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	<title>La Piccola Via &#187; Pasqua</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>Non solo sarò sempre con voi, ma tornerò da voi</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 15:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Ascensione del Signore]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>

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		<description><![CDATA[ASCENSIONE  DEL SIGNORE Att 1,1-11;  Sal 46;  Eb. 9,24-28 ; 10,17-23;  Luc 24,46-53 “Non solo sarò sempre con voi, ma tornerò da voi” Oggi Dio desidera donare anche a noi un poco almeno di questa grande gioia dei discepoli. Ne abbiamo certamente bisogno. Più si avanza nella vita infatti, più ci si accorge che le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>ASCENSIONE  DEL SIGNORE</h1>
<p>Att 1,1-11;  Sal 46;  Eb. 9,24-28 ; 10,17-23;  Luc 24,46-53</p>
<p><em>“Non solo sarò sempre con voi, ma tornerò da voi”</em></p>
<h2>Oggi Dio desidera donare anche a noi un poco almeno di questa grande gioia dei discepoli. Ne abbiamo certamente bisogno. Più si avanza nella vita infatti, più ci si accorge che le grandi gioie sono rare, se pure ne rimangono, e questo perché il grande sogno di ciascuno di noi, quello che si chiama con una parola tutta umana e anche tutta religiosa, <em>la speranza</em>, lentamente ha abbandonato il nostro cuore.</h2>
<p>Perché la Chiesa oggi ci chiede di vivere solennemente l’evento di questo ascendere di Gesù alla Gloria? Perché ci chiede di fermare qui la nostra attenzione? Non certamente per il fatto fisico di un’Ascensione che non è che un segno, ma per il suo significato straordinario. Il Signore Gesù, secondo la logica di Dio, termina il suo cammino e ci lascia l’incarico di procedere nella vita con la forza che ci ha procurata questo suo cammino.</p>
<p>Per capire il senso di questo elevarsi al di sopra della terra dove noi viviamo, serve una  parola del Vangelo: “<em>Mentre li benediceva <strong>si</strong></em><em> <strong>staccò</strong></em><em> da loro</em>”. Evidentemente qui non si tratta di uno staccarsi fisico: c’è molto di più di questo andarsene apparente.</p>
<p>“Da che cosa ti stacchi Gesù? Ci abbandoni?”. “No, non vi abbandono, ho detto che sarò con voi fino alla fine dei tempi”. “E allora?”. “Allora non mi stacco da voi, mi stacco dal modo mondano di vivere”. E’ davvero così: Dio ha mandato il suo Figlio, Verbo eterno in mezzo a noi. Egli è venuto continuando a pensare come Dio, ad amare come Dio. E davanti al sistema della vita umana non lo ha analizzato come un filosofo, ma lo ha contraddetto e vinto come un Uomo dal cuore traboccante di compassione e di pietà.</p>
<p>“Il vostro sistema è sbagliato,” &#8211; Egli ci ha detto con le parole e con i fatti -  “perché troppi di voi, a causa di esso, affondano nel dolore e nel fallimento della vita”. Tutta la storia di Dio sulla terra è questo grande rivelarci che l’ordinamento del mondo non risponde al suo progetto per noi. Può apparire tale per alcuni uomini, certo, ma per <em>l’uomo</em>, no! Egli lo ha detto con molta chiarezza: “Non puntate sulla vostra gloria, non cercate di dominare, non cercate di arricchirvi, non cercate i primi posti, perché se cercherete tutto questo, alcuni di voi lo troveranno, ma milioni di altri saranno sacrificati. Per questo io, che amo tutti, condanno questo modo perverso di essere uomini”.</p>
<p>L’ha detto, e coloro che erano in  quel  tempo, come in ogni tempo, i primi responsabili e i protagonisti del sistema sbagliato hanno cominciato a percepire una insofferenza sempre più grande verso di Lui, quindi la sua storia pubblica è finita rapidamente: lo hanno buttato fuori dalla città e lo hanno ucciso, sperando che con la sua morte tutto finisse e con Lui scomparisse anche il suo messaggio. Ma Egli era Dio, è tornato in vita e le sue parole con Lui.</p>
<p>Ormai tutto è compiuto, Gesù si stacca dalla terra, ma il messaggio rimane per gli uomini che devono continuare la storia: “Riceverete potenza dall’alto, la mia verità e la mia forza di amare e, come ho fatto io, andrete ad annunciare a tutti che il sistema del mondo, che sacrifica, che opprime, che uccide, è perverso. Lo direte con schiettezza, rimedierete con le parole e con i fatti, e forse crocifiggeranno anche voi, ma non abbiate paura! Datemi testimonianza.”</p>
<p>Questo è già un forte avviso anche per noi. Noi che siamo credenti in Cristo. E’ sperabile che non siamo protagonisti di nessuna grande perversità, ma dobbiamo riconoscere che questo staccarsi dal peccato riguarda anche noi: “Ti vogliamo seguire, Signore: avevi ragione prima, avevi ragione sulla croce e hai ragione adesso, risorto e glorioso. Tu sei Dio, e ci lasciamo oggi elevare, purificare, perché forse anche noi siamo colpevoli di cose che in qualche modo fanno ancora patire gli altri e li umiliano, e te ne chiediamo perdono”. Gesù si stacca da noi, ma non ci abbandona: “Non dimenticate: io mi sono staccato dal sistema che distrugge l’uomo, perché l’uomo io l’ho creato e lo amo e l’ho salvato. <strong>Siate dalla mia parte!</strong>”</p>
<p>Possiamo dunque dire che sì, saremo dalla sua parte, nella vita di tutti i giorni, nei progetti, nelle intenzioni, nei modi e nei rapporti con il prossimo. Ci sono mille maniere di vivere il Vangelo quotidianamente, lo Spirito le suggerisce. Ma insieme Gesù ci ha lasciato anche la consolazione profonda della sua promessa e del suo invito: “E’ così vero che il mio distacco non è un abbandono, che, non solo sarò sempre con voi, ma tornerò da voi”.</p>
<p>Noi viviamo infatti in un tempo di libertà e di attesa. Conosciamo ciò che Dio ci chiede per il bene di tutti; lo faremo, se vorremo. Poi Egli verrà, e ci confronteremo con il suo cuore e con la sua giustizia di amore, e chi di noi sarà stato perseverante sarà per sempre insieme con Lui.</p>
<p>Nel racconto degli Atti osserviamo una specie di contrasto: “<em>Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme</em>”: Gesù è a tavola, a pranzo, e, dopo questa scena così familiare e semplice, “<em>fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse ai loro sguardi</em>”.</p>
