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	<title>La Piccola Via &#187; Quaresima</title>
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	<description>un blog della Famiglia di Therese</description>
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		<title>Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 18:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[coscienza]]></category>

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		<description><![CDATA[V DOMENICA  DI QUARESIMA Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3, 8-14; Gv 8, 1-11 Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo Questa nota pagina del Vangelo offre l’occasione per una grande domanda, che si può formulare con le parole usate da Paolo nella Lettera ai Filippesi, per proclamare la sua fede “…sono stato conquistato da Gesù [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>V DOMENICA  DI QUARESIMA</p>
<p><strong> </strong> Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3, 8-14; Gv 8, 1-11</p>
<h2>Lasciarsi conquistare da Gesù Cristo</h2>
<p>Questa nota pagina del Vangelo offre l’occasione per una grande domanda, che si può formulare con le parole usate da Paolo nella Lettera ai Filippesi, per proclamare la sua fede “<em>…sono stato conquistato da Gesù Cristo</em>”: volete lasciarvi conquistare da Gesù Cristo? Avete il diritto di rispondere: “E’ già accaduto”, ma io ho il dovere di dirvi che può accadere sempre di più. Qualunque altra cosa vi succeda o qualunque altra persona possa conquistarvi, <strong>volete che la vostra vita sia la storia dell’essere conquistati dal Signore?</strong></p>
<p>La domanda non si rivolge solo alle vostre intelligenze &#8211; sarebbe poco se si limitasse a questo -, ma entra direttamente, arditamente, nei vostri cuori: il cristianesimo non è una lettura teorica del mondo, ma un rapporto profondo d’amore, dato e ricambiato, a un alto livello, tra Lui e noi.</p>
<p>Il Vangelo ci presenta questo ‘conquistatore’ all’opera. È un episodio che quasi strappa l’applauso e ci piace perché sulle prime lo collochiamo sul piano di una sfida. All’interno di questa interpretazione, la figura che emerge è quella della donna colpevole, salvata da Gesù. Lettura non fallace, ma certamente molto riduttiva. Il personaggio centrale rimane Gesù, che sta mettendo in atto un tentativo di conquista. Si tratta di tentativo, perché Egli si trova sempre di fronte alla libertà delle persone: in questo caso, la donna e gli altri protagonisti della scena evangelica.</p>
<p><span id="more-549"></span></p>
<p>Chi vuole conquistare comincia sempre, anche tra noi, dallo sforzo di arrivare nell’intimo dell’altro, più propriamente nella sua coscienza nascosta; e lo fa con amore per risvegliare l’amore, ma non soltanto per questo: desidera toccare il profondo dell’altro, far sì che egli si accorga di trovarsi davanti a qualcuno molto buono e dunque risponda: “Sì!”.</p>
<p>L’altro deve accorgersi che è amato. Se qualche volta avete attuato questa bellissima operazione umana con la vostra bontà, con la vostra cordialità, facendo capire a qualche persona, abituata a essere messa da parte, svilita, neanche guardata, che invece le volevate bene, avete rivelato lei a se stessa e provocato nella sua coscienza una scintilla vitale: “Ma allora mi vuoi bene!”. È nata, quindi, in lei una nuova valutazione di sé: ella si accorge di cose che non sapeva ancora, fa dei confronti e prende delle decisioni.</p>
<p>Nel caso descritto dal Vangelo, Gesù voleva arrivare a delle coscienze, tutte, per motivi diversi, chiuse. Lo erano soprattutto quelle degli scribi e dei farisei, ai quali, anche se lo hanno chiamato <em>Maestro</em>, non importava nulla del suo insegnamento, che anzi dava loro fastidio. Voleva arrivare alle loro coscienze sicure di sé, ferme nella giustizia della legge, e voleva anche raggiungere la coscienza della donna colta in peccato.</p>
