. Troviamo, dunque, Maria in <strong>un atteggiamento interiore di  elevazione</strong>.</p>
<p>Non si tratta solo di comprensione, come quando si dice: “Voglio capire meglio”, ma sapendo che con la nostra intelligenza  ci riusciremo. E’ di più. È un’elevazione a qualcosa che ci supera, però in modo tale che ci avvince, ci attira, come può accaderci qualche volta quando preghiamo. Non capiamo, ma ci sentiamo portati a star lì, perché lì c’è Dio.</p>
<p>Il bisogno di elevarsi, per trovare cose più grandi, non è soltanto di Maria e non interessa solo l’ambito religioso. Tutta la storia umana è piena di tentativi di elevarsi, come testimoniano i grandi sistemi ideali delle filosofie, le mitologie o anche la fantascienza: mille modi di superare la nostra misura, però tutti quanti umani, cioè fatti, in sostanza, d’immaginario.</p>
<p>Qui, invece, non c’è nulla d’immaginario, qui c’è un bambino, in carne ed ossa, ma Maria è obbligata ad elevarsi proprio guardandolo, perché ricorda benissimo com’è nato da Lei. Lo ricorda come fosse accaduto il giorno prima: <em>“Lo Spirito Santo scenderà su di te, l’ombra dell’Altissimo ti coprirà”</em>. Di conseguenza, guardando quel piccolo bambino, è costretta ad andare alle origini che, per la sua cultura ebraica e per la sua pietà personale, sono davvero altissime, si perdono in alto. L’essere Madre del Figlio dell’Altissimo la sta sollevando, la sta incantando, potremmo dire. Perciò, da parte sua, <strong>tace e contempla</strong>.</p>
<p>Questo atteggiamento ci interessa molto, perché, visto che quel bambino è Gesù, il Figlio di Dio, lo stesso atteggiamento è richiesto anche a noi; altrimenti perché saremmo credenti?</p>
<p>Dunque, tu, Maria, guardi tuo Figlio e vai molto in alto, più in alto che puoi, nel mistero di Jahvé, il trascendente Dio ebraico. Vai là per capire questo bambino e congiungi queste due realtà che sembrerebbero del tutto lontane, ma adesso non lo sono più: la suprema trascendenza di Dio e l’immanenza di questo piccolo bambino. Allora, oltre alla gratitudine, allo stupore, alla meraviglia, non può non nascerti in cuore anche un immenso: “Ma perché? Perché sei nato da me? E perché sei nato?”.</p>
<p>E il piccolo Gesù è la risposta incarnata.</p>
<p>“Prima di tutto volevo entrare nella storia del genere umano e allora sono nato da donna”.<em> Nato da donna </em>è l’espressione che usa l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Essa, però,<em> </em>vuol anche dire: consegnato all’affetto, anzi all’amore profondo di una donna. E potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, al tipo di amore più profondo, dedicatorio, fedele che si trovi sulla terra<em>.</em> Ci sono tanti tipi di amore buono, lodevole, desiderabile, ma l’amore di una madre, che sia coerente e fedele, è imbattibile, perché sfida il tempo, i cambiamenti, le situazioni, sfida le ingratitudini, sfida tutto, e rimane.</p>
<p>Allora è già importante che Tu, Gesù, Figlio di Dio, per venire tra noi, non abbia solo cercato il grembo di tua Madre, ma anche il cuore di una creatura che, come madre, è quella che ti poteva accogliere di più. <strong> Hai cercato la via dell’affetto e della tenerezza</strong><em>.</em></p>
<p>Delle innumerevoli icone di Maria che esistono, alcune si fanno un po’ tradizionalmente risalire proprio a Luca, che si dice fosse anche pittore. Di lì sono nate tre figure tipiche dell’icona, che poi sono diventate modelli per tutti i ritratti della Madonna. La prima icona in assoluto comparsa nella tradizione cattolica è quella che probabilmente avrete visto qualche volta: la Madonna tutta china sul bimbo, che a sua volta le appoggia il volto sulla guancia, la cosiddetta <em>Madonna della Tenerezza</em>.</p>
<p>Dio cerca tenerezza e la cerca dove sa di trovarla: in un perfetto cuore materno. Sarebbe già molto, ma non è tutto, perché qui siamo davanti a Dio e, quando si parla di Dio, non basta fare né della biologia né della psicologia, bisogna fare della teologia: trovare le ragioni profonde di Dio in Dio.</p>
<p>Dio è amore, <em>agape </em>e la caratteristica dell’amore è il donarsi gratuitamente, il consegnarsi perdutamente all’altro. Allora ecco che<strong> Dio, attraverso Maria, si consegna a tutti noi</strong>: “Mi sono cercato una mamma per rassicurarvi. Potevo comparire tra voi come un San Giorgio con la spada, potevo fare quello che volevo, Io sono il Creatore. Ho scelto la via che convincesse di più, per farvi capire che era il mio infinito &#8211; che non è il freddo assoluto dei filosofi -, il mio vivo infinito d’amore che veniva a cercarvi”.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Così Maria, a poco a poco, crescendo nella fede, capisce quel nome:<em> Gesù.</em></p>