<p>Qual è l’invito? “Io mi sono seduto alla vostra mensa ed ho mangiato il vostro pane, ora invito voi a sedere alla mia mensa, per sempre, al mio banchetto &#8211; come spesso diceva nel Vangelo  &#8211; alla mia festa che non ha fine”. E’ un bel modo di ricambiarci: “Voi mi avete accolto nel piccolo e nel poco. Mi sono seduto a tavola da voi e ho gradito il vostro povero pane, ma nella casa di mio Padre ci sono molti posti. Vado a preparare il posto anche per voi ed allora vedrete che cosa voleva dire la speranza che vi ho messo in cuore”. Non dimentichiamo questo invito di Dio. Non dimentichiamo la provvisorietà delle cose; soprattutto, ricchi della nostra stessa esperienza, sappiamo ringraziare <strong>Dio, l’unico capace di soddisfare tutta la nostra speranza</strong>.</p>
<p>E’ un mistero la speranza! Chi può farne a meno? Ma rispetto ai nostri desideri e alle attese umane, che ci stimolano e nello stesso tempo non riescono mai in questo mondo ad essere realizzate compiutamente, la misura della speranza che Gesù ci offre è infinitamente più grande e più consolante.</p>
<p>La vita umana è fatta così: portiamo dentro certe parole che ci superano: <em>verità,  giustizia, libertà</em>, ma più grande è <em>la speranza</em>. Fin che viviamo qui, cerchiamo, spesso senza riuscirvi, di realizzare le nostre speranze, ma solo la speranza che Dio ci offre non ci deluderà. Gesù non ha avuto verso i ricchi, i potenti, gli ambiziosi un atteggiamento di avversione, di disprezzo, ma di grande compassione e, sconvolgendo le categorie di questo mondo, ha detto: “E’ meglio servire che essere serviti: beati i poveri! Non vi illudete: quando sarete giunti dove volete giungere, non sarete felici, perché solo Dio può rendere felici”.</p>
<p>Oggi, a questo Signore, il quale è andato a prepararci il posto, diciamo dunque un grazie pieno di slancio e gli rivolgiamo una preghiera: “Signore, aiutaci col tuo Spirito a sollevare la nostra speranza, meditando la gioia del tuo Regno in ogni momento della nostra vita, non solo quando ci ritroviamo qui in chiesa, o in qualche altra rara occasione. Saremmo tanto più in pace, liberi, generosi e buoni se alimentassimo il cuore a questa eternità che ci aspetta e che non ci estrania affatto dal mondo”.</p>
<p>Non è un segreto che i più grandi servi degli uomini, i Santi e le Sante, erano traboccanti di speranza, sapevano le ragioni del loro operare. Spesso noi non le conosciamo. Così chiederò anche in questa Eucaristia che a ciascuno di voi Dio offra una verifica ed un supplemento della nostra speranza, un modo serio, non ingenuo, ma tranquillo e profondo di pensare il Regno verso il quale siamo incamminati, una gratitudine perché Dio è Colui che non ci delude. Ravviviamo la speranza, per noi e per gli altri, e mai lasciamoci tentare di disperazione, memori della parola di Dio: “<em>Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi consolerò</em>”.</p>
<p><em>Don Pollano</em></p>
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		<title>Essere dimora di Dio</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 15:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
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		<description><![CDATA[VI DOMENICA  DI  PASQUA At 15, 1-2. 22-29; Sal 66; Ap 21, 10-14. 22-23; Gv 14, 23-29 Essere dimora di Dio Gesù, in questo brano di Giovanni, che è il più profondo nel descrivere il rapporto reale tra Dio e l’uomo, ci rivela il progetto straordinario suo e del Padre verso il credente: “&#8230;verremo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>VI DOMENICA  DI  PASQUA</h1>
<p>At 15, 1-2. 22-29; Sal 66; Ap 21, 10-14. 22-23; Gv 14, 23-29</p>
<p><em>Essere dimora di Dio</em></p>
<p>Gesù, in questo brano di Giovanni, che è il più profondo nel descrivere il rapporto reale tra Dio e l’uomo, ci rivela il progetto straordinario suo e del Padre verso il credente: <strong><em>“&#8230;verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”</em></strong>.</p>
<p>Tu, cristiano, tu, cristiana, se ami il Signore, ne diventi la dimora. Una dimora, nella quale Dio non sta nascosto e immobile, ma, all’opposto, nel suo Spirito, ti insegna ogni cosa e ti ricorda ciò che Gesù ha detto di fare. Dimora di Dio, che è il tuo maestro momento per momento: questo sei tu. Qui occorre fermarsi e domandarsi con serietà: “E’ così che vivi il tuo cristianesimo?”.</p>
<p>Se accettiamo infatti questa nostra straordinaria condizione, cioè accogliamo Dio che, senza nessuna violenza, ma con amore, invade però il nostro intimo, e ci ammaestra  nel cuore, <strong>la vita comincia poi di qui, di qui il nostro essere Chiesa.</strong></p>
<p>Nessuna appartenenza ad altri mondi è paragonabile a tale intima, continua relazione tra Lui e noi, noi e Lui. Allora, poiché questa è ben vera, occorre esaminare il nostro modo di vivere, dal momento che noi di fatto apparteniamo a molti mondi: il mondo della economia, del lavoro, della politica, della cultura, dell’arte…Non è male appartenere ad essi, è anzi inevitabile. Ma se tu, cristiano, appartieni talmente a uno di questi mondi, che soprattutto esso ti fa vivere, pensare, agire, gioire, soffrire, come eviterai di essere distratto da Dio che dimora in te? Come riuscirai ancora ad ascoltare il mormorio dello Spirito, che ti istruisce nel cuore? La risposta onesta, purtroppo è: “Non lo eviterò, e non ci riuscirò”.</p>
<p>Se viviamo troppo intensamente un mondo o un intreccio di mondi, saremo dei cristiani sempre distratti da Dio. Tale è la malattia del cristianesimo. D&#8217;altronde il demonio è un ottimo costruttore della ‘città della distrazione da Dio’, non solo per quanto riguarda piccole distrazioni, ma soprattutto mediante azioni e impegni, a cui conferiamo idolatrica serietà. Pensiamo alla vita dell’uomo politico, d’affari, dell’atleta, tutta soltanto spesa per successo e vittoria.Questa non è distrazione per loro, è il massimo della concentrazione delle loro possibilità. Non stanno tendendo ai loro obiettivi  con tutto il cuore, la mente, l’anima, le forze? Sì. Solo che la mente, il cuore, l’anima e le forze, li dobbiamo totalmente dedicare a Dio  amato.</p>
<p>La domanda, che ci siamo posti all’inizio, non è, quindi, di poco conto: “Mio Dio,  tu hai deciso che io sia tua dimora, una realtà persino impensabile nella sua grandezza, ma, nel tuo amore, resa vera. Tu sei il mio maestro interiore, ma ti do io l’attenzione sufficiente? Quell’attenzione che si chiama la mia preghiera, l’ascolto della tua voce nella mia coscienza, la nostra amicizia, e che mi fa vivere nel modo che piace a te prima che a tutti gli altri”.</p>
<p>Di fronte a un Vangelo così penetrante e chiaro, prima di tutto <strong>chiediamo perdono a Dio di essere un popolo molto distratto e convertiamoci</strong>, donandogli più attenzione.</p>