<p>Vediamo qual è il modo di procedere di Gesù. Dinanzi a questi uomini, chiusi nelle loro certezze, i quali gli propongono una condanna giusta in quel tempo, Egli invita a una riflessione. L’evangelista dice “<em>…si mise a scrivere col dito per terra</em>”. Questo verbo, in greco, apparteneva all’ambito giuridico e significava “scrivere un atto di accusa”. Essi parlano, Gesù  tace. Il “dito di Dio”, <strong>la potenza di Dio è all’opera nel mettere queste coscienze di fronte a se stesse</strong>: “Valutatevi, prima di interrogarmi sulla condanna a morte di questa peccatrice. Poiché parlate di peccato con tanta facilità, guardate dentro di voi, per vedere se non ci sia anche in voi del peccato”. L’invito è chiaro e non gli si può sfuggire; si può solo fuggire, infatti si fa il vuoto intorno a Gesù.</p>
<p>È arrivato alle loro coscienze. Uomini che non si ponevano alcun problema, che erano dichiaratamente giusti, dinanzi a Dio sono obbligati a guardarsi dentro &#8211; cosa che forse non facevano da anni -, e rimangono confusi; poiché in quel momento, e forse anche dopo, non sono disposti a riconoscere: “Hai ragione, Maestro, i primi peccatori siamo noi”, decidono di andarsene. Ma la coscienza è stata toccata.</p>
<p>Non sappiamo quale esito abbia avuto questo tentativo. Vediamo, invece, Gesù che continua la sua opera. Egli vuole raggiungere ancora un’altra coscienza per rivolgerla a sé: <em>“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”</em>. Egli non conclude affermando: “Non ti condanno neanch’io” &#8211; in questo modo la coscienza non sarebbe toccata -, ma aggiunge: <em>“…va’ e d’ora in poi non peccare più”</em>.</p>
<p>Ecco il contenuto centrale di questa pagina, in cui vediamo il Signore alla conquista di quel luogo unico dell’uomo, dove si può scegliere davvero Dio. Gesù perdona, come aveva profetizzato Ezechiele: “<em>Io sono il Dio vivente, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva</em>”, la sua esortazione tuttavia ci fa ben intendere che la coscienza di questa donna, come  ogni coscienza , Egli la vuole veramente ricostruita.</p>
<p>Noi alla questione della coscienza siamo stati educati nel senso di distinguere tra la buona e la cattiva coscienza, e questi termini significavano: <strong>riportati nel profondo di te, dove ti metti davanti a Gesù Cristo</strong>.</p>
<p>Questo tipo di educazione si è però indebolito notevolmente. Mi domando: quanti nostri adolescenti capirebbero questo discorso? Il nostro ritrovare noi stessi ha perso oggi molto significato Siamo continuamente legati da una rete di rapporti elementari, estroversi, di tutti i generi: spesso non abbiamo neanche più la percezione della nostra profondità. E’ sperabile che noi cristiani continuiamo ad averla, ma tutti corriamo il rischio di essere dei superficiali. Il Signore, invece, vuole arrivare dove c’è questa consapevolezza, dove si giudica tra il bene e il male, dove, di conseguenza, si progetta o si riprogetta la propria vita. L’assunzione di responsabilità personale è molto importante ed è anche faticosa. Non basta essere adulti per sapere  raggiungere la propria coscienza profonda e gestirla in maniera proporzionata.</p>
<p>La pagina di Paolo è uno splendido esempio, sotto questo profilo. Se c’era stato un uomo convinto di avere la coscienza ben definita, e irremovibilmente, questo era proprio il fariseo Saulo, uomo della legge, e &#8211; lo confessa ripetutamente &#8211; persecutore della Chiesa. Egli, dunque, che si riteneva il perfetto ebreo e lo era, viene folgorato da un tocco di Dio, che arriva nel profondissimo della coscienza, fin dove neppure lui sapeva che si potesse essere feriti. A quel punto egli capisce tutto in modo nuovissimo, è illuminato interiormente,  s’immerge in un giudizio inesorabile: “Se Tu sei così, devo cambiare tutto”, e riprogetta la sua esistenza intera.</p>