<p>Era un nome piuttosto frequente: <em>Jehoshu’a</em>, ‘Dio salva’. Nella storia ebraica c’erano stati dei Jehoshu’a-Gesù, ma il Dio che salva, in prima persona, non era ancora venuto, ed ora eccolo.</p>
<p>Maria vede, dunque, quel Bambino com’è: piccolo bambino che, appena si muove, fa sì che Lei si chini su di lui, perché, se trascurasse di occuparsene per qualche ora, lui non potrebbe vivere. E’ un piccolo bambino come tutti. Ma, nello stesso tempo, come diventa grande! E’ l’<em>Altissimo,</em> che sceglie l’amore per venire, diventa inerme nelle nostre mani, dipende in tutto da noi, perché se no muore di fame; dunque ci rassicura, cerca il nostro cuore per avere un tepore di vita, vuol essere amato, ma è Lui l’Amore molto più grande che si dona.</p>
<p>E si dona a tutti. Questa maternità diventa arbitra della storia umana, perché da quel momento in avanti, quando diciamo: “Mamma, madre”, non possiamo più soltanto pensare alla nostra, seppure ottima, amatissima mamma, troppo poco! Dio ha avuto una mamma e noi a Lei ci rivolgiamo, anche perché, essendo madre di un Dio, che a sua volta è Creatore di tutto, è diventata la Madre del creato, la Madre della Chiesa.</p>
<p>Tutto questo non è affatto ridurre la teologia, che rimane molto alta, a dei parametri umani buoni, semplici, emotivi.</p>
<p>Dio è padrone del cuore umano e di tutte le sue ricchezze. Di conseguenza noi guardiamo a Lui, perché è Dio; guardiamo a Cristo, perché Cristo è Dio, Figlio di Dio, ma guardiamo anche a Lei, perché a Dio è piaciuto metterla così, tra noi e Lui, misteriosa, umilissima mediazione. Madre della nostra grazia: <strong>tutto ciò che Dio ci dona passa attraverso di Lei</strong>, mediatrice potente, silenziosa. Madre della nostra vita: pensate a tutte le cose grandi che le chiediamo, che andiamo a cercare a Lourdes, a Fatima, o qui, o dovunque! E’ una dispensatrice straordinaria, perché il suo cuore è materno. Chi ha un cuore materno non ha misura.</p>
<p>Come siamo saggi quando le diamo un posto importante nella nostra vita! Qualcuno qualche volta dice: “Ma io preferisco Gesù Cristo”. E’ un’ ingenuità, perché non è questione di preferenze, c’è ancora molto di psicologico in questo modo di esprimersi. Qui è questione di verità: è l’ordine di Dio.</p>
<p>Vi rivolgo allora una domanda molto concreta: l’umile ma sincera “<em>Ave Maria piena di grazia…”</em> che posto ha nella vostra vita?  Non c’è nulla di disdicevole nel dire: “<em>Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te…”, </em>nulla di popolare, nel senso riduttivo del termine. I contemplatori del Verbo non sono cristiani se fanno solo quello: bisogna prendere le cose come Dio ce le ha date, Egli ci conosce molto bene.</p>
<p>C’è davvero da augurarsi che quest’anno nuovo, che vuol dire un tempo nuovo, possa essere molto vissuto in un rapporto rinnovato e rafforzato con la Madre di Dio.</p>
<p>La Chiesa ha patito per definire Maria <em>Madre di Dio</em>. I primi secoli sono stati tormentati dal punto di vista teologico, perché questo attributo pareva ad alcuni eccessivo. Certo, se si pensa al Dio eterno e increato, non si pone una madre. Ma, quando Dio si fa uomo e rimane Dio, allora ecco scaturire dal Concilio di Calcedonia il termine, tanto caro ai nostri fratelli greco-ortodossi: <em>Theotokos</em>, la <em>Madre di Dio</em>. Li incanta questa espressione, di cui sentono tutta la grandezza. Non è un caso che l’icona, a differenza delle Madonne occidentali, abbia spesso l’aspetto trascendente che al nostro senso estetico può dire poco, mentre dice molto se lo si interpreta con intelligenza di arte e di fede. La <em>Theotokos, </em>la grandissima Madre di Dio!</p>
<p>Questo è il significato del nostro essere qui oggi: “<strong>Ti</strong> <strong>consegniamo non solo la nostra vita, ma il tempo del mondo. </strong>Tu sai, Tu che hai detto a Gesù quella volta: “<em>Non hanno più vino”</em>. Quanti significati ha questa frase! <em>Vino</em> rappresenta tutto ciò che serve all’uomo. Non hanno più chissà quante cose, ma, per tante che siano, ecco l’occhio e il cuore di Maria: “Non hanno più vino, Gesù! Che cosa fanno allora?”. E Gesù, come quella volta, agisce in modo che Lei possa dire: “<em>Fate quello che vi dirà</em>”, e tutto si risolve.</p>
<p>Ci riconsegniamo così, molto convinti, a Maria oggi. Non consideriamo certo questo gesto come un piccolo termine di devozione, ma le promettiamo che faremo quello che Gesù ci dirà, però col suo aiuto, perché Lei sa che siamo fragili e poveri: non è la Madre della Misericordia? Non è il Rifugio dei peccatori? Non è la Porta del Cielo?</p>