<p>L’insegnamento, però, non è tutto qui, perché, se lo fosse, l’essere Chiesa resterebbe soprattutto lo stare nascosti con Dio nell’interiorità, mentre non è solo questo. Quando Dio viene a dimorare in te, tu sei &#8211; è il paragone di Gesù &#8211; come una lucerna, che non si mette sotto il moggio, ma sul lucerniere, perché faccia luce. Da te escono raggi di verità, di bontà, di tutte le cose belle e buone, che Lui stesso come uomo ha vissuto, e che tu devi irradiare. Questa è la Chiesa abitata profondamente da Dio e perciò capace di mandare attorno tali  raggi, di cui tutti hanno bisogno disperato. Pertanto, nella misura in cui siamo Chiesa abitata da Dio, siamo Chiesa luminosa, il vero popolo di Dio. Anzi, una piccola parte di questo popolo, chiamata dal Signore ad altissima responsabilità, ha addirittura il compito di tenere ben vivo il dimorare di Dio, la luce, la bontà, il come si deve vivere, di esercitare cioè quello che chiamiamo <em>il magistero dottrinale, morale, spirituale  della Chiesa</em>.</p>
<p>Nel brano degli Atti è descritto un primo momento esemplare di tale magistero: confusione, discussioni, incertezze sul da farsi nella comunità. Allora quella parte di Chiesa piccola, ma estremamente responsabile, prega, si raccoglie, e osa dire: “È parso allo Spirito Santo e a noi che occorra agire così”. Fu il primo piccolo Concilio, il Vaticano II è stato il ventunesimo o, con quello, il ventiduesimo.  Ecco il continuo dimorare di Dio dentro il cuore e nell’intera Chiesa, perché luce e bontà rimangano nel mondo.</p>
<p>Alle ricorrenti domande, che l’umanità continua a porre a se stessa: “Che cosa posso sapere? Che cosa posso sperare? Che cosa devo fare? Chi sono?”, la Chiesa, illuminata dallo Spirito, continua a rispondere: “La verità è questa, la tua speranza sconfina oltre, guarda l’Eterno, il tuo dovere si chiama: amore, purezza di cuore, rettitudine di spirito e tutte le altre virtù”.</p>
<p>Questo è essere Chiesa, e comincia dal cuore abitato da Dio. Se la Chiesa continuasse a esistere, ma, per assurdo, la dimora di Dio si spegnesse nel suo cuore, essa rimarrebbe un guscio vuoto. Tutte le volte che accade qua e là qualcosa di simile, sempre finisce l’essere autenticamente cristiano.</p>
<p>Dio ci ha garantito dunque che, col suo Spirito, non ci abbandonerà, ma occorre vigilare. <strong>Possiamo ricordare meglio che siamo &#8211; e non solo qui adesso &#8211; dimora di Dio?</strong> Non a parole, ma in modo tale che chi ci sfiora appena se ne accorga bene, perché da noi irradia qualche cosa di semplice, di comprensibile: da un gesto di bontà a una parola di verità, a un modo di vivere, di scegliere, di comportarci. Questi raggi partono da ciascuno di noi e Dio diventa maestro di molti grazie a noi.</p>
<p>Siamo qui per dirgli: “Vogliamo che sia così!”. Allora, senza nessuna difficoltà, s’innalza all’orizzonte la stupenda città finale: la Chiesa della gloria, dove non ci saranno più contrasti, conflitti, peccato, morte, lacrime, tutto ciò che qui ci travaglia; dove stiamo andando, dove &#8211; bellissima espressione! &#8211; non ci saranno più né sole, né luce “<em>perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello</em>”.</p>
<p>Anticipiamo questa visione e, offrendo attraverso Maria questa intenzione, diciamo solennemente al Signore che stiamo celebrando: “Signore, fin da ora la gloria del Padre è la nostra luce, fin da ora, Gesù, Tu sei la lampada che illumina noi e, attraverso di noi, illumini molti”.</p>
<p><em> Don Pollano</em></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Seguire Gesù buon pastore</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 04:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Famiglia di Therese]]></category>
		<category><![CDATA[Buon Pastore]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
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		<description><![CDATA[IV DOMENICA  DI  PASQUA At 13, 14. 43-52; Sal 99; Ap 7, 9. 14b-17; Gv 10, 27-30 Seguire Gesù buon pastore La prima parola di commento di questo Vangelo non può essere che un grandioso: “Grazie, Signore! Grazie perché sei quello che sei, grazie perché hai voluto diventare il nostro Pastore”. In questo tempo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>IV DOMENICA  DI  PASQUA</h2>
<p>At 13, 14. 43-52; Sal 99; Ap 7, 9. 14b-17; Gv 10, 27-30</p>
<p><em>Seguire Gesù buon pastore</em></p>
<p>La prima parola di commento di questo Vangelo non può essere che un grandioso: “Grazie, Signore! Grazie perché sei quello che sei, <strong>grazie perché hai voluto diventare il nostro Pastore</strong>”.</p>
<p>In questo tempo di ampi orizzonti, anche religiosi, di grandi confronti tra le diverse confessioni, tanto più emerge alla nostra consapevolezza, e ci conforta, la figura del Signore Gesù come di Colui che sa guidarci alla patria.. Fratelli di tutti, perché tutti guardiamo Dio, noi, però, possiamo appartenere al Padre per mezzo di Gesù Cristo. E’ questa una grazia di  valore inestimabile e, se oggi riflettiamo su questa Parola, è per riconfermarci nell’essere quelli che siamo: “Tu, Signore Gesù, dici che siamo il tuo gregge, e noi ti rispondiamo che vogliamo esserlo”.</p>
<p>Questo è peraltro un Vangelo che, nella sua estrema semplicità espressiva, va profondamente capito.</p>
<p>Una premessa: dobbiamo domandarci se noi siamo oggi il tipo di ascoltatori adatto a questo genere di discorso, visto che viene proposta un’immagine non consueta e non sempre simpatica: “Il gregge”. Siamo il gregge di Dio, e ne siamo ben fieri, tuttavia questa realtà  può sembrare attualmente passiva e dequalificante. Allora occorre superare un equivoco: essere uomini e donne liberi non vuole per nulla dire che non abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi in modo giusto. Noi siamo figli di una storia recente dove non la libertà, ma un’amplissima schiavitù è stata inaugurata, mai così potente, mai così ben organizzata, e mai così micidiale.</p>
<p>1934, Monaco di Baviera, in una piccola scuola elementare la maestra detta alla scolaresca un confronto tra Gesù Cristo e Hitler; il testo proposto finisce con questa frase: “Gesù Cristo ha lavorato per il paradiso, Hitler lavora per la terra tedesca”. E’ un episodio; ma, pur cambiando bandiere, distintivi, ideologie, il punto rimane quello: la terra edificata da chi non è Dio. Questo è costato e sta costando la dignità, la libertà, la vita di innumerevoli vittime.</p>
