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	<title>La Piccola Via &#187; identità</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>Capire Dio e il suo cuore</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[Cuore di Dio]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>

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		<description><![CDATA[IV DOMENICA  DI  QUARESIMA Gs 5,9a. 10-12; Sal 33; 2 Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3. 11-32 Capire Dio e il suo cuore Siamo messi alla prova da questa grande parabola, che vuole condurci a capire Dio e il suo cuore. Essa fu narrata da Gesù in mezzo alla mormorazione di coloro che lo stavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IV DOMENICA  DI  QUARESIMA</p>
<p>Gs 5,9a. 10-12; Sal 33; 2 Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3. 11-32</p>
<h2>Capire Dio e il suo cuore</h2>
<p>Siamo messi alla prova da questa grande parabola, che vuole condurci a capire Dio e il suo cuore. Essa fu narrata da Gesù in mezzo alla mormorazione di coloro che lo stavano tentando, uomini dal cuore gelido, che respingevano la sua bontà. È molto difficile parlare a chi ha questo atteggiamento, e Gesù con questo racconto ha evidenziato una realtà che vale per tutti i tempi: in questo duro mondo, uno che ama c’è, ed è Dio.</p>
<p>Non fatichiamo a riconoscerlo e a identificarci nei personaggi della parabola, che continuamente passa dal piano narrativo a quello teologico, e non riguarda soltanto un caso specifico o  un perdono, ma vuole fare riflettere sulla condizione umana.</p>
<p>Il protagonista è un uomo che aveva due figli. Siamo quindi in una famiglia, o quel che parrebbe una famiglia. Il padre è un vero padre, mentre l’identità di figli sembra non essere maturata in loro: “<em>Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta</em>” dice uno, e l’altro: “<em>Io ti servo da tanti anni … e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici</em>”.</p>
<p>È freddo il rapporto dei due figli verso il padre: uno lo vede soltanto come colui che può dargli tutto per andarsene e l’altro come un uomo ingiusto. Sono dunque, figli, dal punto di vista sociale e patrimoniale, ma non hanno maturato la comprensione del padre. Fuor di parabola, sono l’uomo ignaro che quando il padre è Dio, Egli è <strong>il segreto della vita dell’uomo: un amore che regge tutta l’esistenza. </strong>Questo tipo d’amore  è alle radici della vita, comincia con la nostra infanzia e diventa un punto di riferimento pieno, dà senso, ispira fiducia, anzi, chiarezza; è amore che crea senso di appartenenza, di tradizione, di gioia, di casa. Senza questo sentimento fondamentale nessun uomo scopre il  proprio cuore: gli rimane dentro un nucleo gelido e sarà costretto a costruirsi un mondo superficiale, fatto di tante altre relazioni; la parte più interna di sé, però, resterà disabitata o, peggio, si riempirà di mille cose, che non lo aiuteranno a diventare il figlio che è, il figlio di Dio.</p>
<p>Noi abbiamo ricevuto il Battesimo, quindi, da quel momento, siamo figli di Dio: ma è proprio questo il rapporto d’amore che fonda l’esistenza dei battezzati? E’ la grande domanda che dobbiamo fare a noi stessi e che la Chiesa si pone: siamo un popolo di figli di Dio?</p>
<p>Nella famiglia della parabola, l’unico che ha realizzato se stesso è il padre, il quale dimostra di essere un uomo che ama. Ama perché dà quando gli è chiesto, perché non si rassegna alla lontananza e continua a guardare l’orizzonte della possibilità: “Chissà se tornerà?”. Ama perché, quando l’evento del ritorno si compie, non si trattiene: ricrea l’incontro, corre verso il figlio, abbrevia la distanza, poi onora come se fosse il tesoro della sua vita, questo, umanamente parlando, indegno figlio; lo festeggia, lo fa diventare il centro della casa, perché lui, il padre, lo ama.</p>
<p>Questo personaggio, che è Dio, emerge in mezzo al nostro squallore: siamo poveri uomini e povere donne, che forse devono ancora capire che <strong>credere è dare il cuore a Dio, come Lui dà il suo cuore a noi</strong>.</p>
<p>Il figlio, che ci rappresenta un po’ tutti, non motiva il suo ritorno con l’amore, infatti non ha ancora capito. Pensa soltanto che a casa almeno potrebbe avere da mangiare, fare il servo (non siamo evidentemente nel clima dell’amore): <em>“…andrò da mio padre e gli dirò: -…non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni -</em>”. Ma il padre non gli lascia finire questa frase programmata per il ritorno, tronca il discorso, lo abbraccia e lo esalta come figlio, perché la paternità è amore. Che fatica, per questo ragazzo, scoprire che suo padre è un cuore così! E poi che scoperta mirabile, felicitante!</p>