<p>Tutti i problemi, piccoli o grandi, personali, dei popoli, dell’ecumenismo… sono tutti nelle mani di Maria<em>.</em> Questo ci dà una fiducia sconfinata, però bisogna anche implorare: “Prendi, per favore, in mano Tu le sorti dell’umanità, perché, lasciata a se stessa, vedi quanto male sa fare. Prendi nelle mani Tu questo popolo in cammino”. Ditelo, e non ditelo solo oggi. Vi assicuro che potremo vedere risultati straordinari di bene e di grazia, per tutti.</p>
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		<title>Immacolata &#8211; Don  Pollano</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 16:46:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo di Maria]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Immacolata]]></category>
		<category><![CDATA[Maria]]></category>
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		<description><![CDATA[IMMACOLATA CONCEZIONE B.V.M. Gen 3,9-15; Ef 1,3-6; Lc 1,26-3 «Ti saluto, o piena di grazia» La giornata di oggi ci offre una grande occasione per capire Maria, prima contemplandola e  pregandola, poi anche parlandole così come sappiamo. Oggi infatti la Chiesa ce la propone come fu ed è, Immacolata, e lo fa con l’intenzione che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IMMACOLATA CONCEZIONE B.V.M.</strong></p>
<h1>Gen 3,9-15; Ef 1,3-6; Lc 1,26-3</h1>
<p><em>«Ti saluto, o piena di grazia»</em></p>
<p>La giornata di oggi ci offre una <strong>grande occasione per capire Maria</strong>, prima contemplandola e  pregandola, poi anche parlandole così come sappiamo. Oggi infatti la Chiesa ce la propone come fu ed è, Immacolata, e lo fa con l’intenzione che tutti noi, Popolo di Dio, la fissiamo con fede convinta ed ammirata.</p>
<p>Ammirazione che però non ce la allontani: il Concilio Vaticano II ha ribadito, quanto a Maria, che la Chiesa riconosce in Lei la propria icona già perfetta, e di conseguenza tende a imitarla nella vita di grazia: noi la fissiamo per imparare come noi stessi siamo chiamati a divenire.</p>
<p>C’è di più: essendo nostra Madre, Maria ha ora il compito di fare fluire in noi la grazia di Cristo che ha resa Lei santa e immacolata qual è. Per questo noi le rivolgiamo oggi ancora una volta sguardo e desiderio secondo fede e amore.</p>
<p>Un teologo ha intitolato un suo saggio: “Maria, chi sei veramente?”. E’ la stessa domanda, lo ricorderete, che Bernadette rivolse alla figura misteriosa apparsale a Lourdes. A Bernadette la Signora rispose di persona, qui ci facciamo illuminare secondo la Chiesa dalla parola di Dio.</p>
<p>Si applicano infatti perfettamente a Lei le parole della Lettera agli Efesini: <em>“In Lui, Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà”. </em>Sì, anche Maria è diventata “figlia adottiva”; ma in più, privilegio incomparabile!, è stata fatta anche Madre del Figlio grazie al quale è divenuta figlia di Dio. Portentoso mistero.</p>
<p>Perciò il santo Vangelo la chiama la <em>“piena di grazia”, </em>la “<strong>colma del favore di Dio</strong>”. Riflettiamo su questo nome unico. Quando è che voi direste mai a qualcuno: “Tu sei colmo del mio favore”? Espressione iperbolica…Sarebbe come dire: “Io ti riempio del mio affetto e del mio amore, ti voglio appassionatamente, tu non mi sfuggirai mai, anzi mi amerai con tanta perfezione che io potrò sempre fidarmi di te in modo assoluto”. Siamo nel divino molto più che nell’umano. Gesù Cristo per primo è stato prediletto così dal Padre. E dopo di Lui, dalla pienezza di Lui, ecco Lei, la Tuttasanta e senza peccato.</p>
<p>Per essere nostra madre, perché anche noi Dio tiene nel suo favore particolare, noi battezzati, perdonati, eucaristici. e missionari. E’ questa la nostra grandezza comune: Maria colma, noi ricchi di grazia viva, dinamica e bella. E questo suo essere colma, e maternamente colma, la rende &#8211; pur così piccola davanti all’Onnipotente &#8211; figura feconda da cui nasce, con Cristo, la storia nuova, salvata; offrendoci il Santo Ella propone alla storia la contraddizione, e la spartisce in due fiumane: quella che crede nel Figlio, pieno di grazia e di verità, e perciò in Lei, per vivere come loro; quella invece che lo rifiuta preferendo costruirsi da sé sola.</p>
<p>Anche la pagina biblica della prima Lettura è piena di fascino. Nell’apparenza mitica essa contiene fra le altre una verità centrale per noi quando afferma che <em>“l’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi”.</em> E’ come dire  che con la mancata fede nella Parola di Dio e la conseguente trasgressione inizia per la creatura umana un tipo di vita che si è privato<strong><em> </em></strong>del favore di Dio. Possiamo chiamarlo tragedia.</p>