<p>Attenti allora a sostenere che siamo uomini e donne liberi. Lo siamo, ma in che cosa? Liberi di compiere piccole scelte, ma basta andare un poco oltre ed ecco che la libertà scompare. A proposito delle grandi dittature, gli storici affermano che esse si sono imposte su uomini che aspettavano soltanto una parola d’ordine, disposti a essere resi schiavi. Non illudiamoci di essere tanto diversi da loro. Al giorno d’oggi non occorre neppure che sia un capo carismatico a gridarci una parola d’ordine, spesso per noi essa è costituita da un breve spot televisivo: vedi, ti piace, parti, compri, libero e schiavo.</p>
<p>Abbiamo tutti grande bisogno che Gesù dunque ci dica: “Venite dietro a me!”. <strong>Non ci vergogniamo affatto di essere gregge di Cristo</strong>, il quale è Dio, è una cosa sola con il Padre,<strong> anzi ci rinfranchiamo in questa sequela</strong></p>
<p>.</p>
<p>La seconda Lettura, che meriterebbe una meditazione contemplativa, presenta la meta: una moltitudine immensa, incalcolabile, sta attorno a Dio; lo guarda, lo gode, lo osanna, lo serve, lo ama in una suprema libertà finale. Gesù Cristo ci ha aperto e donato il paradiso, stiamo camminando verso questa patria se siamo fedeli a Lui,  non lo possiamo dimenticare!</p>
<p>Decidiamo, dunque, di non lasciarci guidare da qualunque ombra, di non vivere senza meta, senza patria, e quindi senza futuro. La nostra storia sembra chiusa, abbiamo così scarse prospettive. Quando parliamo del futuro, spesso ci riferiamo semplicemente all’ambito economico: “Potremo avere domani un po’ più di oggi? E allora che cosa compreremo, che cosa faremo?”. Ma il termine <em>futuro</em> ha un altro significato! E’ quando pensiamo, per noi e per gli altri, il meglio che non c’è ancora, il bene che dorme e che nessuno fa.</p>
<p>Gandhi è stato il futuro per l’India, così come Teresa di Calcutta. Noi troppo spesso  siamo paralizzati in un presente squallido e, per vivere la condizione descritta nell’Apocalisse: “<em>Non avranno più fame, non avranno più sete…</em>”, dobbiamo immaginare il paradiso. Eppure da quanto tempo gli esperti di statistica presentano cifre e percentuali terribili sulla gente che ha fame e sete, anzi, ne muore, senza che noi ce ne curiamo? Siamo una storia senza futuro, perché continuiamo a badare solo a noi, a quel piccolo ‘futuro’, che è  la proiezione del nostro profitto di oggi.</p>
<p>Soltanto Gesù ci promette il futuro autentico, perché vi mette dentro ciò che caratterizzò la vita di Madre Teresa e del Mahatma Gandhi: la potenza della benevolenza e dell’amore.</p>
<p>Finché non ti curi degli altri più di quanto tu faccia oggi, dunque tu sei una statua: anche se mobiliti il mondo, sei statua di pietra. Se, invece, cresci nella benevolenza e nell’amore, fosse anche oggi a casa, trattando meglio i tuoi familiari, tu hai fatto qualcosa di meglio che non c’era ancora, hai costruito un po’ di storia degna di questo nome.</p>
<p>Gesù Cristo ha insegnato proprio questo. Non ha solo detto: “C’è il Regno, quel luogo stupendo di luce, di gioia, dove c’è la patria”, ma &#8211; e questa è la cosa decisiva per noi -: “ Io vi conduco perché vi amo, e vi ho amato al punto da farmi ponte tra voi e quella patria, un ponte crocifisso, se no passare non potevate”.</p>
<p>Questa rimane la proposta di Gesù Cristo e, se non passi per quel ponte di amore sacrificato, è soltanto perché tu, a tua volta, non ami abbastanza. Ma la strada c’è, la persona che, grazie a te, domani potrà avere un futuro più bello, è vicina a te, e chi ti impedisce di amare di più? Nessuno. “<em>Amatevi come io vi ho amati</em>”: non è questo il messaggio che Gesù continuamente ti sussurra o ti grida dal Vangelo? “Non amate voi stessi, non accumulate tesori che i ladri rubano e le tignole rodono, costruitevi tesori per il Regno, procuratevi amici nella vita eterna, agite in modo che vi riconoscano come miei discepoli perché amate”. Discorso che non ha senso per quelli del: “Chissà se domani guadagnerò più di oggi?”, ma, proprio perché assurdo per gli stolti,  invece, pieno del senso di Dio.</p>
<p>Tutti noi stiamo camminando verso la felicità eterna: qui sulla terra avremo qualche gioia, e tante mancanze di gioia &#8211; il dramma della vita è quello che è -, ma<strong> noi sappiamo dove stiamo andando, perché seguiamo attentamente le orme del Signore</strong>.</p>
<p>Si tratta di una sequela molto concreta. Gesù parlava a gente che era abituata a vedere il pastore, che guidava il gregge e si rivolgeva alle pecore con un gergo speciale. Molto realistico, Gesù. Ancora oggi Egli continua a parlare a ciascuno con il linguaggio adatto. Non parla a voi come a me, non parla a un uomo come a una donna, a un giovane come a un vecchio, a uno sposato come a uno non sposato. E ogni giorno  cambia parola, perché sa che cambiamo stati d’animo anche noi, spesso molte volte in una giornata: “Io mi rivolgo a te con una parola che non ho ancora detto a nessuno, la invento per te adesso, perché amo te adesso: mi vuoi ascoltare?”.</p>
<p>Che ottimo esercizio pratico! Partendo dalla nostra coscienza, ci obbligherà qualche volta, per udirla, a turarci le orecchie sopraffatte dal chiasso, ma siamo ancora capaci di farlo: <em>“Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”</em>.</p>
<p><strong> Il Pastore parla sempre</strong>. Che il Signore ci risparmi il dolore grande di vederlo andare innanzi, ma come uno che si allontana, perché nel frattempo noi ci siamo fermati. Se accadesse, dovremmo agire come il bambino che si è fermato mentre la mamma è andata un po’ avanti: subito parte di corsa e la raggiunge, spaventato dalla distanza. O lo segui, Gesù, o lo raggiungi di nuovo, perché lo avevi lasciato andare oltre: è il Pastore!</p>
<p>Noi chiediamo che tutto il popolo di Dio riconosca di nuovo che Gesù è il Pastore, a tutti i livelli, poi lo chiediamo per l’umanità intera. E ci offriremo in quest&#8217;Eucaristia come un popolo che è beato e felice di essere il gregge del Signore, e vuole ascoltarlo ogni volta che gli  parla nel cuore.</p>
<p><em> Don Giuseppe Pollano</em></p>
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		<title>Vivere alla presenza di Gesù</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 04:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[galilea]]></category>
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		<description><![CDATA[III DOMENICA  DI  PASQUA At 5, 27b-32. 40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19 Vivere alla presenza di Gesù Eccoci di fronte a una stupenda scena di Vangelo, nella quale dobbiamo immergerci per capire sempre di più il nostro essere cristiani. Essa infatti ci permette di affrontare uno dei problemi più acuti della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>III DOMENICA  DI  PASQUA</h2>