<p>E’una storia molto tumultuosa ed estremamente seria. Paolo giunge a reputare una perdita ciò che prima riteneva un guadagno. Non sono parole di poco peso. Il guadagno, a cui si riferisce, non è economico, ovviamente, ma molto più profondo: è il patrimonio ebraico di ogni fariseo, che ora diventa per lui <em>una perdita</em>, anzi è considerato <em>come spazzatura</em>. “Ma perché fai così, che cos’hai visto?”. “Ho incontrato Gesù Cristo, e l’ho conosciuto in modo tale che voglio conquistarlo”. “E che cosa vedi in Gesù Cristo di così grande da farti buttare via tutto, per guadagnare Lui?”. “Vedo in Lui il senso di tutto, la mia speranza nuova. Vedo in Cristo Signore risorto la soluzione dei miei problemi di fondo, quella che l’ebraismo non mi aveva ancora data: la risposta alla mia sofferenza, alla mia morte, al mio desiderio che pretendeva di più; adesso possiedo questo ‘di più’, perché tengo per mano Dio fatto uomo e risorto. Per questo ritengo che tutto ciò che avevo prima sia una perdita. <strong>La mia coscienza ora grida: &#8211; Gesù! -”</strong>.</p>
<p>Poi, con grande umiltà, &#8211; e questo ci conforta &#8211; aggiunge: “Non è che abbia già conquistato il premio, non ho finito la mia strada verso il Signore, ma che cosa faccio? Mi butto alle spalle il passato, non m’importa più niente quello che sono stato, mi lancio nel mio futuro cristiano, corro verso la meta, come l’atleta che corre con tutte le sue forze, per arrivare al premio che Dio mi dà in Cristo. Io voglio conquistare Colui che mi ha già conquistato”.</p>
<p>Com’è affascinante tutto ciò! E’ l’esperienza di uno che sa di essere amato da un irresistibile conquistatore e cerca di conquistarlo a sua volta, pur riconoscendo che sarà sempre l’Altro ad amare di più. Che cristianesimo di movimento, di storia vissuta, è questo! Un cristianesimo così spiega tutti i gesti stupendi, che anche oggi molti cristiani sanno fare: cambiamento di vita, lavoro per gli altri, la missione, tutto è possibile. E’ l’eroismo cristiano che dà gloria alla Chiesa.</p>
<p>Occorre dunque rifare oggi questa riflessione: “Che cosa, Signore, devo lasciare per te? Ciò che rispetto a te mi trattiene, perché io lo ritengo ancora guadagno e dovrei considerare spazzatura: ambizione, egoismo, orgoglio, sensualità…Non posso continuare a seguire il mio piacere, di fronte a te voglio mettermi e lasciare che la mia coscienza si faccia più trasparente all’immagine tua.”.</p>
<p>E’ questo il vero cammino. E se per caso ci trovassimo invece oggi nella condizione infelice di sfuggire alla nostra coscienza, inflessibile testimone interiore; se stessimo così uccidendo la nostra vera gioia, allora è il momento di cambiare. Lasciamo che questa coscienza parli, gridi in noi, crei sani rimorsi, programmi cose nuove; lasciamo che finalmente sia lei a inventarci la vita. <strong>Noi siamo la nostra coscienza</strong>. Che bellezza sorge in un uomo, in una donna, quando essi decidono di abbandonarsi alla propria coscienza buona per essere conquistati da Gesù Cristo!</p>
<p>Nella Quaresima imploreremo dunque Dio perché ci salvi dalla sventura di una coscienza ammutolita e prigioniera. Ampia preghiera da estendere al mondo intero. Cominciando dal santo Popolo di Dio. Quale dono all’umanità, questo Popolo che fa nascere se stesso dalla propria coscienza santa.</p>
<p>A Maria affidiamo tale intenzione splendida, che è anche quella dell’Eucaristia che stiamo celebrando insieme.</p>