<p>L’uomo, rifiutando il favore di Dio, resta con le sue sole risorse ad affrontare l’avventura di esistere. Intelligente, capace di scienza, ricco di immaginario, creatore di bellezza, soggetto intraprendente, ricco di volontà e audacia, costruttore…Ma dopo la rottura d’amicizia con il suo Creatore, con cuore indurito e scarsissima capacità di amare: il fratricidio che insanguina subito la storia lo dirà chiaro.</p>
<p>All’uomo di tutti i progressi basterà sempre un nulla ormai per uccidere il fratello o il bimbo nel grembo di sua madre, e per lasciar morire senza un fremito milioni di uomini come lui, per malattia e fame.</p>
<p>E’ grazie a Maria che questo umanesimo tragico, in cui siamo immersi tutti, trova per virtù di  Dio il suo rimedio. Perché con Lei senza peccato viene nel mondo il nuovo cuore di Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, la sovrabbondanza della carità divina: già Lei ne rispecchia e vive la ricchezza, e non per sé sola; è madre e dunque esiste per far passare in noi, dolce nutrice, la ricchezza della grazia del Figlio.</p>
<p>E’ eccellente, questo disegno divino.</p>
<p>Perché così ci troviamo affidati a una che non è come noi, incerti e peccatori, sempre esposti a perdere la nostra immacolatezza cristiana, o sovente perdendola, e tanto spesso scarsi nella sua misura; Maria vive immacolatezza piena, perfettamente in grado di proteggere e tutelare la nostra, sempre pronta alla nostra cura.</p>
<p>Per questo chi saggiamente ha con Lei grande rapporto di fede e devozione filiale cammina molto più sicuro verso il Regno.</p>
<p>Maria, la Immacolata, non si presenta dunque a noi come personaggio opzionale, che accetteremo secondo le nostre varie sensibilità. Sarebbe errore ben grave farlo. Ella fa semplicemente parte del disegno di Dio. Che lo si sappia o no, che lo si voglia o no, agisce nell’economia della Salvezza per ciascuno di noi e per tutti.</p>
<p>E’ cioè Madre insopprimibile. E si badi, è Madre che ha conosciuto il dolore e la fatica fedele di credere, sperare e amare per tutta la durata della vita terrena. Volle rimanere nel favore di Dio, a qualsiasi costo, e perciò può dire a noi con totale credibilità: “<strong>Restate anche voi fedeli al favore di Dio come me, a qualunque costo</strong>”.</p>
<p>Non c’è che una risposta, è evidente, al di là dei nostri compromessi e dei falsi equilibri fra bene e male, perché proprio a Lei, Immacolata, possiamo e dobbiamo rimanere vicini con ottimismo e gioia. Guardandola capiamo che il destino cristiano non è troppo per noi: il mondo grida, ma lo Spirito è più forte.</p>
<p>Se oggi dunque vogliamo fare un dono autentico a Maria, oltre quest’ora convinta di preghiera, allora riconosciamoci in Lei e riconosciamola in noi. Possiamo ripeterle, nel silenzio del cuore: “Anche noi siamo stati immersi nell’immacolatezza di Gesù, come te, per essere purificati e santi. Aiutaci Tu a ripercorrere con amore e coraggio nuovi le vie del nostro Battesimo, la nostra immacolatezza in questo mondo”.</p>
<p>E’ la preghiera che l’Immacolata<strong> </strong>attende e che è prontissima a esaudire.</p>
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		<title>Io sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2010 17:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[omelie]]></category>

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		<description><![CDATA[XXXI DOMENICA  DEL  TEMPO ORDINARIO Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2 Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10 “Io sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” Anche oggi, come altre volte, dovremmo dire che a questo Vangelo manca solo la voce, perché ci darebbe un conforto potente ascoltare come allora il Signore, e  particolarmente la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>XXXI DOMENICA  DEL  TEMPO ORDINARIO</h1>
<p>Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2 Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10</p>
<h2>“<em>Io sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto</em>”</h2>
<p>Anche oggi, come altre volte, dovremmo dire che a questo Vangelo manca solo la voce, perché ci darebbe un conforto potente ascoltare come allora il Signore, e  particolarmente la gioia che vibrò nella sua voce mentre Egli diceva “Io sono venuto a cercare e a salvare”. Capiremmo molto meglio chi era e chi continua a essere Gesù.</p>