<p>At 5, 27b-32. 40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19</p>
<p><em>Vivere alla presenza di Gesù</em></p>
<p>Eccoci di fronte a una stupenda scena di Vangelo, nella quale dobbiamo immergerci per capire sempre di più il nostro essere cristiani. Essa infatti ci permette di affrontare uno dei problemi più acuti della nostra esistenza di credenti: come Gesù, nella vita, talora ci sia e talora non ci sia, almeno secondo quanto a noi pare.</p>
<p>È singolare la situazione di Pietro e dei suoi amici. Già due volte ormai hanno visto Gesù, non hanno più dubbi sulla sua risurrezione, ma, nonostante tutto questo, Pietro, tornato in Galilea, riprende una scelta di vita normale:<strong><em> “Io vado a pescare”</em></strong>, e gli altri con lui. Ed ecco che, dopo una notte spesa in una fatica inutile, Gesù compare, ma essi non si accorgono che è Lui. Questo parrebbe strano, dal momento che l’hanno già rivisto. Ma, a rifletterci meglio, non è così sorprendente: è qui descritto infatti quello stato psichico per cui può accaderci di essere lontani da una realtà pur evidente, e non per farlo apposta, ma per nostra limitatezza.  Esempio: entra in questo santuario un gruppo di turisti, i quali lo visitano in quanto è un monumento. Guardano, ammirano, ma possono farlo senza neppure avvertire che c’è un tabernacolo con Gesù presente; da quel gruppo uno o due si staccano, s’inginocchiano un  momento e pregano. Essi si sono ricordati. Che differenza, tra gli uni e gli altri! Questi ultimi, evidentemente, hanno l’abitudine di vivere più uniti a Gesù, perciò Egli non è così facilmente dimenticabile; gli altri, invece, meno abituati e, in veste di turisti che si sentono pienamente tali, non hanno ravvisato il mistero.</p>
<p>Pietro e i suoi in questo momento non sono uniti a Gesù. Credono nella sua risurrezione, ma nello stesso tempo Egli è come lontano, ed essi si sentono vivi nella vita di tutti i giorni: si è creato uno stacco di coscienza; perciò, quando Gesù compare, non sono preparati.</p>
<p>Provate a prendere in mano la Bibbia e ad aprirla, dopo aver appena spento il televisore: vi ritroverete un po’ come loro, non riuscirete ad entrare ‘dentro la situazione’, essa vi rimarrà estranea, non la riconoscerete. Occorrerà allora mettersi tranquilli, recuperare un’altra dimensione, per essere in sintonia. La realtà ha delle profondità diverse: questo accade nella vita, ma ancor più quando la realtà sfonda la vita quotidiana e diventa presenza di Dio.</p>
<p>Ecco la lezione di oggi: cercare di avanzare in questa consapevolezza, in questa memoria di Gesù, quando non siamo direttamente nella condizione di ricordarci di Lui, come adesso,  nella celebrazione eucaristica. Qui la fede è in atto. Ma che cosa vi dice l’esperienza? Usciti di qui, tornati a casa, nella quotidianità della vita, sembra che Gesù sia svanito. Non lo si dimentica apposta, ma non si valuta più la reale unione con Lui.</p>
<p>Invece il cristiano è propriamente quello che si chiama <em>il seguace</em>:  colui che vive una sequela, che va dietro a Gesù. E anche Gesù va dietro al cristiano: questa pagina è molto commovente se la leggiamo dal punto di vista di Gesù, il quale compare, cerca i suoi, si fa riconoscere. È meraviglioso questo tornare a loro che non stanno pensando a Lui, ed Egli lo fa continuamente. Nella nostra vita quotidiana c’è un punto in cui scatta la distanza, ma, nella misura in cui siamo seguaci, questo non capita più, e, a poco a poco, nelle situazioni, diventiamo capaci di rimanere fedeli a questa Presenza.</p>
<p>“Vado a pescare, vado a lavorare, vado a casa mia…”: credi che in queste scelte l’essere alla sequela di Cristo non debba portare nessun cambiamento? “Sì, credo che debba portare qualche cambiamento”. E credi di essere capace di viverlo? “Sì, lo credo”. E desideri che questo accada? “Sì, lo desidero”. Quando il cristiano risponde così a queste tre domande è proprio un cristiano. Non riuscirà sempre a vivere una fedeltà perfetta, ma ha capito la sequela.</p>
<p>È singolare. Ci sono molti non credenti, che riconoscono l’esistenza storica di Gesù-uomo, lo ammirano, ma non credono in Gesù-Dio. Noi, invece, non abbiamo dubbi su Gesù-Dio, ma <strong>dobbiamo credere di più in Gesù-uomo</strong>, che è entrato dentro la vita com’è: non solo il Gesù della Chiesa, della celebrazione, ma Gesù in tutto simile a noi, fuorché nel peccato.</p>
<p>Se lasciamo che questo Gesù-uomo entri a poco a poco nella nostra vita, ci ricordiamo di Lui, la fede ci influenza ed Egli non è più il personaggio che non siamo in grado di riconoscere. C’è un vuoto da riempire e non finiremo mai di migliorare in questa vicinanza continua. Il Vangelo di oggi ci dice anche come si fa.</p>
<p>È vero infatti che Pietro si è buttato subito a nuoto per arrivare prima, ma chi ha detto a Pietro: <em>“E’ il Signore!”</em>? Giovanni, colui che da sempre era con il Maestro in <strong>un rapporto di maggiore sensibilità d’amore</strong>. Gesù amava questo discepolo, ed è evidente che il discepolo lo ricambiava. Di conseguenza, ecco avvenire anche qui il fatto soave che, se amiamo qualcuno, non possiamo dimenticarci di lui, la sua presenza ci segue dappertutto e ci influenza di continuo. Non c’è un legame teorico tra noi e Gesù, ma un rapporto in questi termini di amore.</p>
<p>Noi siamo tutti coloro che Gesù ama. Non dimentichiamo che questa scena del lago è  prima della Pentecoste, prima che lo Spirito trasformi veramente questi uomini, i quali sono ancora ‘in formazione’ come cristiani. Noi no, siamo battezzati, cresimati, ci nutriamo di Eucaristia. Se ci ricordiamo che Egli ci ama, e quanto ci ama, allora, a nostra volta, faremo in modo che questo amore ci influenzi dovunque, non lasceremo più degli spazi dove Gesù sia  estraneo.</p>
<p>Se dunque noi non siamo certo di coloro che dicono: “Anche se Dio non fosse, sarebbe lo stesso per noi”, vigiliamo tuttavia per non essere cristiani che vivono “come se Gesù non fosse”, cioè agendo esattamente come tutti gli altri, senza accorgersi che Lui è sulla riva e di lì chiama a vivere con Lui. Com&#8217;è emblematica quella lunga notte senza frutto!</p>