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		<title>La responsabilità nei confronti di Dio</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>III DOMENICA  DI  QUARESIMA</p>
<p>Es 3, 1-8a. 13-15; Sal 102; 1 Cor 10, 1-6. 10-12; Lc 13, 1-9</p>
<h2><strong>La responsabilità nei confronti di Dio</strong></h2>
<p>Questa pagina di Vangelo evoca nella nostra mente e nella nostra coscienza un concetto fondamentale per la vita di tutti e, ancora di più, per l’esperienza del rapporto con Dio: <strong>il concetto della responsabilità</strong>. Il messaggio della parabola del fico sterile è evidente in proposito.</p>
<p>Per collocarci in questo discorso estremamente serio di Gesù, che pure è traboccante d’amore, teniamo conto del fatto che siamo eredi di una cultura europea la quale, a poco a poco, si è del tutto deresponsabilizzata nei riguardi di Dio. Siamo, dunque, come al fondo di una discesa da risalire e la nostra non sarebbe una posizione favorevole se non avessimo per noi ancora una volta la mano di Dio che si tende, perché Dio ci ama.</p>
<p>In ogni caso siamo in una condizione grave. <em>Responsabilità</em> è una parola suprema, quella che forse più di tutte descrive la dignità di una persona, e anche di una comunità di persone. Infatti il suo concetto richiama quello della libertà. Ciascuno di noi porta in sé il potere di determinarsi, di essere chi vuole o non essere chi non vuole e, malgrado la presenza di molti condizionamenti e limiti, è innegabile che abbiamo la facoltà di riferire a noi stessi ciò che vogliamo. Pensiamo a quante cose belle, buone, vantaggiose una persona può giustamente riferire a sé, ossia non ci sarebbero, se non le avesse fatte, pensate, volute. È bella la responsabilità positiva e porta con sé meritata gloria, fama, successo, retribuzione: realtà comunissima tra di noi.</p>
<p>La libertà, però, ha anche un altro aspetto: non sarebbe certo onesto, anche se spesso cerchiamo di farlo, volerci attribuire soltanto ciò che è buono e gratificante sottraendoci alle nostre responsabilità, quando si tratta di qualcosa di cattivo. La libertà riguarda ogni situazione. Dobbiamo avere il coraggio di dire: “Sono stato io” anche rispetto a ciò che abbiamo deciso, fatto, causato ed è risultato non positivo per noi e per gli altri.</p>
<p>E’ difficile ammetterlo, tendiamo tutti a evitare le responsabilità negative. Questo è un segno che siamo creati per il bene e non per il male. Rimane vero, però, che il nostro vivere è un gioco di queste libertà, perché, se io sono causa di tante cose e tu anche, e siamo fianco a fianco, dobbiamo far coesistere queste capacità ricche e belle, ma anche pericolose, nella maniera più vivibile che si possa. Allora si realizza il pratico liberalismo positivo: io ti rispetto e tu mi rispetti. Si può anzi persino ipotizzare che le nostre libertà si mettano in gara: da una competizione possono nascere molti risultati positivi nella storia degli uomini.</p>
<p>Ed ecco a questo proposito una riflessione di coscienza: il nostro è un tempo che acuisce fino all’ossessione la ricerca dei responsabili nella vita sociale, perché si vive nella paura. Si verifica, però, un paradosso: mentre riconosciamo tutte le responsabilità storiche che possiamo avere, contemporaneamente abbiamo portato quasi a zero le responsabilità teologiche, quelle verso Dio; di fronte a Lui è come se non si ritenesse responsabile quasi nessuno. Questo è un collasso della nostra civiltà ed è un atteggiamento di stoltezza; infatti <strong>se</strong> <strong>essere responsabili verso l’altro è giusto, perché evitare di esserlo verso l’Altro, il cui nome è Dio?</strong></p>