<p>Di Dio si possono avere innumerevoli opinioni, alcune giuste, alcune difettose, alcune sbagliate. Ma qui siamo davanti al Dio della rivelazione, un Dio che non possiamo pensare se non davanti all’uomo perduto. E’ ciò che Egli ha accettato di essere e di fare: “Mi metterò davanti a te, mia carissima creatura, non perché sei importante, bella &#8211; non occorre che ti abbellisca per venire davanti a me ! -, ma per quella che ti sei ridotta ad essere: perduta”.</p>
<p>Un Dio così vale la pena conoscerlo, incontrarlo, vale la pena lasciarsi coinvolgere dalla sua gioia, la più grande che si possa immaginare, perché non è gioia di un uomo, pur vivissima come quella dell’artista davanti alla sua opera o dell’atleta davanti alla sua vittoria: <strong>è la gioia di Dio davanti all’uomo ritrovato</strong>.</p>
<p>Il che immediatamente ci obbliga a fermarci sulla parola chiave di questa pagina di Vangelo, che è appunto: “<em>perduto”</em>. Zaccheo è un peccatore pubblico per la mentalità ebraica, ma anche nella nostra realtà, per quel facile e pericoloso peccato che è l’attaccamento alla propria ricchezza. La questione, però, non riguarda il suo particolare peccato, ma il fatto che egli è peccatore, dunque tutti noi che peccatori siamo. Solo che accettiamo la bruciante parola: “<em>perduto”</em>.</p>
<p>Il verbo <em>perdere,</em> di uso così frequente, significa cessare di avere qualche cosa che si possedeva:“Non ho più la borsa”, “Sto perdendo la memoria”, si dice; o peggio: “Sto perdendo la mia dignità”. <em>Perdere</em> ha spessissimo un senso negativo, fino al degrado totale. L’ultimo gradino di questo viaggio verso il basso è allora raggiunto quando l’uomo deve ammettere di aver perso se stesso, e dice: “Lentamente ho perso il senso di me, il mio perché per esistere”. Quanto serve qui ricordare<strong> noi siamo creature di Dio</strong>, e il senso è l’unica cosa che non possiamo darci da soli! Il nostro senso infatti sta nascosto nel profondo legame che Lui ha voluto avere con noi cominciando a crearci e amandoci tanto. E l’uomo se lo deve spesso ripetere: “Il mio senso è che sono di Dio e che la luce di Dio, non la mia soltanto, m’illumina; che l’amore di Dio, e non soltanto il mio, mi sostiene e mi consola; che il bene di Dio nutre la mia speranza, e così via. Se rinuncio a tutto questo, resto io, perduto, non perché sia stato Dio a rendermi tale, ma perché  mi sono perduto”. Il termine del testo ha proprio tale significato: lì “<em>perduto</em>” non equivale a “smarrito”, ma include il concetto della personale  responsabilità.</p>
<p>Da tutto ciò si deduce che la rovina definitiva dell’uomo non è una di quelle a cui egli può andare incontro nell’esistenza terrena sul piano economico, sociale o della salute: la rovina delle rovine è quella teologica, quando la questione di Dio non è risolta, quando il legame con Lui non c’è più o non c’è ancora. Il perduto, dunque, è colui che non si ritrova o non si ritrova abbastanza, o peggio,  non vuole ritrovarsi in Dio. Ecco perché il Signore prende anche Lui la strada del viaggio verso il basso e viene. Ed è felice quando può dire a qualcuno: “Eri perduto, e ora ti ho trovato.”</p>
<p>Anche noi, per esperienza, sappiamo che cosa significhi ritrovare una persona che avevamo in qualche modo perduta. Come il cuore sussulta quando grida: “L’ho ritrovato! C’è!”. Eppure questo è ancor niente in confronto alla gioia che prova Dio quando ci perdona nel sacramento della Riconciliazione, per fare l’esempio più pertinente, ma anche ogni volta che può riconciliarsi con noi grazie a un’attenzione, uno sguardo, un palpito del cuore. <strong>Egli ci ritrova, ed è sempre felice</strong>.</p>
<p>L’uomo porta dunque dentro questa rovina teologica, della quale, quanto più i tempi sono  disinvolti e leggeri riguardo a Dio, tanto meno si rende conto. Gli rimane sì il senso di qualcosa che manca, ma non riesce più a risalire all’origine di questo malessere. Molti infatti oggi dicono: “Siamo perduti”; la letteratura del secolo scorso è traboccante di  senso di perdizione, ma non si riferisce più alla rovina teologica. E allora che cosa si può fare? All’uomo del tempo attuale bisogna ripetere con amore: “Se non gestisci più il bene prezioso e irrinunciabile che è la vita, prima di tutto nel tuo radicante e fondativo rapporto con Dio che ti ama, allora sarai costretto al tuo nulla. Cercherai sì di ritrovarti, visto che ti senti disorientato e perduto. Lo tenterai costruendo te stesso su qualche piattaforma terrena, con qualche valore buono, solido, cercando di difenderti dal male, dal delitto, dalla trasgressione, e di costruire un mondo che soddisfi le tue aspettative: ma il senso profondo di non riuscirci mai come vorresti ti creerà angoscia, e il sentimento assillante dell’essere perduto continuerà a pesare sul tuo cuore.</p>