<p>Che cosa hai tu dunque realizzato, cinquantenne, sessantenne, settantenne? Perché potresti essere una di quelle persone che, pur avendo costruito belle cose, non hanno trovato il senso profondo di tutto. “Chissà se vale la pena aver fatto tutto ciò che ho fatto?”: dubbio che trafigge il cuore.</p>
<p>Invece, quando ci accorgiamo che il Signore c’è e ci accompagna, siamo rinfrancati: la giornata rimane quella, il lavoro rimane quello, la fatica dell’esistenza anche, però tutto ha un altro significato. Sicché dobbiamo augurarci che la presenza di un Gesù vivo riesca a toccare sempre di più le nostre situazioni quotidiane, e le influenzi per la semplice ragione che noi siamo riflesso di Lui.</p>
<p>Pietro e i suoi, dopo la Pentecoste, avranno il coraggio di dire ai capi: &#8220;Noi non possiamo obbedire a voi, noi obbediamo a Dio e, che vi piaccia o no, continueremo a parlare di Gesù. Fustigateci pure, saremo ben contenti di essere stati maltrattati per amor suo&#8221;. E’ ammirevole, ma non riguarda soltanto gli apostoli. Ogni cristiano in realtà fa la stessa cosa: riflette Gesù Cristo. E sarà anche lui fustigato. Se nel vostro ambiente di lavoro, di vita comune, voi porterete onestà, purezza di cuore e di costumi, sarete sicuramente fustigati. Infatti vi gira attorno tutto: la corruzione, il denaro facile, gli affari poco puliti, l’oscenità, il compromesso…, e, se voi rimanete puri, sarete sferzati almeno dall’ironia, e qualche volta anche dall’emarginazione. Per forza, siamo cristiani, ma ci rende lieti il fatto che, poco per volta, possiamo dire: “<strong>Signore, non c’è più un momento della vita in cui tu non sei</strong> <strong>presente</strong>.  Credo in te, Dio fatto uomo in me”. È la bella conclusione di una fede forte.</p>
<p>Ciascuno di noi deve misurarsi su questa verità, pur conoscendo, senza scoraggiamenti, le proprie insufficienze, e programmare questa bella integrazione in Gesù Cristo. Egli ne ha bisogno, perché noi siamo i suoi testimoni, e ci  chiede di andare avanti con la gioia di essere cristiani, e anche con la gioia che qualcun altro ci incontri come tali. Se qualcuno ci fustigherà con l’ironia, non pochi, anche senza venircelo a dire, ringrazieranno con gioia perché hanno incontrato un cristiano, ossia Gesù Cristo.</p>
<p><em>Don Giuseppe Pollano</em></p>
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		<title>“&#8230;e non essere più incredulo, ma credente!</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 07:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>

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		<description><![CDATA[II DOMENICA  DI  PASQUA At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17 –19; Gv 20, 19-31 “&#8230;e non essere più incredulo, ma credente!” Troviamo in questa celebre pagina del Vangelo una grande lezione di ecclesiologia, cioè di teologia della Chiesa: come si fa a ‘essere’ Chiesa. Noi siamo Chiesa e ci conviene trarne molto frutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>II DOMENICA  DI  PASQUA</h2>
<p>At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17 –19; Gv 20, 19-31</p>
<p>“<em>&#8230;e non essere più incredulo, ma credente!</em>”</p>
<p>Troviamo in questa celebre pagina del Vangelo una grande lezione di ecclesiologia, cioè di teologia della Chiesa: come si fa a ‘essere’ Chiesa. Noi siamo Chiesa e ci conviene trarne molto frutto.</p>
<p>In questa scena, che comprende due episodi diversi, ma che ci insegnano  la stessa cosa, Gesù dice una volta  per tutte che la sua comunità dovrà sempre escludere un grave difetto umano che Tommaso impersona: l’individualismo. E’ la tendenza, che ciascuno di noi porta in sé, a dare soprattutto importanza a se stesso, in modo da prendere le distanze, rendersi autonomo rispetto alla comunità alla quale appartiene. L’individualismo nelle famiglie quante dolorose brecce scava, quante incomprensioni! E’ ormai un fenomeno così normale, che non ce ne meravigliamo neppure, ma è incompatibile con l’essere Chiesa.</p>
<p>L’individualismo non  deve essere confuso con l’avere una personalità, anzi, il cristiano per natura sua è chiamato ad averla: consapevolezza, libertà, senso di responsabilità, serietà. Ma  c’è una differenza fondamentale: la personalità è aperta, come un fiore spalancato, quindi è fatta apposta per la comunione, invece l’individualismo è chiuso, come una noce da spaccare, quindi è proprio il contrario di ogni possibilità di comunione. Tommaso altro non è che un individualista, cioè è tutti noi. Perché?</p>
<p>La sua  reazione  ai dieci che gli dicono “<em>Abbiamo visto&#8230;</em>” non sembra eccessiva.  Hanno visto loro, è logico che voglia vedere anche lui. Che cosa c’è di stonato in questa esigenza? Il fatto che Tommaso dia solo fede a se stesso. “Finché non vedo <em>io,</em> a quello che avete veduto <em>voi</em> non do importanza”. Non sta dicendo: “Voi siete dieci bugiardi”, ma: “Voglio vedere io”. E con questo  atteggiamento pecca contro la comunità cui appartiene, perché non dà fiducia. La mancanza di fede dell’Apostolo non è prima di tutto mancanza di fede in Gesù, ma nei fratelli, che gli annunciano di aver visto, e ai quali egli obietta: “Non  credo”.</p>
<p>Si tratta di una posizione pericolosa. Tommaso  è certamente  un carattere forte.  La sua risposta: “<em>Se non metto la mia mano nel suo costato…</em>” è eccessiva, ma egli rivendica  se stesso. E così si stacca dagli altri discepoli. Ecco perché Gesù lo rimprovera. Quando gli dice: “Smetti di essere incredulo e rimettiti a credere”, Gesù non rileva una mancanza di fede in Lui &#8211; perché subito l’Apostolo ha esclamato: “<em>Mio Signore e mio Dio!</em>” -, ma il fatto che, comportandosi così, Tommaso si stacca dalla comunità. Quando accade questo nella Chiesa, il cristiano, anche se ritiene di essere ancora tale, perde la comunione con il Signore.</p>
<p>La questione diventa allora attualissima. Quanti sono i cristiani  che in realtà sono relativamente uniti alla comunità, alla Chiesa, e per il resto si costruiscono un rapporto di fede con Gesù a loro misura? Quanti sono i cristiani che davanti al compito ecclesiale, che è anche magisteriale, oppongono l’obiezione: “Questo nel Vangelo non è scritto, perciò non m’interessa”? E’ un esempio di puro individualismo applicato alla vita ecclesiale. Un cristiano così si isola,  prende le distanze: anche se fossero le parole del Papa in un’Enciclica, se non sono di suo gradimento, non le ritiene credibili.</p>