<p>Inoltre nei suoi confronti non vi è solo una questione di responsabilità, ma molto di più:  ognuno di noi deve dire: “Dio mi ha tratto fuori dal suo essere, sono di Lui e sono anche per Lui. La mia capacità di determinarmi, di decidere chi sarò, mi è stata data, prima di tutto, per stabilire che io sarò con Lui, sarò di Lui, sarò in Lui. Dio è il senso del mio essere qui, non ne ho nessun altro. Allora, di fronte a Lui è ancora troppo poco che io riconosca di dover rendere conto delle mie azioni. La mia libertà è per Lui ed è a Lui che deve, che vuole giungere, altrimenti annaspo e annego nel nulla”.</p>
<p>Dio è infatti il termine della nostra libertà totale. E con Dio non possiamo soltanto assumere un atteggiamento liberale: tu rispetti me e io rispetto te; con Dio è diverso, sentiamo che la nostra risposta dev’essere appassionatamente piena.</p>
<p>E’ questa la tortuosità della nostra cultura. Dobbiamo infatti domandarci: “Se la nostra condizione dal punto di vista ontologico, dell’essere, è questa, come mai non siamo più disposti a riconoscerla?”.</p>
<p>La risposta non è difficile, il nostro cuore ce la suggerisce: purtroppo nascondiamo in noi anche la paura di Dio, il timore d’incontrarci con Lui. Di conseguenza, abbiamo rovesciato abilmente la situazione dicendo: “Non sono io responsabile di fronte a te, Dio, sei Tu  responsabile di fronte a me. Dov’eri ad Auschwitz? Dove sei quando capitano gli eventi drammatici della nostra storia? Parliamone e, se ti assolvo, riprenderemo la nostra intesa”.</p>
<p>È temerario l’uomo che parla così: non siamo neppure capaci di essere giusti con i nostri simili, anzi, ci macchiamo di atroci ingiustizie, eppure osiamo farci giudici di Dio. Dimentichiamo che Dio non ha la nostra statura, che la storia è momento penultimo, non ultimo, che siamo finiti, mentre Lui è infinito; dimentichiamo che Dio sa e noi non sappiamo, che Egli è capace di ricreare un’esistenza, di far rivivere le ossa infrante. Non ricordiamo più niente di tutto questo, cancelliamo la realtà di Dio, poi al suo nome, che è rimasto ormai quasi privo di significato, possiamo anche dire: “Rendi conto!”.</p>
<p>Ma quale Dio sarebbe questo, se potessimo risolvere così facilmente il rapporto con Lui? No, per noi <strong>è necessaria la profonda umiltà di renderci conto che Dio è Dio</strong>.</p>
<p>La Parola di oggi ci è di grande aiuto, perché questo Dio, al quale dobbiamo rispondere, non è un giudice, a cui nessuno di noi oserebbe presentarsi da imputato colpevole, ma un Padre che conosce la nostra situazione: “Non avere paura di me, so che sei colpevole, ma non potevo chiedere conto a te dei tuoi peccati, per questo ho chiesto a mio Figlio: &#8211; Ti vuoi fare uomo come loro? -. &#8211; Sì, Padre -. &#8211; Ti vuoi caricare dei loro peccati? -. &#8211; Sì, Padre -. &#8211; A qualunque costo? -. &#8211; A qualunque costo -. Ho fatto ricadere su mio Figlio, che era d’accordo, perché noi ti amiamo, tutto quello che pesava su di te. È pagato, non avere paura, lascia soltanto che adesso ti accompagni e smetti di agire da solo”.</p>
<p>E’ questo <strong>Dio accompagnatore dell’uomo </strong>a chiederci se accettiamo di camminare di nuovo con Lui. Egli ripropone a noi, poveri uomini e povere donne di oggi, che non sappiamo vivere e aiutarci l’un l’altro: “Lasciate che cammini con voi!”.</p>
<p>Non abbiate paura di questo accompagnatore, permettetegli di purificarvi il cuore, se ne avete bisogno, diventerete più felici. Ecco la responsabilità: “Tu, Dio, mi chiami con amore e io non risponderei? No, Signore, sarei l’uomo più folle del mondo se mi comportassi così. Tu ci chiami con amore, perché vedi che stiamo andando in ogni direzione senza orientamento; abbiamo perso il senso della storia, della creazione: è pessimista la società. Allora ti chiediamo che torni ad accompagnarci, che si compia una nuova teofania: &#8211; Compari di nuovo! &#8211; ”.</p>