<p>La nostra strada è questa. Infatti, se non riconosciamo che <strong>l’amore di Dio è il fondamento della nostra identità</strong>, che quello che siamo prima di tutto consiste nell’amare Colui che ci ama, siamo condannati a costruirci delle personalità apparenti. Queste possono anche essere molto serie, molto importanti, ma sono fatte di piccole cose in confronto all’amore di Dio, per il quale siamo stati creati. E questo vale non solo per chi si riduce alla condizione di guardiano dei porci, ma riguarda tutti, anche gli uomini socialmente più importanti, più rispettati: se non hanno come fondamento l’amore profondo dell’Essere creante, sono delle strutture provvisorie, vivono al di sotto delle loro possibilità, non fanno quasi niente di veramente importante per Lui.</p>
<p>Soltanto l’amore costruisce veramente. E, se si ama poco, si realizza poco, ci si ferma subito davanti all’altro. Noi ammiriamo i grandi personaggi, gli uomini di cultura, ma se il loro cuore è gelido, accadono eventi drammatici. Ad esempio, globalizziamo l’economia, ma, nello stesso tempo, globalizziamo la povertà e la morte per fame. Allora a che cosa serve essere pieni di tecnica, di scienza, di capacità, se il proprio fratello, di cui non ci si vuole accorgere, muore di fame?</p>
<p>Se non diventiamo capaci di amare, siamo profondamente sciagurati e nessuno ci salverà da questa sventura. Strutture, idee, ideologie…: in apparenza è un susseguirsi di cambiamenti, ma, se il cuore rimane gelido, nel grande o nel piccolo, nulla cambia. <strong> </strong></p>
<p>La parabola, quindi, non è soltanto la storia di un perdono, ma di un rapporto d’amore profondo: se questo c’è, tutto si risolve, perché è il padre che si muove, che abbraccia il figlio. La tragedia umana diventa un dramma a lietissimo fine, perché il padre ama. E ama gente che non lo corrisponde, che non ha cuore.</p>
<p>Il Signore è venuto per noi, che siamo così, non ha aspettato di trovarci buoni, e questo è molto consolante. Abbiamo un Padre che ci conosce fino in fondo, che ci dice ciò che noi non avremmo il coraggio di dirci. E lo fa con amore, come il padre della parabola si rivolge all’altro figlio, dicendogli: “Abbi pazienza, non dovevo far festa? Vuoi che non abbia cuore?”.</p>
<p>Dinanzi a questi insegnamenti di Gesù dobbiamo riflettere e diventare pieni di preghiera, perché il mondo di oggi è ricco di personalità apparenti, e patisce della grandissima carestia di bontà. Noi, però, che ci rendiamo conto di questa situazione, dobbiamo pregare affinché l’umanità incontri un tempo diverso e nuovo, a cominciare dalla nostra piccola quotidianità.</p>
<p>Anche Paolo, quando, assumendo l’incarico di parlare in nome di Dio, da ambasciatore di Gesù, esorta con forza,  non trova parole più grandi di queste: “<em>Fratelli, …vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio</em>”.</p>
<p>Questo Dio manda suo Figlio e non viene a imporre, ma chiede: “Ti supplico, lasciati riconciliare”. È lo stesso clima della parabola.</p>
<p>Dobbiamo supplicare Dio, perché uomini e donne dal cuore di ghiaccio, che pure portano in sé un enorme bisogno di riempire il loro vuoto interiore, accettino questa umilissima richiesta dell’Onnipotente: “Non ti faccio male, non avere paura, accetta il mio perdono, accetta il fatto di dover essere  perdonato. Non ti offendere per questo, non avere paura di me”.</p>
<p>Di tutti i mille problemi della nostra storia, l’unico, insorpassabile, è questo: il suo rapporto con la divina misericordia.<strong> Tutto dipende dal fatto che la storia umana riaccetti la Misericordia</strong>, perché c’è Uno che ama, che guarda se torniamo da Lui: è il Dio che ci corre incontro. Noi lo sappiamo per esperienza, perché ci ha perdonati tante volte.</p>
<p>Chiedete a Dio, il Padre, che il perdono, che avete ricevuto e continuerete a ricevere, possa darlo anche ad altri. Chiedete che molti si arrendano alla divina misericordia, lascino che Dio li salvi: il futuro, e non solo per noi, dovrà colmarsi di misericordia. Non è un’utopia, né un sogno, né un sospiro: è vero così, ma com’è bello che lo sia, perché, se questa è volontà di Dio, chi può fermarla?</p>
<p><strong> </strong></p>
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