<p>Un cristianesimo ritagliato su misura è una vera sciagura dal punto di vista spirituale, ed è un difetto permanente, che oggi, per la complessità del tessuto sociale e il forte individualismo, si è molto accentuato:  non si sa mai fino a che punto un cristiano sia davvero tale, fin dove sia disposto a dire: “Se tu hai visto, io credo” &#8211; ovviamente a chi merita fede -. Questo Vangelo contiene dunque <strong>un richiamo molto importante all’umiltà</strong>. Siamo invitati a dar credito a coloro cui dobbiamo darlo, perché Gesù ha voluto così: “Chi ascolta voi ascolta me”.</p>
<p>Troviamo questo principio anche nella prima parte di questa pagina, la più bella, dove Gesù,  comparendo, dà ai suoi l’incarico stupendo: “<em>Abbiate in voi lo Spirito, andate. E a coloro a cui rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi</em>”. Si tratta di un fatto squisitamente comunitario: Gesù non ha affermato: “Andate ad annunciare a tutti che si sentano perdonati e siano felici”, ma con quelle parole ha voluto dire: “La mia misericordia, che è tutta per voi e non aspetta altro che traboccare nella vostra vita per salvarvi, sarà data da uno a un altro”.</p>
<p>E’ così stretta questa <strong>regola dell’altro</strong>, che il prete, colui che perdona tutti, non può assolvere se stesso. Questo ci spinge a un senso di comunione molto serio, a cui, invece, spesso opponiamo un atteggiamento di difesa. Non sono pochi i cristiani che si comunicano tutti i giorni e si confessano una volta all’anno. Qual è l’origine di questo squilibrio sacramentale?</p>
<p>Comunicarsi è terribilmente facile: chiunque può accostarsi a ricevere la Comunione: nessuno lo trattiene. Invece molti cristiani si ritraggono dalla Confessione; dicono: “Quanto alla mia coscienza, m’intendo direttamente con Dio”. Questo Sacramento è certamente impegnativo; psicologicamente può essere non facile: presentarsi a un uomo come noi sicuramente è un’umiliazione, se non è un atto di fiducia. Ma che cosa importa ciò che sento? Importa che, attraverso la garanzia di un altro, io sappia di essere perdonato. Lo so non in base alle mie convinzioni e ai miei desideri, ma perché mi è stato garantito.</p>
<p>La piaga dell’individualismo impedisce la comunione a tutti i livelli, perciò questo Vangelo contiene un grave monito, che va molto al di là dell’episodio stesso. C’è, però, anche una grande speranza: com’è bello che crediamo in Gesù, crediamo nella Chiesa, perché crediamo gli uni negli altri. La fiducia profonda, l’apertura del cuore, la comunione che non è altro che Amore: questo è il modo in cui Gesù ha inteso la sua comunità.</p>
<p>La beatitudine di credere cresca in noi: “Credo, Gesù. Credo con una fede intelligente, non sarò mai un credulone; mi affido, quando mi pare giusto e ragionevole affidarmi. Non faccio da me, non raccolgo un po’ qui e un po’ là quello che mi pare. Non voglio essere giusto per conto mio, ma confrontarmi con Te. Umilmente vivo di questa forte, bella, cattolica fede”.</p>
<p>Possiamo ridire a Dio “Grazie”, perché ci aiuta a credere così. Di fronte alla stupenda  promessa  di rimettere i peccati, entrando nel clima di questa domenica di misericordia,  possiamo elevare al Padre della misericordia una grande preghiera: che Egli veramente vada a trovare con la sua misericordia coloro che non vanno da lui. Molti hanno paura di Dio, dicono che andranno l’indomani, ma è un domani che non arriva mai. Perciò gli chiediamo: “Vai Tu da loro, da soli non verranno, ma, se Tu vai, ti accoglieranno”.</p>
<p>E’ la preghiera che vi invito a offrire nel vostro cuore in questa Eucaristia, facendola ovviamente passare attraverso la mediazione di Maria, la Madre della Misericordia. Non soltanto per gli altri, ma per noi stessi: <strong>che il mondo sia sempre più avvolto dalla misericordia</strong>. E’ proprio quello che aspettiamo di vedere, perché questo mondo è troppo sanguinante, è troppo sofferente, e solo il divino unguento della misericordia riuscirà a guarire le sue ferite.</p>
<p><em>Don Giuseppe Pollano</em></p>
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		<title>Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù &#8211; Domenica di Pasqua</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 07:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[resurrezione]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMENICA  DI  PASQUA At 10, 34. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9 “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù” Oggi la Chiesa intera cerca di ricomprendere ancora una volta che cosa è accaduto quel mattino dopo il sabato, e noi siamo qui per uscire un poco dallo stile ordinario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>DOMENICA  DI  PASQUA</h1>
<p>At 10, 34. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9</p>
<h2>“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”</h2>
<p>Oggi la Chiesa intera cerca di ricomprendere ancora una volta che cosa è accaduto quel mattino dopo il sabato, e noi siamo qui per uscire un poco dallo stile ordinario della vita e lasciarci coinvolgere dal mistero di Gesù, dall’entusiasmo delle grandi cose che Dio ha fatto e continua a fare per noi: <strong>siamo chiamati a entrare nel mistero della Pasqua</strong>.</p>
<p>Subito si nota nei Vangeli quanto questo evento sia stato davvero un&#8217; indicibile sorpresa. Le pagine post-pasquali cominciano tutte con il tono del Venerdì Santo, tono di tristezza perché la morte è realtà tremenda e non si può superarla. E quando uccidono uno come Gesù, poi ci sono due modi di reagire: o si prendono le spade e lo si vendica, oppure si sprofonda in un  dolore assoluto, tutto solo rimpianto. E’ il clima del Venerdì Santo, spesso quello della nostra vita quotidiana: siamo troppo tristi, noi cristiani, di fronte alle innegabili difficoltà della vita.</p>
<p>Ma ecco l’annuncio dell’evento sbalorditivo: Gesù non è più nel sepolcro, è risorto. Unica volta nella storia in cui accade che sia l’ucciso a reagire alla sua uccisione: Egli, semplicemente, torna vivo. E’ un fatto del tutto incredibile dal punto di vista umano, nessuno se lo aspettava: il Venerdì Santo continuava a dominare.</p>
<p>Invece Egli torna. E a noi, che possiamo entrare nei grandi misteri, è dato di “vedere e credere” ancora di più e meglio. Come reagire, dunque?</p>
<p>Prima di tutto con <strong>una gratitudine suprema</strong> È il nostro cuore che lo guarda, lo capisce, lo coglie, e poi si scioglie in riconoscenza sconfinata: “Grazie, Signore!”. Egli<strong> </strong>si aspetta da noi questa parola. È un ringraziamento che diventa a poco a poco il nostro modo di pensare, e poi di vivere: “Signore, ti siamo grati che Tu ci sia e abbia fatto tutto questo per noi. Ricambieremo con l’esistenza intera”. Perché veramente in Lui risorto ci abbraccia la Vita.</p>