<p>Ci possiamo domandare come e dove questo avvenga. C’è la Parola, ci siamo noi che siamo la comparsa di Dio in mezzo agli altri: Gesù Cristo è in noi. Quanti cristiani sono proprio una teofania: li incontri e ti si apre uno spiraglio di luce.</p>
<p>Ma è Dio che preme su questa storia con immensa compassione. È un Padre che ci cerca, non un Dio astratto. E noi oggi possiamo chiedere che tanti sentano di più quanto<strong> </strong>la responsabilità verso Dio è seria, e come non ci debba incutere paura: è la più seria e la più lieta del mondo. Che l’umanità senta che Dio la chiama: “Dove sei? Torna!”. E’ il padre della parabola, in attesa del ritorno del figlio che si ritrova poverissimo e ha nostalgia di Dio.</p>
<p>Chiediamo in questa Eucaristia &#8211; e Maria lo chiede con noi &#8211; che molti cuori si aprano a questa frase misteriosa:<strong> “Dio c’è, è mio Padre: e se tornassi a casa da Lui?”</strong>.<strong></strong></p>
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		<title>Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 08:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Giacoma</dc:creator>
				<category><![CDATA[Omelie - Catechesi don Pollano]]></category>
		<category><![CDATA[Quaresima]]></category>
		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2010/02/20p.png"><img src="http://www.lapiccolavia.org/blog/wp-content/uploads/2010/02/20p-150x150.png" alt="" title="Pregare in sIlenzio :ascolto" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-533" /></a>II DOMENICA  DI QUARESIMA &#8211; Omelia di Don Pollano</p>
<p><em>Gen 15, 5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36</em></p>
<h2>“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”</h2>
<p>Vogliamo oggi fare a Dio nostro Padre, sentite le sue parole, il dono di rispondergli: “Sì, ascolteremo tuo Figlio, l’eletto?”. L’esortazione ad ascoltare Gesù proviene da una voce  che ci ama e che ci dà questo comando, ma nello stesso tempo si rivolge a noi con tono quasi supplichevole. Il senso di questa pagina grande del Vangelo di Luca si raccoglie tutto qui.<br />
Il segno della luce, che caratterizza la scena della Trasfigurazione, è sempre una manifestazione di Dio: c’è qualcosa ancora da sapere, ancora da vedere, ancora da imparare. Tutti gli uomini sono chiamati a questa illuminazione, ma noi cristiani la possediamo perché possediamo Gesù Cristo. Ecco perché l’ammonizione “ascoltatelo” si addice pienamente a quello che siamo: <strong>il cristiano è l’ascoltatore di Dio</strong>, anzi, il cristiano è tale nella misura in cui è ascoltatore di Dio e lo diventa sempre meglio. E, se lo ascolta come gli è chiesto di farlo, con tutto il cuore, l’anima e la mente, la sua vita è impregnata di questo ascolto.</p>
<p>Dobbiamo capire bene perché abbia tanta importanza la categoria dell’ascolto. Noi ascoltiamo una persona quando lasciamo che la sua parola entri nella nostra coscienza, nella nostra mente, cioè quando l’accogliamo, o addirittura la vogliamo.Tutte le volte in cui ciò capita, non è la parola dell’altro che entra in noi, ma è egli stesso mediante la sua parola. Noi accettiamo, dunque, che l’altra persona entri nella nostra vita profondamente, fino a trasformarla. Questa esperienza ci è notissima: pensiamo ai nostri comportamenti quando amiamo qualcuno. Ascoltiamo la sua parola, l’accogliamo dentro di noi, la desideriamo. E questo accade anche quando non si tratta di chissà quale discorso, ma di una semplice chiacchiera, perché ci piace che, attraverso la parola, l’altro entri in noi. La parola è il segreto della nostra comunione.<br />