<p>E Dio continua intanto a essere Gesù Cristo che percorre il mondo per trovare quelli a cui dire: “Oh, ti ho incontrato finalmente! Da sempre ti cerco, ma tu non ti voltavi mai a guardarmi! Facevi sempre il sordo; ora però ti sei accorto che senza di me sei perduto”. Questa consapevolezza è essenziale: non basta infatti essere dei perduti per andare da Dio, si possono anche tentare vie d’uscita del tutto diverse, e occorre invece capire qual è la vera radice della propria infelicità. Tra essere perduti e rendersene conto, tra rendersene conto e comprendere che la rovina è teologica, perché abbiamo bisogno solo di Dio, ci sono passi che si compiono, se vogliamo, rispondendo all’incoraggiante grazia di Dio.</p>
<p>Proprio perché è un  Dio che cerca, Egli è anche  un Dio che chiama:<strong> “</strong><em>Sto alla porta e busso</em><strong>” </strong>sta scritto; come a dire: “Prima che tu bussi alla mia porta, sono io che busso alla tua, al tuo cuore, alla tua mente. Quando hai dei dubbi, delle inquietudini, quando non sai più a chi rivolgerti, quando stai per dire: &#8211; Sono disperato! -, allora tu ti volgi a me, ma io bussavo già alla tua porta. Se vuoi aprimi”.</p>
<p>Questo è lo stato attuale delle cose: pochi sono felici, e lo saranno finché ci riescono; molti sono chiaramente infelici e hanno fatto diventare questa infelicità la loro filosofia, divenendo gelidamente pessimisti. Eppure si rendono conto che questa non dovrebbe essere la condizione umana. Cechov disse: “L’uomo è una corda musicale spezzata”. Semplice il paragone, ma efficace: tu non sei un pezzetto di fil di ferro più o meno contorto che non si sa a che serva, sei, eri una corda musicale da cui si potevano trarre  melodie meravigliose.</p>
<p>E Dio è appunto capace di rifare le cose da capo. Pensiamo ai nostri giovani: ce ne sono in Italia almeno 300.000 completamente allo sbando, non perché siano nati con dei difetti, ma perché si sono perduti. Chi li ricupererà? Questa è una domanda pratica e angosciosa, che tormenta e stimola. <strong>Quanto abbiamo bisogno che Gesù venga a dirci: “Sai, eri perduto e ti ho ritrovato”!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>A questo punto occorre assumere il discorso anche per noi singolarmente, senza pensare che il perduto sia sempre qualcun altro. Dobbiamo renderci conto che anche noi conosciamo il peccato, e ci conviene il posto di Zaccheo.</p>
<p>Avete notato le parole di Paolo ai Tessalonicesi?  Molto belle, perché egli si rivolge a dei cristiani, li loda in quanto buoni cristiani, ma con tutto ciò, anzi per questo, dice che prega per loro. Perché? “<em>… perché Dio vi renda degni</em> &#8211; sempre più degni &#8211; <em>della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù</em>”. E’ il movimento della grazia che si rinnova: noi speriamo di essere già salvati dal Signore, ma con questo non possiamo dire che in noi non ci sia più perdizione affatto, o un progresso di bene da compiere o altra chiamata a cui rispondere: “Signore, compi la tua volontà. C’è ancora qualcosa di me di cui tu devi dire: &#8211; Ti cerco e voglio trovarti &#8211; . Quando il mio egoismo è forte, quando il mio giudizio sugli altri è freddo, distante, quando non sono generoso, non sono puro di cuore, &#8211; le mille occasioni in cui non sono ancora cristiano &#8211; , è lì che ho bisogno d’incontrarti e di darti la grande gioia di lasciarmi salvare”.</p>
<p>Facciamolo oggi a Gesù questo discorso: “<strong>Io mi lascerò salvare ancora, Signore, mi lascerò santificare</strong>, e so anche &#8211; perché Tu non mi lasci al buio &#8211; da dove comincerò. C’è un perdono che ho da dare: è il momento. C’è una riconciliazione che ho da compiere, una compassione  che ho da avere: è il momento. C’è una parola che devo dire, un gesto che non devo più fare. C’è una corruzione nella quale non devo più discendere: è il momento, perché Tu mi aspetti lì e non ti basta tutto il resto. Mi vuoi  salvo  tutto, non in parte. Tu mi vuoi santo, e io so che cosa aspetti”.</p>
<p>Un momento di franchezza amichevole con Gesù, di grande  fiducia nella sua grazia, e d’impegno: “Fidati, Signore! Tu sei venuto quaggiù per cercarmi, non sono venuto io lassù a cercare te. E non voglio deludere questo tuo lungo amore, che durerà quanto la mia vita. Se morirò  cosciente, l’ultima parola che spero potrò dirti sarà questa: &#8211; Signore, abbi pietà di me &#8211; !”. E che cos’è questa se non l’invocazione di uno che, amato, vezzeggiato, da Dio con mille grazie, tuttavia sa ancora di dover essere salvato? Auguriamocelo, per noi e per i molti del mondo a cui Dio guarda con infinita pazienza.</p>