<p>Gesù di vita ha parlato continuamente, anzi si è definito “<em>vita</em>”. Usando parole del nostro lessico, Egli dava loro un significato molto più forte: suonavano uguali, ma acquistando un contenuto definitivo.</p>
<p>Ecco dunque Lui Vita, l’eterna vita che è Dio stesso. Egli ci crea, e noi provenendo da Lui e somigliandogli siamo vivi a nostra volta, in spirito e corpo. Lo spirito è immortale, la carne no: ogni uomo è così. E quando il Creatore diviene lui pure uomo, eccolo come noi in spirito e corpo mortale. Perciò i suoi nemici possono illudersi che uccidendo Gesù nel corpo, tutto sia finito, perché Egli è stato buttato fuori dalla scena di questo mondo. Ma il Creatore è la Vita, e se assume natura umana non può certo seguirne le sorti mortali scomparendo in un sepolcro; è la nostra natura invece, che obbedendo a ben altre leggi, dalla Vita è assorbita, tornando vivente &#8211; per sempre &#8211; e iniziando così l’esistenza umana glorificata.</p>
<p>E’ per questa potente logica di Dio che noi non cessiamo di rendere grazie.</p>
<p><strong>La Vita che ci viene incontro, affinché anche noi possiamo essere vivi con lei.</strong></p>
<p>Noi siamo sovente oppressi da sentimenti di morte, non solo quella fisica, ma quella che riguarda le idee, i progetti, le speranze, le attese…, ci sono mille modi di respirare la tristezza della morte. La Vita, invece, viene a dirci che noi non moriremo, che siamo già vivi: non dimenticatelo! A che cosa servirebbe altrimenti credere in un Gesù risorto?</p>
<p>C’è poi una seconda verità, nella Pasqua, e non meno consolante. Non soltanto la logica della Vita che nessuno può mai sopprimere, ma la vittoria del Signore, la vittoria del Bene. Chi ferma Dio? Nessuno. Dio vince, la Verità vince, il Bene vince. Pietro, con tanta chiarezza, in poche parole dice: “Dio era con Lui, essi lo hanno appeso alla croce, ma Dio l’ha fatto risorgere per confermare la sua verità”.</p>
<p>Qualche volta vi accadrà, di fronte al male del mondo, di essere non solo rattristati, ma buttati nel pessimismo. È così facile avere l’impressione che il male sovrasti, che sia il vero padrone di questo mondo! Gesù ha chiamato Satana il “<em>principe</em>”, e non è poco, però ha chiamato se stesso il “<em>re</em>”. Spesso lasciamo scivolare verso la sconfitta questo conflitto continuo tra il bene e il male, fuori di noi e nella nostra coscienza. Anche adesso, mentre parliamo di Lui, possiamo sentirci più sconfitti che vincitori, quanto a Gesù e quanto alla nostra vita morale. Il Signore, invece, viene a dirci: “Dio ha ragione: Io sono la Verità, Io sono il Bene. Sono venuto per consentirti, se tu vuoi, di vivere come me”.</p>
<p>Di conseguenza &#8211; altro immenso dono -  non si può guardare questo Gesù di nuovo vivo senza sentirci rivolgere una domanda: <strong>“Tu, che vivi adesso, mi accetti risorto dentro di te?”</strong>.</p>
<p>La Pasqua si celebra se si accoglie un Gesù che personalmente ci interpella, e siamo qui per permettergli di farlo. &#8220;La mia intelligenza e la tua rivelazione, Signore, come vanno d’accordo? La mia libertà e le tue proposte di vita, il tuo modo di essere umano e il mio modo di esserlo, come vanno d’accordo? Non mi meraviglio che non siano sempre in sintonia, quello che non voglio, Signore, è che fra te, il Risorto, e me, qui adesso, ci siano delle distanze che io non accetto di eliminare&#8221;.</p>
<p>Se la Pasqua è un richiamo al perdono, è questo il momento di viverlo. Infatti quella di creare steccati tra noi e Lui è un’arte che, purtroppo, portiamo in noi per il peccato. Chi può dire che tra sé e il Signore non ci siano ostacoli? Non siamo qui per fare dichiarazioni eroiche, ma umili: “Signore, ti vogliamo accettare, perché Tu sei di nuovo vivo e hai voluto tornare tra noi. Non ci basta credere vagamente in te, respingiamo questa fede nebulosa, vogliamo essere vivi di te. Quando Tu ci dirai: &#8211; Fate così! -, noi lo faremo, pur sapendo che ubbidirti senza fatica non è possibile”. Se vogliamo essere generosi, buoni, umili, casti, poveri, secondo il Signore, tutto questo fa male sulle prime, e noi, per paura, spesso ci tiriamo indietro. Se, però, nello Spirito di fortezza che ci dà Gesù, saremo capaci di fidarci, ci accorgeremo che è stupendamente bello essere cristiani e finalmente conosceremo <strong>la sottile felicità che soltanto un Risorto sa darci</strong> in mezzo alle mille malinconie.</p>
<p>Come desidero che, qualunque sia la vostra situazione esistenziale, voi possiate conoscere questa  gioia di essere del Signore, e che essa vi conforti, vi consoli, vi sorregga, vi dia serenità per voi e per gli altri!</p>
<p>Per questo, concludo suggerendovi di considerare l’importanza della seconda Lettura e di accogliere l’invito di Paolo: <em>“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…pensate alle cose di lassù”.</em> Se siete risorti con Cristo, avete in voi la vita di Uno che ha già superato la morte; se credete, se sperate, se amate, è grazie a questo. È Cristo che vive dentro di voi, perché lo accettate come pane. Ma fate il conto dei minuti della vostra giornata, e chiedetevi quanti di essi dedicate a pensare alle <em>cose di lassù</em>. Voi, uomini e donne intelligenti, che avete la capacità di riflettere, di fare i vostri calcoli, sapete dare dieci, quindici, trenta minuti della giornata a meditare sulle cose che sono più vostre, perché sono quelle della Vita? Se non si arriva a questi comportamenti pratici, si vanifica l’impegno e ci si ferma alle parole.</p>
<p>Oggi, dunque, diciamo grazie a Gesù e gli promettiamo: “Conta su di noi. Sappiamo che la tua Risurrezione non varrebbe nulla se non ci fosse anche la nostra. Tocca a noi, in un mondo difficile, vivere da risorti. Torneremo su queste pagine della Scrittura, penseremo a te qualche volta, Signore, cambieremo in qualche cosa”. Facciamo una Pasqua firmata da noi, libera, piena di consenso, seria, da adulti, <strong>decidiamo insieme, nel segreto del cuore, in che cosa saremo più secondo Gesù Risorto</strong>. Sia questa l’offerta vera che portiamo all’altare, oltre a quelle molto più semplici e simboliche del pane e del vino, così che oggi questa Pasqua abbia luce agli occhi di Dio.</p>
<p><em>Don Giuseppe Pollano</em></p>
]]></content:encoded>
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