La Parola di Dio è Dio che viene in noi con la Parola, e ci fa vivere. Tutto questo si verifica nella misura in cui l’accogliamo, anzi, la vogliamo, perché amiamo. Non si può chiedere questo atteggiamento a un indifferente verso Dio. Egli arriva anche a conoscere la Parola a memoria, da esperto, da filologo, ma non ne è coinvolto, perché non desidera che Dio entri in lui mediante la Parola. Noi, invece, sì, e siamo qui proprio per questo.</p>
<p>Si potrebbe a questo punto avanzare una ragionevole obiezione: “Ma siamo noi veramente in grado di dare ascolto alla Parola?”. Infatti, se l’ascolto è l’esperienza che abbiamo detto, richiede alcune condizioni che spesso ci sono sottratte, tanto che vorremmo essere ascoltatori, ma corriamo il rischio di non riuscirci.<br />
La nostra civiltà, soprattutto negli ultimi cinquant’anni è andata vertiginosamente crescendo nella capacità di darci delle parole, poiché ci somministra fiumi di messaggi. Da mezzo secolo è diventato di uso corrente un termine che la dice lunga, l’industria culturale. Essa mira a trasmettere del sapere e si è costruita un gigantesco apparato di strumentazioni.<br />
L’industria culturale, avendo un obiettivo economico, cerca di catturarci. A noi pare di essere liberi, mentre siamo presi dentro questo invisibile mondo del messaggio che arriva sempre, lo si voglia o no, e che, se non stiamo attenti, ci rende schiavi. E’ stato detto, in proposito, che siamo ormai tutti ampiamente colonizzati. In questo caso il territorio è la nostra anima, colonizzata da un’invasione di parole, saggi, immagini, eccessivi per la nostra stessa capacità di ricevere. Non abbiamo cercato noi questa situazione, siamo vittime che ne patiscono il peso. Diventare o conservarsi, o addirittura crescere nell’arte di essere ascoltatori della Parola di Dio, oggi richiede, quindi, qualche attenzione in più, perché il condizionamento è molto forte.</p>
<p>Pertanto, ascoltatori e ascoltatrici della Parola, vigilate: il cammino non è facile, ma è possibile percorrerlo. Siamo nati per ascoltare, siamo battezzati nella Parola, che dobbiamo accogliere per donarla agli altri: siamo popolo di Dio ed evangelizzatori.<br />
Allora occorre rifarsi la strada e il primo obiettivo da realizzare, se c’è la volontà di  ascoltare, sarà quello di<strong> creare uno spazio di silenzio dentro di sé</strong>. Un poco di silenzio puramente fisico è indispensabile, anche se l’ambiente in cui viviamo ostacola fortemente questa esperienza. Si tratta di trovare un angolino, in cui in qualche modo ci sia il silenzio fisico, e lì ricercare il silenzio psichico, perché non basta che non entri nulla nelle orecchie, occorre  anche che quello che dentro parla sempre &#8211; pensieri, preoccupazioni, fantasticherie&#8230;- sia messo a tacere, sia accantonato, affinché si faccia il vuoto.<br />
Allora arriviamo al silenzio spirituale e ci accorgiamo che Dio c’è, perché esiste in noi. Se solo sappiamo creare silenzio fisico e silenzio psichico, ci accorgiamo che Dio è in noi, e siamo in condizione di ascoltare.</p>
<p>Silenzio non significa fronteggiare il nulla, ma mettersi in posizione di ascolto davanti all’altro. Anche questo è un meccanismo che conosciamo benissimo: quando due o tre persone si parlano per dialogare veramente, fanno tutto questo senza accorgersene, il resto scompare e loro sono attente solo ad ascoltarsi. Giustamente si dice che, se tra noi il linguaggio è la parola, <strong>tra noi e Dio il linguaggio è il silenzio</strong>.<br />
A questo punto sei pronto ad ascoltare. Allora che cosa fai? Prendi il Vangelo – è Parola – e lasci che questi piccoli diamanti di verità cadano dentro la conca di silenzio che hai saputo creare. Ogni parola di Gesù ti illumina, contiene sempre un messaggio per te, e diventi ascoltatore non solo perché la senti, la leggi, ma perché, come ascoltatore vero, ti lasci muovere da lei.<br />