<p>Affidiamo noi stessi e il mondo a Maria, a cui conviene particolarmente oggi il grande titolo <em>Regina del mondo</em>, ma anche non di meno <em>Madre della misericordia</em>.</p>
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		<title>Tutti Santi &#8211; catechesi di Don Pollano</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 15:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti Santi]]></category>

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		<description><![CDATA[TUTTI I SANTI Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; I Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” La nostra riflessione, la nostra contemplazione di fede oggi opportunamente comincia dalla grande pagina del libro dell’Apocalisse. Questa lettura andrebbe ripresa dal capitolo quarto, dove si apre la grande visione del Veggente, che ci trasporta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>TUTTI I SANTI</strong></p>
<p>Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; I Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a</p>
<p>“<em>Beati i puri di cuore perché vedranno Dio</em>”</p>
<p>La nostra riflessione, la nostra contemplazione di fede oggi opportunamente comincia dalla grande pagina del libro dell’Apocalisse. Questa lettura andrebbe ripresa dal capitolo quarto, dove si apre la grande visione del Veggente, che ci trasporta &#8211; ed è il passaggio che dobbiamo fare anche noi oggi &#8211; in tutt’altro scenario rispetto a quello presente: la stessa Apocalisse parlerà di “<em>un nuovo cielo e una nuova terra</em>”. Il nostro presente è provvisorio: dunque né unico né ultimo, destinato a sparire, per lasciare il posto allo scenario definitivo della vita e del suo significato. L’Apocalisse dice che il Veggente vide una porta aperta e sentì una voce che invitava: “<em>Vieni</em>”. Passare per la porta significa morire alla vita presente ed entrare in uno scenario totalmente altro, perché percepiamo che non c’è più il tempo: là c’è una moltitudine, tutta presa in un solo canto di gioia e di lode.</p>
<p>I protagonisti di questa nuova realtà, piena di luce e di gioia, non sono principalmente i santi: <strong>questo scenario è dominato in maniera inequivocabile dalla presenza di Dio</strong>. L’assolutamente indicibile e indescrivibile non può, però, essere rappresentato dallo scrittore che attraverso immagini umane: c’è un trono, e su di esso Qualcuno che non si può descrivere. I capitoli precedenti dell’Apocalisse parlano di un Essere che è luce, potenza, grandezza, chiamato semplicemente il “<em>Dio vivente</em>”, dove la Vita è Dio e Dio è la Vita. La nostra piccola vita in confronto è un’ombra, è un filo, là invece è il Dio vivente: il centro di tutta la scena è Lui.</p>
<p>Vicino a Lui sta Colui che Egli ha messo tra Lui e noi, perché potessimo arrivare a Lui: l’Agnello, la figura tipica del Cristo crocifisso, nel cui sangue siamo stati salvati. Attorno a Lui, che raccoglie in sé la bellezza, la potenza della vita, l’Unico che può dire “Io vivo”, ecco la sterminata moltitudine di gente tutta orientata verso Dio. Attorno al Vivente tutti vivono ormai ciò che abbiamo sentito nella grande pagina delle Beatitudini.</p>
<p>Potremmo domandare loro: “Che cosa fate?”. Essi risponderebbero: “Noi ormai possediamo il Regno, siamo cittadini della Città di Dio, abbiamo ereditato il mondo per sempre. Siamo consolati intensamente, siamo saziati di gioia, di giustizia e di pace. Noi abbiamo trovato misericordia grazie all’Agnello. Noi stiamo vedendo Dio”.</p>
<p>Di fronte ai nostri poveri godimenti umani, per i quali facciamo tante pazzie, sta questo: “<strong>Noi stiamo vedendo e godendo Dio</strong>. Ora sappiamo che cosa vuol dire essere figli di Dio. Noi siamo ricompensati”. Invidiabile situazione che, se siamo fedeli a Dio, stiamo preparando anche per noi. Sono le frasi della beatitudine promessa a chi ha avuto il coraggio di prendere Dio sul serio in questo mondo, dove si poteva e si può benissimo  ritenere di poter far a meno di  Lui. Chi di noi in questo mondo considera Dio come una realtà, non come un nome vuoto, sta camminando verso la dimora dove la gloria è evidente, dove ci sarà la libertà di essere gioiosi in tutto e per sempre. La parola delle parole sarà: “<em>La salvezza appartiene all’Agnello</em>”, e la gioia delle gioie sarà continuare a ripetere, senza mai stancarsi, con infinite modulazioni: “<em>Lode, gloria, sapienza, azione di grazia, onore, potenza e forza al nostro Dio</em>”.</p>
<p>Chi in questo mondo prende  Dio sul serio è santo. Non è facile: meno che mai oggi, nel clima di superficialità che sembra essere la malattia del nuovo secolo.</p>