Prima di tutto, l’ammiri: la Parola di Dio merita ammirazione, ma questo atteggiamento non è immediato, richiede un momento di calma, nella fede, affinché tu senta che quello che dice Gesù è ammirevole. Si tratta di vivere una specie di estetica della Parola di Dio, che però non è solo emozione. Come capita di dire a qualcuno: “Che bella cosa hai detto!”, così anche la lettura del Vangelo dovrebbe suscitare la reazione: “Signore, che bella cosa hai detto!”. E il termine bello in questo caso vuol dire ‘buono, positivo’.<br />
Non si può essere ascoltatori se non si è nel silenzio <strong>ammiratori della Parola</strong>. E questo, per noi credenti, è connaturale, perché abbiamo in noi lo Spirito di Gesù e siamo suoi fratelli. Siamo fatti per questo, occorre soltanto purificare l’attenzione e ci troviamo in sintonia con Gesù.</p>
<p>“Che bella cosa hai detto Signore!”. Poi il bello diventa desiderabile, allora la Parola ottiene il consenso interiore, prende il cuore, prende la volontà, ti fa agire. Quando leggi la Parola di Dio, l’ammiri e senti che è vera &#8211; ecco il consenso &#8211; e se, mosso da qualche sentimento negativo, ti capita di provare il desiderio di resistere e lo assecondi, senti dentro una specie di dolore e un segreto rimorso. Non si uccide mai neanche una sillaba della Parola di Dio senza patirlo<br />
Se invece tu consenti, se ti lasci convincere da Gesù, la Parola diventa quello che deve diventare, prendendo tutta la tua confidenza: “Mi fido, Signore, mi stai dicendo cose sovrumane, ma mi fido, anzi, mi fido proprio per questo, e perciò mi affido, mi consegno”.<br />
Agostino diceva: “Io cerco te, perché in te, Verità, la mia anima vive”. Quando ti senti vivo, perché hai ascoltato un po’ di Vangelo, che ti ha raggiunto nel profondo, ringrazia Dio, perché sei figlio della luce. La beata Elisabetta della Trinità diceva: “Oh, Verbo eterno, Parola del mio Dio, vorrei passare tutta la vita ad ascoltarti!”. Era in clausura, ma non credere che sia impossibile a qualunque cristiano, in qualunque situazione, ascoltare la Parola. <strong>Non si tratta di ascoltare un libro, ma una Presenza</strong>, la Parola, Dio che c’è, nei mille modi in cui Lui entra nella nostra consapevolezza.</p>
<p>Ecco come possiamo oggi fare a Dio nostro Padre il regalo che aspetta: “Ascolteremo tuo Figlio. E, se siamo frastornati, prigionieri nel ‘villaggio globale’, se siamo ‘sovradosati’ per tutto quello che ci viene detto, e anche urlato, sapremo trovarci la strada, non saremo figli stolti e pessimisti. Lo ascolteremo”.<br />
Se il popolo di Dio deve avere la sua primavera, com’è necessario che avvenga, sarà un risveglio che nasce di qui: il seme cade, la Parola c’è. Rileggete la parabola di Gesù riguardo alla Parola, la celebre parabola del seminatore, e desiderate essere il buon terreno dove il seme dà molto frutto.<br />
Abbiate fiducia in voi stessi, tutti ne siete certamente capaci: Dio si è impegnato, Egli è  l’alleato forte, ne siamo sostenuti. Poi raccomandatevi a Maria, che ha saputo bene che cosa volesse dire immergersi nella Parola, perdersi in essa e &#8211; tutto all’opposto che essere nemica della croce &#8211; credere appassionatamente alla Parola quando ha visto suo Figlio morire davanti ai suoi occhi. Anche in quel momento non ha tradito la Parola, non ha gridato: “No, non morire!”, e con Lui spiritualmente si è fatta vittima di amore.<br />
Così dobbiamo essere, per non diventare come i poverissimi, di cui parla Paolo, “&#8230;che hanno come dio il loro ventre”. Se accostate i due significati: Dio e il ventre, ebraicamente  ‘il mondo degli istinti’, rattrista e atterrisce pensare che ci siano uomini e donne il cui dio è questo. No, per noi non sia così: il nostro Dio è la Parola.</p>
<p>Don Giuseppe Pollano</p>
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