<p>Si prende Dio sul serio se si vive l’audacia del discorso delle Beatitudini, si prende Dio sul serio se si accettano nostro Signore e la sua Croce, follia per questo mondo. Il cristiano preferisce essere pazzo secondo Dio che saggio secondo il mondo. Egli crede nella povertà di spirito, che non è un suicidio, ma uno specchiarsi nella Croce del Signore;  crede nella mitezza, anche se è immerso nella continua prepotenza; crede che si debba aver fame e sete di Dio pur in mezzo all’ingordigia di tante cose miserabili che governa questo mondo; crede nella misericordia; crede nella purezza di cuore. Questa è la sua fede.<strong>“Passa per la porta stretta, &#8211; direbbe Gesù &#8211; passa e arriva”</strong>.</p>
<p>Se oggi festeggiamo i Santi, non facciamo che diventare consapevoli di un destino, ma ancora di più della grandezza reale di Dio. Beati santi e sante che avete preso Dio sul serio! Beati voi che ne state seguendo le orme, pagando anche di persona, perché tanti non comprendono questo scegliere Dio. Non spaventatevi: “Cielo e terra sono scomparsi”, “spariranno i beffardi” &#8211; dice molto bene la Bibbia. Tutto passa. Generazioni di beffardi sono già scomparse, le loro parole non ci sono più, e Dio rimane. E la Grazia trionfa. E l’Agnello continua a regalarci il suo Sangue perché noi possiamo continuare a passare per la porta stretta.</p>
<p>Ha dunque pienamente ragione l’autore della prima Lettera di Giovanni, che dice: “Noi viviamo di speranza”, perché una parte della pazzia cristiana è giocarsi la vita, e in modo costoso, per Uno in cui si crede, anche se non lo si è mai visto.</p>
<p>Questa speranza ha suscitato innumerevoli conversioni. Il cristiano vive di speranza in Dio e il suo è un atteggiamento così concreto che egli si purifica perché Lui è puro, perché vuole somigliare a Gesù Cristo, per far parte di quella moltitudine di gente vestita di bianco, che ora è nella pace e nella gloria.</p>
<p>Quanti santi di Dio nella quotidianità, vissuti quasi in incognito, pur portando già dentro di sé lo splendore dello Spirito! Ciascuno di noi ha conosciuto persone così, gente comune, con il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni di ogni giorno: essi, però, erano santi, e, se si guardava bene, si coglieva in loro la presenza di Dio.</p>
<p>Dobbiamo rendere immensamente grazie a Dio di essere credenti in questa verità, di essere qui oggi a ricordarla, a riconfermarci nella volontà di essere santi per noi e per gli altri. Non dobbiamo scoraggiarci mai: il Sangue dell’Agnello è sempre pronto a purificarci. Battezzati una volta sola, noi possiamo essere lavati da questo Sangue tutte le volte che vogliamo. Troppo ci ama Dio, non vuole perderci. Se anche ci siamo macchiati, Egli ci laverà col Sangue di suo Figlio: il nostro posto è davanti al suo trono ed Egli non vuole che lo perdiamo.</p>
<p>E non possiamo non rivolgerci alla Tutta Santa, la beata Madre di Dio e nostra, raccomandandole quei tanti figli e figlie, battezzati, che hanno dimenticato la strada. Eppure il posto c’è anche per loro. Supplichiamo Dio che, prima di sentirsi chiamare e passare per la Porta, ci sia anche per loro un tempo in cui ricordano che <strong>la santità è il senso e il fine della vita</strong>.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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		<title>Tutti Santi &#8211; con Don Pollano</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 15:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Angolo della Piccola Via]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Santità]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti Santi]]></category>

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		<description><![CDATA[Vogliamo riproporre la registrazione di una omelia di Don Giuseppe Pollano per la Festa di Tutti i Santi. Buona festa a tutti&#8230; Carlo Giacoma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vogliamo riproporre la registrazione di una omelia di Don Giuseppe Pollano per la Festa di Tutti i Santi.</strong></p>
<p><object style="width: 100px; height: 100px;" classid="clsid:02bf25d5-8c17-4b23-bc80-d3488abddc6b" width="100" height="100" codebase="http://www.apple.com/qtactivex/qtplugin.cab#version=6,0,2,0"><param name="src" value="http://lapiccolavia.org/blog/wp-content/omelie_don_pollano/santi04.mp4" /><embed style="width: 100px; height: 100px;" type="video/quicktime" width="100" height="100" src="http://lapiccolavia.org/blog/wp-content/omelie_don_pollano/santi04.mp4"></embed></object></p>
<p>Buona festa a tutti&#8230;</p>
<p>Carlo Giacoma</p>
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